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missionGennaio 2013

Davanti alla richiesta di nuovi modelli di vita consacrata

La missione forza di rinnovamento

La vita consacrata è oggi alla ricerca di nuovi modelli. Ma li potrà trovare soltanto se a un profondo e radicale ripensamento delle sue strutture, dei suoi progetti e orizzonti, metterà in primo piano la missione, quale esigenza del discepolato.

C’è oggi un’insistente domanda di nuovi modelli di vita religiosa consacrata missionaria in grado di aprire cammini di speranza, in tempi di profondi cambiamenti, crisi e passaggi epocali.
Il contesto attuale della missione non è più lo stesso del nostro fondatore o della nostra fondatrice, né quello degli archetipi della nostra immaginazione e nemmeno quello coraggioso delle epoche relativamente recenti. Al contrario, il paradigma della missione conduce, oggi, la vita religiosa consacrata nel suo insieme a partire dal di dentro, a un profondo, radicale ripensamento delle sue strutture, della sua comprensione, delle sue relazioni, dei suoi progetti e orizzonti.
Per “questa ferma decisione missionaria che deve impregnare tutte le strutture ecclesiali e tutti i piani pastorali” (Documento di aparecida, 365)1 non ci sono ricette, né modelli collaudati e approvati. Ci sono tuttavia alcuni compiti da assolvere con partecipazione e diligenza, nell’assidua ricerca di una costante fedeltà al signore e di un ruolo profetico inedito per la vita religiosa consacrata, nel tempo presente.

Due considerazioni
Anzitutto è necessario fare due considerazioni preliminari.
La prima è una riflessione sul tempo di crisi e di incertezza che stiamo vivendo, segnata dalla diminuzione delle vocazioni, dall’invecchiamento, dalla “anemia evangelica”, dalla mancanza di progetti, dall’irrilevanza sociale, dalla frammentazione dell’identità carismatica. Paradossalmente, questa epoca può essere la migliore per riproporre il progetto originario della vita religiosa consacrata, proprio a partire dalla fragilità storica in cui essa si trova. Al contrario, quando i numeri diventano sinonimo di successo, il riconoscimento sociale è considerato un fine, la missione è misurata in base all’efficienza e alla visibilità, il rischio della vita religiosa consacrata è di cadere nella logica del mondo, di andare incontro a un drammatico processo di “paganizzazione” e di perdere il senso della trascendenza della sua vocazione.
I tempi attuali, pertanto, sono tempi di purificazione e di recupero dell’essenziale. È fondamentale non soccombere alla mediocrità e al compromesso, o alla tentazione di tornare al passato, dal momento che questo passato non esiste più.
La seconda considerazione riguarda la sfida a guardare avanti. La ricostituzione dell’esperienza fondante e della visibilità evangelica della vita religiosa consacrata avviene attorno a tre aspetti essenziali: l’esperienza di dio, la vita fraterna e la missione. Fra questi aspetti c’è una complementarietà e un’unità circolare; la loro disarticolazione “è una delle espressioni più evidenti di questa situazione di frammentazione della vita religiosa apostolica.
Michael amaladoss metteva in guardia, parecchio tempo fa, dal grave equivoco di interpretare in maniera lineare questa unità, cosa che provocherebbe la frammentazione stessa dell’insieme. In altre parole, non ci sarebbe prima un’esperienza di Dio (identità) condivisa e alimentata in un contesto fraterno (comunità) per poi – eventualmente (!) – essere estesa al mondo (missione). Al contrario, la missione alimenta l’esperienza di dio e struttura la comunità, così come la comunità qualifica la missione e l’esperienza di dio, senza un prima e un dopo.

Riscoprire la dimensione teologale della missione
Ecco, allora, che il primo grande compito sta nel riscoprire la dimensione teologale della missione. Il concilio vaticano ii afferma, senza esitazione, che «la chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria» (Ad gentes 2). Il termine “natura” vuol dire “essenza”. La missione, prima di essere “compito”, è “essenza”: è l’aspetto più centrale, la caratteristica più importante che conferisce alla chiesa un’identità, un carattere distintivo.
Questa essenza, continua il decreto Ad gentes «deriva la propria origine dalla missione del figlio e dalla missione dello spirito santo, secondo il piano di dio padre» (cf. AG, 2). In altre parole, la missione viene da dio perché dio è amore, un amore che non si contiene, che si effonde, si comunica e viene da sé. La missione è essenza di Dio, dice riferimento a ciò che dio “è” e non, in primo luogo, a ciò che dio “fa”. Indirettamente, per la chiesa la missione diventa impulso gratuito, dal di dentro verso l’esterno, e ha come origine e fine la partecipazione alla vita divina.
Perciò, come direbbe moltmann, non è la chiesa che “ha” una missione, ma, al contrario, è la missione che ha una chiesa: dio realizza la sua missione mediante l’azione del suo spirito, chiamando la chiesa a partecipare. Ecco il cambiamento di paradigma: la chiesa cessa di essere “missionante” (quella che invia) per diventare “missionaria” (inviata), non più come “padrona”, ma come umile “serva” della missione. In questo modo, partecipando alla missione di dio, nell’essere inviata ai popoli, essa partecipa alla vita di dio, che è vita piena, vita eterna.
Questi fondamenti hanno delle conseguenze immediate per la vita religiosa consacrata, poiché «il contributo specifico dei consacrati e consacrate alla evangelizzazione sta innanzitutto nella testimonianza di una vita totalmente donata a dio e ai fratelli» (Vita consacrata, 76). In un mondo segnato dal secolarismo, dall’individualismo e dal relativismo, la missione della vita religiosa consacrata ha come scopo di manifestare la missione di dio. Se in passato l’attività missionaria era rivolta più a “salvare anime”, oggi potremmo dire che è rivolta a “salvare dio”, annunciando così, la possibilità di un mondo più umano.
Comprendere la missione non come un’attività o necessità storica, ma come essenza gratuita di dio-amore, è il primo passo per un profondo rinnovamento della vita religiosa consacrata. Si tratta di trasferire la missione dall’affermazione della persona o dell’Istituzione alla trasparenza della testimonianza senza pretese, imitando l’esempio di gesù nella sua vicinanza agli altri e ai poveri, per comunicare vita in termini di umanità, compassione e fraternità senza frontiere. Amare umilmente l’umano in tutte le sue manifestazioni e i suoi limiti: questo è divino, gratuito e ricompensa a se stesso.

Articolare il discepolato con la missione
Il secondo compito si riferisce all’eredità della conferenza di aparecida sul discepolato, articolato con la missione. Nel documento finale, i due temi si presentano generalmente in maniera ben coniugata nell’espressione “discepoli-missionari” – senza la “e” di congiunzione – a indicare le due facce della stessa medaglia” (n. 146), in una reciproca e significativa implicazione.
In effetti, discepolato e missione non sono due momenti separati. Salendo sul monte, gesù costituì il gruppo dei dodici perché “stessero con lui” e “per mandarli a predicare” (cf. Mc 3,13-14).Ma questo “rimanere con lui” non vuol dire “stare con lui”, ma “vivere in comunione con lui” (Doc ap, 154), assumendo la sua causa, condividendo in tutto la sua sorte. Pietro rispose con sicurezza alla domanda circa l’identità di gesù “Tu sei il cristo” (cf. Mt 16,16). Ma, subito dopo, il maestro lo chiama satana, poiché il discepolo “stava” con gesù, ma non aveva ancora aderito alla sua missione.
«Ogni discepolo è missionario, poiché gesù lo rende partecipe della sua missione nello stesso tempo in cui lo vincola a sé come amico e fratello” (Doc. ap, 144). Il passaggio dal discepolato alla missione è qualcosa di immediato e viceversa. La missione diviene così la vera scuola per la comunità dei discepoli, nel momento in cui la proposta della sequela di gesù avviene nel cammino della missione.
Tuttavia, anche la missione avviene nel discepolato. Gesù non invia i dodici “maestri”, ma dodici discepoli, apprendisti, “fratelli”: “ma voi non fatevi chiamare maestri” (cf. Mt 23,8). La missione è la gioia di essere degli eterni apprendisti.
Nello stesso tempo, ogni discepolo è chiamato a essere missionario. Il discepolato non è mai un fine in se stesso: è sempre in vista della missione. D’altro canto, la finalità della missione è di “fare discepoli tutti i popoli” (cf. Mt 28,19), ossia, “fare fratelli” , persone che mettono in pratica la parola (cf. Mt 7,21), seguendo la trama del discorso della montagna (cf. Mt 5-7). Infine, missione è far sì che tutti diventino “discepoli missionari”.
Le suggestive implicazioni tra il discepolato e la missione sono ispiratrici di un profondo rinnovamento della vita religiosa consacrata apostolica. Dicono riferimento al cammino formativo e alla finalità della vocazione. Che cosa ha da dire, per esempio, la proposta di gesù di seguirl “nella” missione, alle nostre strutture formative di  “isolamento”? In che modo ripensare la nostra missione come discepoli e non come maestri? La sequela di Gesù ci sta lanciando verso la missione, o il nostro accomodarci è sintomo di mancanza di sequela? Inoltre: la nostra missione è centrata più sul “fare opere” o sul “fare discepoli missionari”?
Un sapiente discernimento su questi interrogativi dovrebbe ricondurci al punto della nostra vocazione.

Dar vita a nuovi modelli di fraternità
Come il paradigma della missione si articola con la sequela così esso si propone come qualcosa di costitutivo anche per la vita fraterna in comunità. La maggioranza dei fondatori e delle fondatrici, per far fronte in maniera appassionata alle diverse sfide per le quali si sentivano attratti, si era dedicata a strutturare comunità e a proporre forme particolari di vita religiosa, in sintonia con la causa e in vista del contesto in cui le persone erano chiamate ad agire. Diversi di essi adottarono modelli della tradizione monastica, adattandoli alle circostanze, molte volte liberandoli dalla clausura, dall’abito, dall’eccesso di pratiche di pietà ecc. In varie occasioni, tuttavia, furono obbligati ad accettare delle strutture che non sempre corrispondevano ai loro carismi.
Sembra chiaro che i differenti contesti di missione generarono varie forme di vita consacrata. Perciò è utile comprendere la missione come la base della vita religiosa consacrata, in cui l’essenziale non è una vita condivisa, ma una missione assunta in comune. Possiamo affermare che questo punto è discriminante tra una semplice “convivenza” e una vera “comunità” di fratelli e sorelle. Ecco, allora, che anche la comunità avviene nella missione. Essa non viene prima della missione come qualcosa di prestabilito: è costituita a partire dalla missione, nella sua esperienza spirituale e nei suoi aspetti concreti e istituzionali. Purtroppo non è questo ciò che avviene. La frattura tra la vita comunitaria e la missione è una delle principali ragioni della profonda crisi in cui si trova la vita religiosa consacrata.
Senza dubbio, anche la missione si qualifica, in maniera decisa, quando avviene in comunità. Il mondo richiede, oggi, una testimonianza di comunione, di fraternità e di dialogo (cf. Vc, 51), non solo come autentico servizio evangelico, ma anche come segno. Perciò, comprendere la missione come progetto comune non è solo una strategia per un’efficacia pastorale, ma è principalmente fedeltà all’imitazione del maestro, che ha voluto la missione in comunità, inviando i suoi discepoli a due a due (cf. mt 10,1-4). In essa si esprime l’impegno fondamentale contro ogni forma di dominio sull’altro, e la pratica assidua della fraternità, come manifestazione di una nuova logica di convivenza universale. La comunione e la condivisione annunciano l’effondersi dell’amore di dio-trinità nelle nostre vite, come un modo nuovo di ripensare le relazioni con le persone, al di là di tutte le frontiere, per trasformare il mondo in una sola famiglia.
In questo modo, il compito da compiere consiste nel dar vita a nuovi modelli di fraternità, a partire dalla missione; nell’articolare non “Progetti comunitari di vita” ma “Progetti comunitari di missione”: nell’adeguare le nostre strutture e relazioni, gli stili di vita, di spiritualità, e i mezzi e i progetti agli orizzonti missionari assunti secondo il proprio carisma.

Uscire dalle nostre opere e dai luoghi comuni
Avviene, tuttavia, che molte nostre presenze apostoliche hanno fatto il loro tempo e hanno già compiuto la loro missione. Per diversi secoli la vita religiosa consacrata ha espresso la sua dedizione alla missione, in particolare ai più bisognosi, per mezzo di istituzioni, come ospedali, scuole, opere sociali di ogni genere, e di competenze legate alla promozione di queste iniziative. Questo conferiva non soltanto visibilità e stima da parte della società, ma anche un’immagine ben definita, assunta dalla vita religiosa con premurosa dedizione.
Oggi la situazione è completamente cambiata. Molte “missioni” dei religiosi/e sono diventate – grazie a Dio –servizi pubblici garantiti dallo stato, quando anche dal mercato. Ciò che si riferisce all’azione pastorale, la dedizione instancabile dei religiosi/e poco alla volta è affidata al clero diocesano e alla stessa organizzazione della chiesa locale, non senza conflitti. È chiaro che niente può sostituire la presenza carismatica della vita religiosa consacrata nella chiesa e nel mondo, dal momento che non può ridursi a una mera esecuzione di ordini né essere confusa con una professione qualsiasi.
Tuttavia, la loro visibilità e “utilità” sociale ed ecclesiale sono seriamente compromesse. L’immagine del maestoso transatlantico incagliato e inclinato sul lato destro, pronto a essere inghiottito dal mare, sembra essere la metafora di molte opere, missioni e strutture, un tempo gloriose, della vita religiosa consacrata. Ora, i passeggeri e l’equipaggio devono uscire in fretta, salire sulle scialuppe di salvataggio e fronteggiare il buio della notte e le turbolenze dell’alto mare.
La missione indica sempre una conversione in termini di uscita. A questo riguardo il documento di aparecida non poteva essere meno esplicito quando parla «di abbandonare le strutture sorpassate che non favoriscono più la trasmissione della fede» (Dap, 365), di «uscire dalla nostra coscienza isolata e di lanciarci, con coraggio e fiducia (parresia) nella missione della nostra chiesa» (Id. 363). Il cammino della missione verso il regno è un cammino nello spirito, che richiede un’opera costante di discernimento, per non confondere la fedeltà al signore con la fissazione in modelli storicamente limitati.
L’esperienza missionaria è sempre segnata dall’itineranza, dallo spogliamento, dalla leggerezza e dalla provvisorietà, da un continuo entrare e uscire, da un esodo pasquale di morte e risurrezione. La missione non getta mai radici da nessuna parte. Anche gesù non ha voluto restare più del tempo dovuto: “è bene per voi che io me ne vada”, ha detto ai suoi discepoli (cf. gv 16,7). La missione richiede di imparare una “ars moriendi”, un’“arte di morire”, una kenosis radicale che nasce dalla compassione, dal desiderio di prossimità, dal dono di sé e da una assoluta gratuità.

Ricollocare le nostre presenze nella logica della stoltezza di Dio
Per un nuovo modello di vita religiosa consacrata missionaria, l’uscita dai luoghi comuni è qualcosa che determina in maniera decisa una nuova identità della comunità e rianima il progetto. Questa uscita indica l’alto mare: “duc in altum”, “verso acque profonde” (cf. lc 5,4). Il mare non è l’ovile del pastore e nemmeno il campo del seminatore. È un luogo sorprendente e sconcertante, il cui orizzonte ci dice che siamo persi. Siamo come naufraghi senza bussola, che guardiamo un cielo senza astri: è il dis-astro della traversata.
Anche così, gesù invita pietro a “gettare le reti” (cf. lc 5,4), a “non temere” e a “pescare uomini” (cf. lc 5,10), ossia “ salvare uomini” dalle acque di una vita egoista ed egocentrica per una vita piena che è una vita donata.
Credere nella parola di un carpentiere, che pretende di insegnare a pescare, è una stoltezza. Più ancora quando il suo messaggio sfida la Legge e il suo agire va contro ogni genere di buon senso: per i suoi familiari Gesù è fuori di sé (cf. mc 3,21), per le autorità è posseduto dal demonio (cf. gv 10,20), molti discepoli lo abbandonano (cf. gv 6,66). Perfino giovanni battista nutre i suoi dubbi (cf: Mt 11,3). Il modo di fare di Gesù sorprende e sconcerta sempre più: egli è tanto dedito alla gente da non poter neppure mangiare (cf. mc 3,20), trascurando i propri interessi, quelli del suo popolo e della sua famiglia che vuole riappropriarsi di lui (cf. mc 3,21). Questa è la stoltezza di dio che confonde i sapienti (1cor 1,27).
Seguire gesù esige una conversione dal modo di pensare umano a quello di dio (cf. mt 16,23): è una metanoia (cambiamento del modo di pensare) di 180 gradi, un riorientamento radicale della propria vita. Con “gli occhi fissi su gesù” contempliamo l’ “archegos” (cf. eb 12,2) “colui che ci sta davanti”, la nostra mente è fissa sull’“apostolo” (Eb 3,1) che “ci precede in galilea” (cf. mt 28,7). Egli sta là “predicando la buona novella del regno e curando ogni genere di malattie” (cf. mt 4,23). Dove si trovano oggi le galilee?
Uno degli interrogativi-chiave per la vita consacrata missionaria è il ricollocamento delle nostre presenze. Non sempre è necessario ristrutturarsi per essere più efficienti. Molte volte, il grande cambiamento è una semplice questione di riposizionamento. Per esempio, una semplice opzione per i poveri, può significare per la vita consacrata un dislocamento fondamentale in termini di percezione e di messa in discussione della realtà dal punto di vista delle vittime, dei crocifissi e di quanti soffrono l’ingiustizia, aderendo di fatto a un progetto di mondo globale più giusto e solidale, che sia in maniera significativa “altro” rispetto a quello che abbiamo sotto gli occhi.

Allargare la missione ad gentes e ad extra
Non potremmo parlare di un nuovo modello di vita religiosa consacrata missionaria se non estendessimo più in là oltre il nostro sguardo e la portata del nostro cammino. La traversata del mare porta i discepoli verso altre sponde, verso le terre degli altri.
L’uscita da sé ha come orizzonte i confini della terra. È sempre un andare “estroverso” oltre tutte le frontiere. Questa universalità non significa “un compito specifico”: riguarda l’essenza stessa e la dinamica della missione. Se la nostra missione fosse geografica, culturale, etnica, sociale o limitata ecclesialmente, e si rivolgesse soltanto a “noi”, essa diventerebbe escludente. giovanni paolo ii, nella sua enciclica missionaria, afferma: «Senza la missione ad gentes la stessa dimensione missionaria della chiesa sarebbe priva del suo significato fondamentale e della sua attuazione esemplare» (Redemptoris missio, 34).
Senza dubbio, le frontiere acquisteranno un significato non puramente geografico, ma anche sociale e culturale (cf rm, 37). Tuttavia, viviamo in un mondo globalizzato che ci sprona ad avere una visione mondiale delle sfide. Oggi, il cristiano è chiamato, per vocazione, più di qualunque altra persona, a essere universale, ossia, una persona che ha responsabilità non solo di sé e della sua comunità, ma sul mondo intero con le sue opzioni, i suoi atteggiamenti, la sua coscienza e i suoi impegni. In un’epoca come la nostra, non è più possibile pensarci in termini regionali, nazionali o congregazionali: sono ormai troppo piccoli.
La passione per il mondo, propria della vocazione cristiana, si esprime nel sentire e vibrare profondamente per l’umanità intera, e nell’essere capaci di compiere gesti coraggiosi e concreti di solidarietà, condivisione e prossimità con gli altri popoli. Solo così diventeremo un segno profetico di una nuova umanità mondiale, fraterna e multiculturale.
La partenza radicale dalla “terra”, dalla comunità, dagli affetti, dai riferimenti culturali, dai beni porta il discepolo a un autentico spogliamento di sé, per diventare ospite nella casa degli altri. C’è da domandarsi se non sia proprio questo tipo di esperienza che rivela la più profonda identità della vita religiosa consacrata. Non a caso il concilio vaticano ii invita tutte le congregazioni di vita religiosa consacrata a interrogarsi «se sono in grado di estendere la propria azione al fine di espandere il regno di dio tra le nazioni; se possono lasciare ad altri alcune opere del loro ministero, per dedicare le loro forze alle missioni; se possono iniziare un’attività nelle missioni, adattando, se necessario, le loro costituzioni (...)» (Ag, 40). E ancora: benedetto xvi ricorda che «La vita consacrata risplende in tutta la storia della chiesa per la capacità di assumersi esplicitamente il compito dell’annuncio e della predicazione della parola di dio, nella missio ad gentes e nelle situazioni più difficili (...) vd, 94.

Promuovere una missione condivisa
Questa missione più esigente ci invita, anche, a una stretta collaborazione tra congregazioni di vita religiosa consacrata. Oggi, la complessità delle situazioni e la complementarietà dei saperi ha reso estremamente difficile un’azione missionaria significativa da parte di uno o dell’altro istituto. Per tutti, è giunto il tempo della inter-disciplinarietà. Gli incontri per una riflessione congiunta e gli spazi di collaborazione fra congregazioni religiose hanno prodotto frutti abbondanti. Non è forse giunta l’ora di fare un passo avanti, per favorire e affrontare una nuova tappa in un comune sforzo intercongregazionale, progettando iniziative di evangelizzazione in risposta alle numerose sfide del mondo d’oggi?
In questo senso, la missione ad gentes e ad extra comincia da gerusalemme, come direbbe l’evangelista luca (cf. lc 24,47), da una conversione a partire dal di dentro della vita religiosa consacrata, che rompe cerchi chiusi, saturi, molte volte monopolizzati da strutture di potere, e si apre, con l’azione dello spirito, alla condivisione, al dialogo, all’altro.
Senza dubbio, il cammino non è facile, ma è possibile e urgente, se pensiamo che lo stesso movimento ecumenico nel secolo xx iniziò con una presa di coscienza ispirata dall’esperienza missionaria: la divisione della chiesa costituiva un ostacolo determinante ell’annuncio del vangelo tra i popoli non cristiani.
A questo riguardo, le congregazioni devono stendere un velo pietoso su alcuni aspetti della storia passata, quando le missioni erano servite spesso per alimentare un certo narcisismo e trionfalismo istituzionale. Le divisioni dei territori e la creazione di colonie spirituali erano diventate, in molti casi, dei “feudi” per amministrare beni e opere delle congregazioni, con un forte spirito corporativista e di competizione, pregiudicando soprattutto la crescita delle chiese locali. Le terre di missione erano diventate così, terre delle congregazioni. il p. paolo manna (Pime), già nel 1929, diceva che gli ordini e gli istituti religiosi, nei territori di missione, «invece di stabilire la chiesa, avevano finito per stabilire se stessi».
La vita religiosa consacrata è chiamata oggi ad assumere in maniera penitenziale questa storia che influenzò negativamente sia le missioni ad extra sia le presenze ad intra del mondo occidentale. Ogni famiglia religiosa ha bisogno di promuovere, puntualmente, un profondo discernimento, cambiare la mentalità e partire da altri presupposti. Ciò esige di ripensare nuove forme di governo, dei processi di formazione iniziale più integrati, progetti condivisi di missione e interazioni di presenza e di servizi che cooperino gradualmente a superare ogni forma di particolarismo, mantenendo, allo stesso tempo, l’originalità di ogni proposta. Se questo nostro tempo è caratterizzato da gravi sfide e rapidi cambiamenti, è anche carico di nuove promesse di futuro.

Rendere tutto questo realmente effettivo
Per giungere ad attuare questi possibili orientamenti, sappiamo quanto richieda sforzo, cammini pedagogici, tempi lunghi, inevitabili frustrazioni: difatti, la teoria è diversa dalla pratica! Tuttavia, il vero discepolo di Gesù si distingue esattamente per la pratica: “Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21).
A questo riguardo Gesù racconta una parabola per denunciare, frontalmente, una vita religiosa fatta di ipocrisia e di menzogna, sia di allora che di oggi. Un uomo aveva due figli e invitò tutti e due a lavorare nella sua vigna. Il primo disse: “no”, ma poi ci andò; l’altro disse “sì”, ma poi non lo fece. Gesù concluse: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” ( cf. Mt 21,31).
Chi è il figlio che disse “no”, ma poi andò a lavorare nella vigna? I pubblicani, considerati dei ladri e sfruttatori, e le prostitute, persone con un’esistenza rovinata dalla scelta di una vita sbagliata. Avevano detto “no” un giorno, ma poi, col passare del tempo, avevano cominciato ad avere misericordia del loro prossimo (Mt 25, 31-46). Il Padre “che vede nel segreto” (Mt 6,4) conosce il loro pentimento e la loro conversione, malgrado la loro reputazione.
Chi è il figlio che rispose “sì”, ma non andò a lavorare?
Sono i religiosi/e che proclamano pubblicamente il loro “sì” a Dio davanti al popolo, ma dopo non mantengono la parola. In questo modo, Gesù smaschera i farisei e i maestri della Legge, ritenuti come dei “giusti”, ma che in realtà “non sono da Dio” (cf. Gv 8,47): sono come dei sepolcri imbiancati che all’esterno sembrano belli, ma dentro sono pieni di putridume.
Questo potrebbe essere un brano perfetto per la celebrazione di una professione religiosa. Esso ricorda ai consacrati/e di oggi che possono diventare esattamente come i farisei di una volta.
Attuare dei compiti che indicano un nuovo modello di vita religiosa consacrata non è opzionale, ma non è nemmeno garanzia della nostra sopravvivenza. Ciò che è in gioco è la scommessa che il Vangelo continui a essere significativo nel mondo plurale di oggi: questa missione è la ragione ultima che ci resta, per la quale impegniamo la nostra vita e la vita delle nostre congregazioni.

(Estêvão raschetti, sx, su Testimoni 21 del 2012)