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Padre-Marrazzo_09910 Maggio 2014

Va avanti il processo di Beatificazione del rogazionista Giuseppe Marrazzo

Quei preti pastori “con l’odore delle pecore”

Chi e quanti sono i preti-pastori che odorano di pecora? Sull’immagine colorita, evocata da Papa Francesco, non esistono inchieste, e forse mai ce ne saranno, perché i sacerdoti che vivono per e con la gente sono la maggior parte dei 415.000 sparsi nel mondo, e quasi tutti curano l’ovile senza cercare sponde mediatiche. Talvolta, però, è il gregge a portarli allo scoperto, anche a distanza di anni dalla  morte.



Un esempio: Padre Giuseppe Marrazzo, sacerdote rogazionista, di cui è in corso la Causa di beatificazione. Per circa 50 anni, fino alla morte avvenuta nel 1992, ha dedicato tutto il suo tempo a chi si recava a pregare al santuario Sant’Antonio di Messina, il più frequentato della città. Per l’esercizio non comune che faceva della misericordia era ricercato da persone di ogni estrazione sociale. Nel suo confessionale c’era posto per tutti, anche per coloro che erano stati rifiutati da altri preti. Molti lo paragonavano a san Leopoldo Mandic, il cappuccino che nei primi decenni del secolo scorso esercitò a Padova il ministero della confessione.

Nei giorni scorsi la salma di Padre Marrazzo  è stata portata dal cimitero alla chiesa di cui fu rettore, e tumulata nel loculo che per oltre 60 anni ha custodito le spoglie  di Sant’Annibale Maria Di Francia, fondatore dei Rogazionisti e delle Figlie del Divino Zelo. Oggi Mons.Calogero La Piana, arcivescovo di Messina, renderà onore al “Medico di guardia della clinica spirituale della città”, come uno dei suoi predecessori, Mons. Francesco Fasola, aveva definito Padre Marrazzo, alludendo all’apostolato sacerdotale che svolgeva nella chiesa che il Di Francia stesso aveva fatto costruire, chiamandola “Tempio della preghiera per le vocazioni”.

E poveri erano anche le origini di questo prete pugliese, nato a San Vito dei Normanni nel 1917 da una famiglia di contadini, sesto di nove figli. Ordinato sacerdote nel 1943 aveva capito che la sua missione era quella di dispensare la misericordia di Dio nel silenzio, nell’accoglienza e nell’umiltà. Missione che svolse con tenerezza di padre, toccando i cuori più induriti e servendosi all’occorrenza di tutto, persino di caramelle!

Dal suo diario spirituale e da una biografia, significativamente intitolata “Il prete del popolo”, scritta da Francesco Campanale, traspare l’identikit di un  pastore, che anche nelle omelie cercava con semplicità di trasmettere il valore della misericordia ricorrendo a citazioni di santi, come San Bernardo, S.Alfonso, Santa Teresina del Bambin Gesù, e di uomini di cultura come Foscolo, Voltaire, Metastasio.

Ma l’odore di pecora se lo prendeva soprattutto andando a trovare gli ammalati negli ospedali. Ogni domenica, dopo la messa nell’ospizio di Collereale, si tratteneva con gli ospiti rallegrandoli col suono della chitarra. Si trattava di brani popolari, presi in gran parte dal repertorio di Luciano Tajoli e Claudio Villa, a cui si aggiungevano immancabilmente canzoni sulla mamma. La scelta di quest’ultime non era casuale, dietro c’era una visione teologica in linea con il carisma del Rogate, cioè della preghiera per le vocazioni, proprio dei rogazionisti. “La mamma terrena -diceva- è il prolungamento di quella celeste”. Ne era convinto a tal punto che diede vita al movimento della maternità sacerdotale, a cui ancora aderiscono mamme che si accollano l’impegno non solo di pregare, ma anche di sostenere i sacerdoti come fossero figli propri. Iniziativa preziosa, che poteva scaturire solo dal cuore di un sacerdote che aveva capito quanto importante fosse vivere tra la gente.

(P. Vito Magno su Avvenire del 10 maggio 2014)