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familia-religiosa-in-italiaMarzo 2013

La vita religiosa nella “famiglia carismatica”

Premesse-ambiguità delusioni-speranze

Considerazioni nate dalla “vita” di un gruppo di religiosi/e di sette congregazioni diverse, che a partire dagli anni ’70 si sono variamente impegnati nel proprio Istituto, in scelte di coinvolgimento carismatico con i laici, con esiti presso ché uguali.

Che cosa si intende per famiglia carismatica


Per “famiglia carismatica” si intende l’incontro di due realtà diverse (religiosi/e e laici) che si mettono in rapporto non a senso unico, per la condivisione di un progetto di vita evangelico che dia forma a uno stile di vita connotato dalla spiritualità di un fondatore/trice. Così dicendo non si intende soltanto la visione spirituale, ma anche il senso della progettualità, del leggere insieme le sfide, di orientare le scelte, dell’interrogarsi come “insieme” in rapporto al territorio.
L’essere “famiglia” porta innanzitutto a una comunicazione interpersonale fatta di prossimità, di reciprocità, consonanza, risonanza affettiva. Si tratta di un’intesa comunionale che è più esigente di una generica familiarità; è un’ intesa da rinfrescare poi continuamente, nella consapevolezza che l’essere fratelli è riconosciuto non per un riferimento istituzionale, ma solo dal vivere le stesse istanze, accomunati da una stessa idealità. La “famiglia carismatica” è frutto dell’incontro di domande diverse e convergenti: da parte dei laici c’è una domanda di spiritualità connotata di dimensione laicale, capace di rispondere ai bisogni del tempo. Da parte dei religiosi la “domanda” che incrocia quella dei laici è di far sì che i carismi diventino produttivi di una spiritualità fruibile da un vasto numero di persone, arricchendosi così di laicità, sempre più rivalutata nell’attuale sensibilità ecclesiale; una spiritualità capace di far vivere il Vangelo in termini nuovi.
Da quanto detto appare chiaro che una siffatta famiglia non è da confondersi con un gruppo di spiritualità o un gruppo verso cui il religioso/a si protende per fare dell’apostolato, o di amici simpatizzanti, convocati per incontri festosi (siano essi di preghiera, commensalità, scambio di vedute o cose da farsi insieme), di tanti, da tante parti in cui il più si esaurisce in uno stile di vita simpatico.

Famiglia nella complementarietà di vocazioni per la “compiutezza” del carisma

Per parte dei religiosi e dei laici, partecipare allo stesso carisma significa – assumendone la globalità – condividerlo in qualche suo aspetto, come parte di un tutto con il quale confrontarsi, integrarsi, sistematizzarsi, senza “confondersi”. Il principale costo di questo cammino è costituito dalla fatica di tradurre le diversità di tale binomio in complementarietà.
All’origine ci devono essere dei religiosi e dei laici che abbiano un preciso progetto le cui linee guida consistano nel riconoscersi, identificarsi, incontrarsi per un cammino di vera e profonda fraternità, che renda possibile lo scambio di doni secondo lo specifico di ognuno, a partire dal presupposto che come religiosi non solo abbiamo qualcosa da dare ma anche molto da ricevere, specialmente quello di riesprimere in situazione di “secolarità” il nostro bagaglio spirituale, per il fatto che le risposte date dai religiosi/e non bastano più. Il “carisma”, per poter essere dono alla chiesa nella pienezza delle sue potenzialità, non soltanto “concede spazi” ma necessita di complementarietà.
L’insieme della dimensione religiosa e laicale, maschile e femminile, fa sì che il carisma possa tendere al suo compimento: vale a dire che la ricchezza del carisma si manifesta in pienezza quando si concretizza nei diversi modi di vivere la vita cristiana e fa maturare una comunione di vocazioni. Segno di tale interezza è dato dal sentire che ognuno cresce nell’esercizio dello scambio di doni che sono quelli della laicità e della consacrazione.

Diventare «famiglia» è frutto di una formazione fatta assieme

Per formazione fatta insieme (religiosi-laici) non si intende soltanto istruzione o comunicazione di un prodotto preconfezionato, ma quanto è d’aiuto a trovare i presupposti, i riferimenti, perché la vita venga abitata nelle dimensioni più profonde. Un’ “idea” che nasce da un rilevante bisogno di ricerca di valori, significati della vita, senso della storia delle persone, per diventare progetto di vita ha bisogno di essere in vario modo alimentata con il mettere in comune, con persone consentanee, suggestioni e utopie che possano dare un futuro e un “di più” di senso a ciò che si fa e si è. L’essere insieme è di aiuto nell’interiorizzazione delle esperienze, con attenzione ai necessari equilibri tra il fare e l’essere: senza questo tutto si brucia in fretta. Rendere contenuto della formazione anche i vissuti è più difficile ma più vitale per aiutare a percorrere in tempi proporzionatamente brevi “il lungo tragitto dalla mente al cuore”: questo è l’aspetto affascinante della formazione. Questo era il “sogno” fatto proprio progressivamente anche dai capitoli, che però ha portato, nei fatti, a un investimento solo parziale, di quando in quando, di delega, com’è per tutto ciò che non nasce direttamente dall’istituzione.
A dimostrarlo sta il fatto che il tema della “famiglia carismatica” non è entrato nella formazione curricolare dei giovani religiosi/e per i quali i modelli formativi probabilmente sono ancora in prevalenza legati alla trasmissione di contenuti, conoscenza di metodiche in funzione del ruolo o dello sviluppo e delle sue abilità, meno invece alla comprensione di quello che accade, o sta per accadere o sarebbe bene che accadesse. Capisco che per tutto ciò lo spazio migliore non sia un’ “aula magna”; rimane il fatto che la “cultura carismatica d’insieme” non ha trovato spazi di comunicazione culturale o di elaborazione
di significati. Neppure è andato aumentando l’interesse dei religiosi/e inseriti nel lavoro apostolico non avendo l’istituto investito quanto necessario, prima nella promozione e poi nella ricerca di tempi, a livello provinciale o nazionale che permettessero il confronto, la condivisione di idee e di scelte formative. Ed è così che quasi nessuno dei giovani religiosi che sono usciti dagli studentati e dei religiosi/e delle opere si sono impegnati per una convincente condivisione carismatica tra religiosi-laici per un cammino d’insieme.

Difficoltà di una adeguata traduzione vocazionale del carisma ai laici

Non sono in crisi le vocazioni intese come risposta ad un appello carismatico dello spirito, ma è in crisi la percezione – da parte dei religiosi – della necessità e dovere di trasmettere il proprio carisma ai laici. La situazione è bloccata a monte, per il fatto che l’istituto si considera proprietario del carisma che l’ha fatto nascere e i laici un’appendice. Questo è storicamente spiegabile con il fatto che la dimensione carismatica ha da subito trovato una speciale sintonia con la vr e si sia quasi automaticamente riversata in essa, trovandovi garanzie di radicalità, di vitalità, di organizzazione. Ed è così che il carisma si è riversato nell’organismo ecclesiale in una maniera diseguale, soprattutto perché la laicità era rimasta in stato di minorità essendo, in quel tempo, esclusa dalla “perfezione”. A ciò si aggiunge che un carisma impiantato dapprima in una lunga tradizione di consacrazione fatta di esperienze, di linguaggi, di riflessioni, di testi, di opere attinenti al mondo religioso non può essere semplicemente applicato alla vita laicale, rimanendo il punto di vista quello dell’Istituto, per cui ai laici non rimane che viverlo solo di riflesso.

È tempo che ciò che è stato “fatto proprio” dalla vita religiosa ritorni a tutti.

È ora doveroso ricollocare i carismi nel contesto di una ecclesiologia rinnovata a partire dal credere che il carisma ha una natura primaria che prescinde dalla consacrazione e dalle sue esigenze, perché va a innestarsi nella vocazione battesimale. Il carisma si colloca dove il tronco della chiesa affonda le sue radici, difatti lo spirito li destina all’edificazione della chiesa stessa. Rifondare un carisma oggi deve significare soprattutto riposizionarlo dove diversi stati di vita possono assimilarlo nella forma propria a ogni vocazione personale. Si chiede allora sia ai consacrati che ai laici di ripensare e ri-esperimentare il carisma a quel livello più radicale in cui gli uni e gli altri sono fedeli battezzati, di modo che il carisma possa coincidere con la maniera stessa con cui il fedele cristiano si innamora di cristo e si appassiona all’edificazione della chiesa. Su questa base gli uni e gli altri troveranno la capacità di gustare e incrementare carismaticamente la stessa comunione e la stessa missione. Se questa è la finalizzazione del carisma, per i religiosi/e, lavorare in un’ottica di integrazione con i laici, significa accettare di giocare “fuori casa” perché il punto di convergenza e di incontro non è il carisma d’istituto, ma il carisma di chi è all’origine del carisma.

Un sogno nato circa trentacinque anni fa

Gli anni che vanno dal 1970 al 1975 – penso in particolare a molte congregazioni operanti nel sociale – sono stati un periodo di grande, positiva enfasi degli ideali in particolare di quello solidaristico per il quale il “lavoro” sociale, specie con i giovani, diventava una missione. Erano anni in cui il termine vocazione perdeva la connotazione unicamente religiosa: si diceva “vocazione” là dove c’era una tensione interiore alla ricerca del bene per l’altro, dove si incontravano persone che non avevano paura di mettere in gioco le proprie vite e il proprio benessere. Era questo il modo d’essere e di fare in cui anche l’identità dei religiosi/e si riconosceva, per cui quei laici che intendevano congiungere professione con vocazione, divennero non solo preziosi compagni di strada ma “condividenti” in ordine a un ideale che riproduceva continuamente l’idea di “dono”. È stato il tempo che, all’interno di vari istituti, alcuni religiosi/e intravidero il progetto di essere suscitatori di progetti di vita, attraverso i quali il ritrovarsi comunitario, non fosse soltanto per problemi funzionali alle opere o per affinare efficaci tecniche di intervento, ma come opportunità di incontro vocazionale. Dopo solo pochi decenni, in tutta la società, il clima culturale andò cambiando. Man mano che andava diminuendo il “vocazionale”, a determinare nei laici la scelta di servizio, è stata la scelta “occupazionale”, per cui la dimensione professionale prese il sopravvento, sulle “dimensioni di vita”. Nel contempo, scarseggiando sempre più i religiosi/e, si faceva sempre più critica la gestione delle opere, per cui l’impegno prevalente si è riversato nella specializzazione professionale degli operatori con la conseguenza che ora molti di questi si sentono legittimati dalla professionalità, più che dall’appartenenza a un “mondo vitale”, venendo meno in tal modo molti investimenti di senso. Un po’ per volta ci si è portati – laici e religiosi/e – a guardare le opere, attraverso l’occhio dell’ “utile” con la conseguenza che l’attenzione si è spostata alla dimensione aziendale piuttosto che carismatica. Attualmente il progetto di vari istituti si esprime così: «è tempo di “consegna” delle opere». A chi? Verrebbe da pensare a coloro che laicamente hanno fatto propria la dimensione carismatica per la quale le opere sono nate. Ma guardandoci attorno, “condividenti” se ne vedono molto pochi, avendo gli istituti primariamente investito, in funzione delle opere sui collaboratori in rapporto di dipendenza. Ci si trova ora, con tanta amarezza – è quanto hanno detto 54 religiosi/e di 14 congregazioni – a gustare il frutto aspro delle disattenzioni, delle non lungimiranze, dei non investimenti ideali da parte degli istituti.

(Rino Cozza csj, su Testimoni 1 del 2013)