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STORIE DI VITA - Mondo Voc dicembre 2011                                                   Torna al sommario

 

 

 

NULLA SI IMPROVVISA

 

La storia di Giuliana, una ragazza della provincia di Brescia, cresciuta nello spiazzo intorno alle cascine del proprio paese insieme ad altri bambini, poi passata alla vita di comunità in una cooperativa impegnata con i disabili e infine partita per una missione in Ciad.

 

di Michele Pignatale

 

Pignatale_dicembre_2011Una cosa è certa, nulla si improvvisa. È questa la migliore sintesi per raccontare l’esperienza di Giuliana, una ragazza della provincia di Brescia, che attraverso la presa di coscienza del contesto in cui ha vissuto e cresciuta ha potuto dare alla sua vita delle coordinate ben definite.


È cresciuta nell’ambito di un agglomerato di cascine dove risiedevano sei famiglie con un grande spiazzo, libero di essere percorso in lungo e in largo dai bambini, dal mattino fino all’imbrunire durante le vacanze estive e nei pomeriggi invernali fino a quando un lampo di luce lasciava posto alle luci della sera. C’erano anche dei riti, come quello della merenda, dove una delle mamme chiamava a raccolta tutti i bambini e tutti correvano in quella casa a mangiare. La famiglia di Giuliana è una famiglia aperta, accogliente e sempre frequentata dalle famiglie vicine e invasa dai loro figli. Questa presenza ha permesso a Giuliana di imparare cosa significasse convivere e condividere.

 

 

L’impegno si concretizza

Crescendo, la voglia di stare con gli altri ha spinto Giuliana ad impegnarsi in oratorio nelle numerose attività aperte ai più piccoli. Cercava di immettere dentro lo spirito della sua infanzia vissuta nello spiazzo delle cascine e riproduceva anche i momenti ludici e l’immancabile merenda. La sera si ritrovava con gli amici a ridere e scherzare ma anche a discutere alla ricerca di modelli culturali e la voglia di fare qualcosa di ancora più concreto. E così la domenica cominciò, insieme ad altri amici, ad andare a prendere alcuni ragazzi con disturbi mentali, normalmente chiusi in casa e portarli fuori in giro per i paesi, oppure nelle varie iniziative comunitarie organizzate.


Pignatale_2_dicembre_2011L’impegno era diventato notevole – ci racconta Giuliana col sorriso del cuore – e la serata con gli amici la passavamo tra lo scherzo e le domande sul senso della vita. Chi siamo? Dove andiamo? Io la risposta l’ho cercata immediatamente nel sociale, perché rimanevano saldi i valori di fondo – l’idea della famiglia aperta, della convivenza e della condivisione, ma avevo voglia anche di entrare in maniera più competente nelle dinamiche sociali che per quello che, al momento, mi riguardava, interessavano i miei amici disabili. Così dopo il diploma superiore ho fatto diversi corsi serali sulla marginalità ed altri temi che interpellano ancora crudamente la nostra società civile. Questo mi ha portato a condividere con alcuni amici la scelta di avviare, in una cascina rimasta libera vicino dove abitavo, una forma di vita comunitaria con i nostri amici disabili dove non si sentissero più oggetto di assistenzialismo ma soggetti di un rapporto paritetico ad ogni livello”.


L’evolversi di questa realtà in una cooperativa sociale porta Giuliana a condividere la sua vita con sei disabili e altri tre amici volontari. La cascina si rivelò il luogo ideale per far prendere corpo l’iniziativa. Era sorretta da una fortissima carica ideale ,da una voglia di fare bene le cose, dalla volontà di dimostrare a tanti scettici, che sarebbero riusciti a dare un significato allo stare insieme, e all’essere famiglia. Si erano incaricati di invitare periodicamente un sacerdote missionario tornato dall’Africa per aiutarli, nella riflessione a mantenersi saldi nei propositi, sapendo che la loro impresa avrebbe avuto bisogno di un aiuto superiore.


Pignatale_3_dicembre_2011Ma non è stato facile – continua a raccontarci Giuliana – condividevamo i valori di fondo ma viverli nella quotidianità era duro. Senza contare che dovevamo trovare il modo per sopravvive economicamente. Abbiamo svuotato le nostre tasche e siamo riusciti a realizzare una cassa comune. Abbiamo comprato delle attrezzature per fare lavorazioni in ceramica da vendere nelle varie ferie e sagre. Eravamo tutti impegnati, anche i disabili, secondo le proprie capacità e potenzialità. Si faceva i turni per tutto: cucinare, lavare, prestare assistenza, riordinare la cascina e i laboratori”.


Un altro passo importante ha segnato il futuro dello stare insieme, quando a tutti gli effetti legali si è costituita la cooperativa sociale passando così dalla sopravvivenza verso lo sviluppo imprenditoriale del sociale, mantenendo sempre viva, però, l’idea di vita della comunità. Anche l’idea del lavoro come strumento di integrazione e di dignità è rimasta salda. Anzi, ha ricevuto altri impulsi con l’avvio di nuove attività e con la sensibilizzazione continua che impegnava notevolmente tutti i componenti della cooperativa.

 


La sorpresa di una proposta

Ormai la cooperativa era lanciata verso nuove collaborazioni e assunzioni di nuovi servizi che le istituzioni locali le affidavano e anche i volontari erano aumentati. Giuliana si trova nel centro nevralgico del lavoro della comunità, presa pienamente a rinvigorire ogni giorno quel motore di iniziative. Nessun altro pensiero la sorprendeva.


Una sera, dopo l’incontro solito di formazione, l’amico missionario le si avvicina chiedendole un po’ di tempo per illustrarle una proposta che da tempo portava nel cuore. Si trattava di dare vita e forma ad una cooperativa del genere nella loro missione in Ciad, afflitta da guerriglie varie con numerosi disabili. La riteneva la persona giusta per via anche della sua scelta di fondo, di completa dedizione alla causa dei più emarginati.


Pignatale_4_dicembre_2011Sono rimasta a bocca aperta – dice Giuliana visibilmente emozionata ricordando quel momento – e in un cero qual modo confusa. Ho provato in quel momento un senso di inadeguatezza, io che ero abituata a battagliare ogni giorno con la sordità della gente e delle istituzioni. Ma in quel frangente mi sono scoperta fragile, bisognosa di riflettere e di capire soprattutto. Chiesi del tempo. Avevo bisogno di capire prima io e poi di parlare con i miei compagni di sempre. Qualunque decisione avessi dovuto prendere sarebbe stata condivisa da tutti. Col missionario mi rividi ancora diverse volte da sola e questa volta per fare bene il punto sulla mia vita. Avevo bisogno di approfondire perché nella nuova esperienza non potevano contare solo le attitudini organizzative, ma c’era bisogno anche di altro per dare sostegno al tutto. La mia più grande gioia fu quando ne parlai alla presenza di tutti gli amici della cooperativa, quelli residenti e quelli volontari. Ci fu un lungo applauso. Non furono sprecate molte parole per farmi capire che io sarei diventata insieme ad un altro amico, che avrebbe voluto accompagnarmi, l’estensione della nostra realtà comunitaria in Ciad. E così dopo alcuni mesi di preparazione sono partita. È passato già un anno e sono qui con il cuore gonfio di gioia per le numerose opportunità che ho avuto nell’inserirmi in questa realtà, poverissima, abbandonata da tutti e dove ogni giorno abbiamo potuto vedere germinare delle piccole cose per dare dignità a bambini., giovani, donne e anziani, altrimenti abbandonati a vegetare e a morire. Il lavoro è improbo ma la nostra cooperativa in Italia ci sostiene molto e presto arriveranno altri compagni a condividere il nostro lavoro per un tempo parziale. Penso che tutto questo appartenga alla storia delle mie radici che ho rielaborato nel tempo ma che sono rimaste salde. Dalla prima comunità di bambini dello spiazzo intorno alle cascine, attraverso la vita di comunità della cooperativa fino ad oggi: l’Africa. È proprio vero: nulla si improvvisa”.

 

 

 

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