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EntryBlob.customhandlerDicembre 2012

Considerazioni sul tema della formazione

L’identità e l’appartenenza

Il rinnovamento conciliare ha segnato profondamente la vita consacrata, soprattutto nel campo della formazione. come deve essere oggi una formazione seria e impegnata che tocchi le profondità della persona.
In occasione dei suoi 40 anni di vita, l’istituto teologico per la vita consacrata (claretianum) ha predisposto nel suo annuario “claretianum itvc” un ampio corpo monografico dedicato alle principali materie che costituiscono l’ossatura dello studio della vc. offriamo ai lettori una sintesi del contributo di don Giuseppe Roggia.
Gli ultimi 50 anni, per quanto riguarda la formazione alla vita consacrata, sono stati uno straordinario kairòs di Dio, dopo la straordinaria assise del vaticano ii. sono nate le ratio, i corsi per formatori /formatrici; c’è stata una buona messa a punto delle fasi formative, con impianti e attrezzature molto efficienti e di qualità.
tuttavia, dopo tanto impegno e organizzazione, l’attuale situazione mostra che le vocazioni non sono aumentate; l’emorragia degli abbandoni vocazionali è continuata, anzi accresciuta; l’autenticità di vita dei consacrati e delle consacrate non ci ha guadagnato molto. si continua a curare e coltivare molto la struttura; si predilige ancora una formazione di gruppo rispetto a quella personalizzata; ci si preoccupa soprattutto di far passare la persona in tutto il tragitto programmato... ma il tutto, per lo più, si è fermato all’esterno, senza entrare in profondità nella formazione.
ci chiediamo: qual è la preoccupazione dominante dell’impegno formativo? l’adeguamento alla ratio, lo studio e la professionalità, la gestione delle opere, la qualità della vc? nei processi formativi si parte dai valori o dalla situazione?
Il rischio, nella formazione, è di fare un complesso lavoro di maquillage, senza affrontare i veri problemi; e così, inevitabilmente, si raccolgono tante illusioni.
che cosa significa, nel contesto attuale, una formazione adeguata? che formatori e formatrici vogliamo preparare: comunicatori di dottrina? vigili dell’osservanza e dei comportamenti? fratelli e sorelle maggiori che camminano con i giovani nell’unica sequela del signore?
la formazione implica un impegno personale dei formatori stessi. le varie conoscenze sono necessarie, ma sono sufficienti? la formazione non è, in ultima analisi, un fatto di coscienza, di vita spirituale, un lavoro su se stessi, autentica esperienza dello spirito, per sviluppare la vita profonda mantenendo il baricentro interiore?
l’educazione e la formazione costituiscono uno strumento di presa di coscienza e uno spazio di apprendimento della responsabilità individuale e collettiva, ma, per esser questo, come deve funzionare?

Identità e appartenenza
i problemi della formazione oggi sono tanti a causa delle crisi di sempre e di crisi inedite per il trapasso culturale che stiamo vivendo. se volessimo trovare il comune denominatore di tutte, dovremmo parlare di identità e appartenenza: «chi sono io nella vc? di chi sono, a chi appartengo?». due interrogativi che diventano sempre più pressanti nella mente e nel cuore di ogni consacrato/a. e troppo spesso le risposte sono un dramma per i consacrati giovani – ma sempre più anche per gli adulti, poiché vanno a incagliarsi duramente nel senso stesso della vc, soprattutto in questa stagione storica. abbiamo tutti un nome e un cognome, che dicono immediatamente la nostra identità e a quale famiglia apparteniamo. chi siamo e a chi apparteniamo nella vc, invece, non è un dato immediato e deve essere sviluppato attraverso la formazione.
non basta sapere teoricamente chi si è, men che meno basta un’appartenenza giuridica all’istituto. occorre sentirselo dentro come elemento agglutinante di sé, come spina dorsale che dà senso alla propria esistenza e alla propria storia. se questa identità viene data solo dall’esterno, dall’immagine sociale, dall’indice di apprezzamento e di stima, la persona sarà come una canna al vento e andrà continuamente alla ricerca di qualcosa e qualcuno che lo definisca, ma senza risultati soddisfacenti.
per chi è chiamato alla vc, la realtà del carisma ha un ruolo determinante per la comprensione e lo sviluppo della propria identità. e, prima del contenuto concreto e delle varie sfaccettature carismatiche, risulta importante avere compreso la funzione stessa del carisma stesso nella propria vita. non si tratta semplicemente di una specie di fondale di palcoscenico, sul quale si recita la propria esistenza, o una nobile tradizione da conservare. è invece una proposta dettagliata di vita, che abbraccia tutti gli aspetti della propria esistenza e che la persona trova corrispondente a ciò a cui è chiamata a essere. è la modalità con cui si viene afferrati da cristo, è la propria piena identità attuale e anche ideale, qualcosa di fermo e di stabile, che non può cambiare, pena la dissoluzione anche della propria persona, sia dal punto di vista spirituale che umano. non può essere solo una cosa da noviziato, vissuta con tanta emozione e sentimentalismo e subito dopo riposta nel cassetto dei ricordi per dedicarsi ad altre cose più interessanti. deve essere la spina dorsale di tutto il servizio formativo, capace di imperniare tutti gli ambiti della formazione: il cammino di maturazione umana, la vita nello spirito, la formazione intellettuale, le esperienze di attività apostolica e di missione. se si ha una vocazione consacrata, la propria identità non può che essere tutta carismatica.
in questo modo e percorrendo questa linea, ci si collega con la realtà dell’appartenenza.
non esiste identità senza appartenenza, perché il senso di identità postula sempre un riferimento ad altri, con un tipo di relazione vitalizzante che nutra ciò che uno è ed è chiamato a essere. diversamente, si soffoca nel narcisismo.
per comprendere se stessi non si può prescindere dalla presenza e dalla relazione con le persone che vivono lo stesso carisma, che non è affidato a un singolo, ma a un gruppo carismatico. il tu ed il noi carismatico sono essenziali alla persona a tal punto che non è possibile giungere alla santificazione personale e alla piena realizzazione di sé, se non attraverso questo tu e questi noi.
il carisma, dono dall’alto per la propria identità, è dono condiviso con altre persone. e ciò fa diventare fratelli con un legame più forte della carne e del sangue, introducendo la persona in una storia evangelica. e poiché il carisma è un dono per il bene e la salvezza degli altri, non solo per la propria autorealizzazione, diventa missione specifica, con tutta la passione e l’inquietudine che deve generarsi in chi lo possiede. in tal modo la persona consacrata “appartiene” a un istituto, attraverso una duplice consegna: si consegna ad esso e, al tempo stesso, l’istituto si consegna alla persona.

Il compito formativo
nella vc l’equilibrio, che porta la persona a vivere in pienezza, si gioca tra la maturità dell’identità personale e la coscienza di appartenere al signore e alla chiesa attraverso la propria famiglia religiosa. se questo non avviene, il carisma decade: alla dignità e alla bellezza della vocazione subentra il non senso, che può presentarsi come formalismo o abbandono, comunque come fragilità vocazionale.
questa è un persistente stato di debolezza e inconsistenza, che porta a vivere, per lo più, in modo frammentato o nel lasciarsi vivere sballottati tra le onde degli umori personali, dell’ambiente e della moda. tutto ciò diventa insoddisfazione di fondo, incoerenza, instabilità di carattere, infantilismo, senso di inferiorità, superficialità del comportamento e mancanza di responsabilità e di realismo nel quotidiano. una chiusura in sé e sui propri interessi immediati.
occorre un cammino costante di formazione, che nutra una circolarità di crescita tra la propria identità e l’appartenenza solida e solidale all’istituto. un’identità che irrobustisce l’appartenenza carismatica e un’appartenenza che alimenta l’interiorizzazione del carisma. su quali elementi fare forza per continuare a formarsi nell’identità e appartenenza? proviamo a elencarne alcuni.

Esperienza integrante e mistica
la formazione deve essere un’esperienza integrante.
per prendere coscienza che identità e appartenenza sono la spina dorsale della struttura personale e della propria crescita, bisogna sempre tenere sott’occhio e in tensione positiva – libera non costretta – il progetto di dio come vocazione, la propria unicità personale e le esigenze concrete del carisma dell’istituto: tre dimensioni che devono armonizzarsi. ciò chiede di plasmare gesti, parole, pensieri, desideri, attività, affinché siano la risultante armonica di queste tre dimensioni. questa è ascesi a tutti gli effetti, non vista come antipatica imposizione dall’esterno, ma come esigenza personale convinta e coerente. comportamenti, atteggiamenti, sensibilità, aspirazioni, impegno, riflessione devono scaturire dal circolo virtuoso tra identità e appartenenza. la formazione deve essere un’esperienza mistica.
l’ancoraggio del circolo virtuoso appena descritto sta nell’esperienza mistica che il signore ha fatto sperimentare al fondatore/fondatrice, via carismatica di santità e di costruzione del regno di dio. una rivelazione nella quale il consacrato è invitato a entrare perché percepisce che la stessa rivelazione dà senso alla sua stessa vita e può essere condensata nell’espressione di isaia: «tu mi appartieni » (is 43,1). è il mistero dell’incontro personalissimo con il signore, che ha dato il via, fin dal battesimo e poi nella professione religiosa, all’avventura della propria identità e appartenenza. ed è proprio il coltivare con assiduità e profondità questo rapporto con dio, in un vero innamoramento con lui, che offre le credenziali necessarie all’esperienza integrante di cui sopra.

Esperienza fraterna e apostolica
la formazione deve essere un’esperienza fraterna.
con la professione religiosa il consacrato si è consegnato a una fraternità carismatica, perché lo accompagni alla piena realizzazione della sua esistenza nella santità. un’istituzione è una storia di fragilità e di santità, che deve fare tutt’uno con la propria storia di santità e debolezza. con questo atto egli si affida alla comunità, come la comunità si affida a lui, per essere, a tutti gli effetti, la propria famiglia. da quel momento la santità, la giovinezza o la debolezza di questa famiglia consacrata dipenderà anche da lui e dovrà sentirsi responsabile in concreto della crescita di ogni fratello. dovrà farsi carico anche della debolezza e del peccato dei suoi fratelli e accettare di essere condizionato da chi gli sta accanto.
si tratta di un legame familiare fatto di accoglienza incondizionata e continua, del prendersi cura dell’altro nella concretezza quotidiana attraverso un servizio umile. è il test immediato della qualità del senso di appartenenza e di identità carismatica che egli ha maturato. in tal modo, la stima e l’amore per il proprio istituto diventa affetto sincero per la comunità così com’è, con tutti i pregi, le risorse e i limiti.
la formazione deve essere un’esperienza apostolica.
se oggi è in crisi la creatività apostolica dei nostri istituti, il motivo principale è da ascriversi a una debole identità e appartenenza dei consacrati. non si sa più cogliere quella genuinità carismatica che brillò nei fondatori e che si dovrebbe percepire come forte passione per cristo e per la chiesa, nello stile tipico del proprio istituto. una debole identità e appartenenza si manifestano attraverso numerosi indicatori: scarso spessore culturale dei consacrati con incapacità di saper leggere la situazione di oggi e i segni dei tempi, e quindi saper proporre linee di risposte adeguate; riduzione della missione alla gestione materiale e affannosa di opere e di servizi benemeriti ma poco rispondenti alle urgenze contemporanee; preoccupazione emergente di volere ricuperare spazi e ruoli, che si sono perduti in questi anni, piuttosto che rispondere creativamente al progetto della nuova evangelizzazione. quest’ultima non riguarda solo la vecchia europa, e deve diventare un nuovo stile di missione, attraverso proposte e risposte positive all’uomo di oggi; una conversione pastorale di maggior coinvolgimento con la chiesa locale, con gli altri istituti sul territorio e con i laici; un grande rispetto per la società e il mondo, soprattutto i nuovi linguaggi, i nuovi mezzi tecnici, la simpatia e l’avvicinamento a tutti, in particolare i lontani, gli indifferenti, i fedeli di altre religioni e i non credenti.
tutto questo esige un rinnovato dono di sé, in una circolarità costante, dall’amore che si riceve all’amore che si dona, per tornare al padre “consumati” dopo aver compiuto la propria parte. questi sono infatti i segni di una identità e appartenenza mature e feconde.

(da Testimoni 19 del 2012)