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IL "DISCERNIMENTO": QUALI SONO I PASSI

PER CAPIRE COSA VUOLE DIO DA ME?


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1. Conoscere le proprie emozioni (raccogliere informazioni)

Uno degli ostacoli nel discernimento della vocazione è dapprima l'immaturità emozionale, e fa sì, che l'uomo confonda i propri bisogni, i propri desideri umani, di solito immaturi, con desideri e ispirazioni dati da Dio. Perciò innanzitutto bisogna riuscire a controllare la nostra capacità emotiva attraverso l'analisi di tutta la nostra precedente storia di vita e tutto quello che da quella vita portiamo: il grado di maturità emotiva, intellettuale e spirituale insieme a tutti i condizionamenti scaturiti dalle esperienze familiari e ambientali.



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2. Accettare serenamente se stessi dedicando tempo a preghiera e riflessione

Il passo successivo alla scoperta dei nostri moti interiori è l'accettazione di se stesso, della propria vita (così com'è nel momento che rifletto) come un dono divino. E questo per poter accettare Dio e la sua volontà. Tutto questo va fatto in un ambiente ed in uno stato interiore tranquillo e dopo aver iniziato una reale vita spirituale (con preghiera e sincera disponibilità all'ascolto di Dio) altrimenti rischieremo di percorrere una strada falsa e frutto delle sole nostre idee.


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3. Accettare l'aiuto di una guida che mi dà conferma o meno della bontà di una scelta

È lo Spirito Santo stesso che si impegna, attraverso l'aiuto del rappresentante della Chiesa, a confermare l'autenticità della vocazione sacerdotale e religiosa. La comune sensibilità spirituale verso Dio sia del direttore spirituale sia dell'uomo che si interroga sulla propria vocazione fa sì che insieme scoprano l'irripetibile piano di Dio.

 






PER CHI NE VUOLE SAPERE DI PIU'

(Intervista a P. Giovanni Sanavio RCI sul Cammino del Discernimento Vocazionale)

 

 

D.: P. Giovanni, può approfondire quanto detto sopra al primo passo del discernimento, cioè il “conoscere le proprie emozioni” e “raccogliere informazioni”.

R.: Sì. P. Amedeo Cencini, nel suo libro “Dio della mia vita” (ma con altre parole lo dice anche P. Marko Ivan Rupnik nel suo libro “Il Discernimento” e altri sacerdoti della scuola gesuitica) ricorda che una persona, per abbracciare con gioia la propria vocazione, deve prima saperla “leggere” e interpretare trovandovi i segni con cui Dio gli sta indicando la sua strada. Un buon metodo di partenza sarà quello di far molto parlare il giovane del suo passato, anche se vorrà raccontare più del suo presente (perché fatto di sentimenti passeggeri anche se più vivi) o del suo futuro (carico di desideri). E questo perché le scelte autentiche si devono basare sui fatti, non solo sui desideri o sui sentimenti.

D.: Padre Giovanni, ha detto “far parlare” ma è solo al terzo passo del discernimento che si introduce la figura della guida spirituale…

R.: È vero. Per praticità abbiamo parlato della guida spirituale solo al terzo punto ma la realtà è ben diversa. Viene naturale infatti, per chi comincia a interrogarsi sulla propria vita e sulla presenza in essa di Dio doverne parlare con qualcuno. Le cose belle vanno condivise e le prime responsabilità affrontate con prudenza, così come non c’è gusto nell’andare al cinema, nel mangiare una torta da soli ed è da sciocchi salire lungo un sentiero di montagna sconosciuto senza essersi consultati prima con un esperto. Magari all’inizio non ci si confiderà direttamente con una Guida Spirituale ma dietro ogni persona amica con buon senso e tanta carità cristiana, prima o poi si scopre esserci stato un bravo sacerdote che ha fatto amare il Signore presente nei fratelli.

D.: Ma questo lavoro che indica al “primo passo” del Discernimento, l’aiutare una persona a conoscere i propri sentimenti guardando al proprio passato, non lo fanno già gli psicologi?

R.:
Certamente le somiglianze tra un cammino di discernimento e una serie di sedute dallo psicologo ci sono, ma basta rifletterci un attimo e si possono scoprire delle grosse differenze. Ne indico velocemente alcune.
Anzitutto la prospettiva del cammino di discernimento vocazionale è sempre e decisamente cristocentrica. La guida spirituale non intende individuare nel passato del soggetto una paura o un’idea o una sensazione da rimettere in ordine nella sua psiche. Il cammino di discernimento vuole favorire l’incontro con una persona reale, viva: Cristo, l’unico al quale si può fare la domanda: “Cosa vuoi che io faccia?” sapendo di avere risposte precise.
Poi, a differenza degli interventi psicologici, un cammino di discernimento vocazionale viene attivato non tanto per gestire o superare un disagio interiore quanto per rafforzare e migliorare la propria personalità (classica la domanda che si fa al Padre Spirituale: “Come posso fare per amare di più?”).
E infine, molto più dello psicologo la Guida Spirituale deve avere e fare sempre presente che chi tocca e fa ardere il cuore dell’uomo è solo ed esclusivamente la Grazia di Dio. E per averla è indispensabile pregare, compiere opere di carità e avere una vita sacramentale regolare.

D.: Un cammino di discernimento vocazionale può essere intrapreso con successo anche da persone deluse e amareggiate del “mondo”, che vogliono staccarsene?

R.:
No. Gesù ha ricordato che i suoi discepoli, i suoi seguaci, pur non essendo del mondo restano nel mondo. Essi devono essere fari che indicano la strada della vita a tutte le genti. Come si può trovare Dio in una vita che non si sopporta? O percepire la vita come dono da condividere quando si odiano i propri famigliari? Perciò, se uno vuole fare un cammino di discernimento vocazionale, deve essere libero da rancori, pessimismo, violenza, affezione al peccato. Non deve nemmeno porre condizioni a Dio o alla Guida Spirituale circa la sua vocazione (“Lei mi deve aiutare a diventare frate! Lo voglio sin da quando ero piccolo! Dio lo vuole!”).
A supporto di quanto appena detto ricordo che P. Amedeo Cencini, a tal proposito, elenca degli atteggiamenti indicativi di un cattiva lettura della vita e quindi anche di un cattivo cammino di discernimento. Anzitutto il distacco, la freddezza, la disattenzione per la propria storia; poi lo sdegno per alcuni episodi capitati; poi la mancanza di gratitudine per il proprio passato; il riconoscere la bellezza solo di alcuni gesti d’affetto o d’amore molto sensibili; il pensare alla vita non come dono ma come a qualcosa che debba essere conquistato con le proprie forze; e, dulcis in fundo, il non riuscire a vedere Dio nella propria vita.

D.: Come si fa a capire invece che si sta “leggendo” bene nel proprio passato? Come distinguere un’esperienza che viene da Dio da quella che invece è semplice frutto di una reazione istintiva? Come si capisce che si sta facendo un  buon discernimento vocazionale?

R.:
Riteniamo che si stia facendo un buon cammino di discernimento vocazionale quando compaiono alcuni atteggiamenti, segni di una buona lettura del proprio passato:
1. La persona riesce a notare collegamenti tra i vari fatti della vita;
2. La persona, introdotta alla lettura biblica comincia a provare il gusto del confronto con essa. Nel testo sacro percepisce Dio che parla di lei e con lei;
3. La persona prova stupore per le cose belle ricevute;
4. La persona prova gratitudine per Dio e per le mediazioni che ha utilizzato (genitori, persone, ambiente, incontri occasionali, incidenti, ecc.);
5. La persona riesce a notare i piccoli gesti d’amore;
6. La persona riesce a commuoversi più per la vita che per la morte (essendo noi fatti per la vita);
7. La persona arriva a considerare la vita come dono;
8. La persona riesce a vedere Dio nelle esperienze e nelle persone che la circondano.

D.: In pratica, la Guida Spirituale cosa ti dice di fare?

R.:
La Guida Spirituale impegnerà anzitutto il giovane a specchiarsi nella Sacra Scrittura e a scrivere le intuizioni spirituali su un “Diario Spirituale”; poi darà spiegazioni e motivazioni spirituali a quegli episodi della vita passata che risulteranno evidenti segni vocazionali; e infine lo inviterà a fare esperienze di carità e di preghiera più intense per mettere alla prova la sua “voglia di amare”.

D.: Può spiegare meglio cosa intende per “scrivere il Diario Spirituale”?

R.:
Certo. Ogni Guida Spirituale, a partire dal buon Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti, per dare maggiore vigore al cammino di un giovane, invita a scrivere il famoso “Diario Spirituale”. P. Amedeo Cencini, nel libro citato (“Dio della mia vita”, Ed. Paoline), ricorda come lo scrivere sia “la forma di pensiero più alta” perché coinvolge di più il soggetto. Scrivere della propria vita è chiaramente faticoso ma costringe l’individuo a rielaborare quanto gli è successo dandogli un senso, una logica che, lì per lì, non sempre appare. Quello che era solo un sentimento istintivo o un’intuizione, ora può incontrarsi con il pensiero. Scrivere con umiltà e pazienza la propria vita, permette di dare solidità a memoria e intuizioni buone; di individuare delle costanti; di trarre conclusioni molto precise. Con il Diario Spirituale si riusciranno ad individuare luoghi ancora oscuri, non salvati (da purificare insieme alla guida spirituale) e ad intravedere la direzione verso cui ci si sta muovendo. Ci si sentirà davvero voluti e sorretti da Dio passo dopo passo nel proprio cammino vocazionale.

D.: Parlando del “leggere” avevo chiesto come si facesse a capire che si stava procedendo bene e lei aveva indicato degli atteggiamenti rivelatori. Ora, adattando la domanda, le chiedo: “Come si fa a capire che si sta scrivendo bene?”

R.:
I segni di una buona scrittura sono:
1. Non si ha paura di descrivere il proprio passato;
2. Si cercano i significati positivi e profondi degli avvenimenti evitando le frasi fatte, superficiali;
3. Non ci si dilunga nel descrivere tutte le sfumature di rancore, gelosia, desiderio di vendetta causati da certe specifiche esperienze;
4. Non ci si abbandona a considerazioni fataliste o scoraggianti ma ci si dimostra certi della propria positività, potenzialità e libertà. Insomma: si è convinti di poter cambiare in meglio.
5. Si tende a personalizzare la storia biblica, a vedervi collegamenti con la propria vita.

D.: E dopo che il giovane è stato aiutato a leggere e a scrivere la sua vita, dovrebbe anche essere aiutato a parlarne…

R.:
Esattamente. Ed è proprio questo il fine del Discernimento Vocazionale: portare il giovane ad annunciare con gioia e con uno stile unico le cose grandi che il Signore ha fatto nella sua vita. Durante il cammino con la Guida Spirituale il giovane acquista sempre maggiore sensibilità alla voce di Dio rivelando anche inclinazioni e aspirazioni riconducibili ad un tipo di vocazione piuttosto che a un’altra.
La Guida Spirituale mantiene sulla retta via un giovane pronto a incontrare Dio.
La Guida Spirituale, come un padre, si impegnerà con amore ad osservare ed insegnare a gestire le reazioni a esperienze di carità e di preghiera specifiche.
Ma solo Dio (al momento giusto che solo Lui sa) svelerà sia al giovane che alla guida, con situazioni ed intuizioni uniche, quale sarà la vocazioni da abbracciare.
L’ultimo, libero “sì” spetterà però al giovane…

D.: Concludendo il nostro discorso sul Discernimento vocazionale le domando: se qualcuno volesse iniziare un cammino vocazionale dove potrebbe trovare un sacerdote/guida spirituale? E come può essere sicuro che sia quello giusto?

R.:
Ogni sacerdote ha le “carte in regola” per essere una guida spirituale. Se però si percepisce che un sacerdote è più accogliente di un altro e lo si “scopre” spesso in preghiera allora si può presumere che, meglio di altri, egli possa agire in sintonia con il Cuore di Gesù, Buon Pastore. Comunque, chiedendo al proprio parroco si potrebbero ricevere maggiori informazioni sul confratello che in diocesi o in zona è maggiormente apprezzato per le qualità di Guida Spirituale.

 

(Intervista andata in onda su Teleradio Padre Pio il 3 e 10 Gennaio 2011)

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