Stampa
Visite: 1934

Hildegard_01Novembre 2012

Ildegarda di Bingen, proclamata dottore della Chiesa

L’universo come una sinfonia

Monaca benedettina, fondatrice, predicatrice, pittrice, musicista, cosmologa, poetessa, drammaturga, naturalista, filosofa, consigliera di pontefici e vescovi, principi e imperatori.
L’apertura della XIII assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi su «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana» ha avuto una cornice d’eccezione domenica 7 ottobre, con la proclamazione come «dottori della Chiesa» di san Giovanni d’Ávila, sacerdote diocesano spagnolo e santa Ildegarda di Bingen, monaca benedettina tedesca e quarta donna dottore della Chiesa dopo Teresa d’Avila, Caterina da Siena (proclamate nel 1970 da Paolo VI) e Teresa di Lisieux (proclamata nel 1997 da Giovanni Paolo II). Lo stesso Giovanni Paolo II, in una lettera per l’ottocentesimo anniversario della morte di Ildegarda, la definì la «profetessa della Germania», la donna «...che non esitò a uscire dal convento per incontrare, intrepida interlocutrice, vescovi, autorità civili, e lo stesso imperatore Federico Barbarossa».
Accostarsi alla vita e alle opere dei santi è sempre occasione di arricchimento: ciò è ancor più vero nel caso di santa Ildegarda di Bingen, che ha saputo coniugare una non comune esperienza religiosa con un’intelligente attenzione ai fermenti culturali della sua epoca ( XII secolo, al culmine del Medio Evo europeo) e con un’appassionata partecipazione alle vicende sociali, ecclesiali e politiche. Fu il secolo di san Bernardo e di Abelardo, delle crociate e dei comuni, di Papi e antipapi, del romanico e del gotico, di santi e di eretici. La cultura si incontrò con la filosofia e le scienze orientali.

Doti straordinarie fin da bambina
Ildegarda nacque a Bermersheim vor der Höhe, vicino ad Alzey, nell’Assia-Renana, da nobili genitori, Ildeberto e Matilda di Vendersheim, nell’estate del 1098, un anno prima che i crociati conquistassero Gerusalemme. Il nome Ildegarda significa proprio “protettrice delle battaglie”. Ultima di dieci fratelli, manifestò fin da bambina un’acuta intelligenza, insieme a una salute instabile; anche la sua natura di visionaria comparve molto presto, come lei stessa racconta: «Nel mio quinto anno di vita vidi una luce così grande che la mia anima ne fu scossa, però, per la mia tenera età, non potei parlarne...». Inizierà a parlare e a scrivere delle sue visioni solo intorno al 1136, ormai quarantenne. È probabile che l’osservazione delle straordinarie doti della bambina abbia determinato la decisione dei genitori di affidarla, all’età di otto anni, alla maestra Giuditta di Sponheim che si era appena ritirata in clausura presso il monastero benedettino di Disibodenberg, vicino a Bingen.

Benedettina e profetessa
Giunta all’adolescenza Ildegarda decise liberamente di consacrare la sua vita al servizio di Dio; a sedici anni pronunciò i voti perpetui dell’ordine benedettino nelle mani del vescovo Ottone di Bamberg. Per oltre trent’anni Ildegarda visse nella solitudine del piccolo monastero. Da lì riuscì, nonostante le difficoltà, a fondare altri due monasteri: uno sul Rupertsberg (1150), che durante la Guerra dei trent’anni (1632) fu distrutto dagli svedesi, e l’altro a Bingen am Rhein (1165) considerato ancora oggi il monastero che rappresenta la continuità ideale con santa Ildegarda. Tra la fine del 1158 e il 1170, Ildegarda non mancò di portare la sua parola, fatto straordinario per una donna, fuori dal suo convento. Compì quattro grandi viaggi in numerose città della Renania e nel sud-ovest tedesco, predicando nelle cattedrali di Colonia, Treviri, Liegi, Magonza, Metz e Werden. Parlò nei conventi e nelle piazze delle città, predicò contro la decadenza della società, soprattutto del clero. Sfidò pure con parole durissime l’imperatore Federico Barbarossa, quando oppose due antipapi ad Alessandro III. Le 390 lettere sono la testimonianza di una fitta corrispondenza con i grandi della sua epoca. Maura Böckeler, benedettina e studiosa della vita di Ildegarda, scrive: «È così che si svolse la missione d’Ildegarda nella Chiesa del suo tempo. Alla fine ella non è altro che l’eco vivente della riforma di Gregorio VII, già monaco di Cluny; e questa eco irrompe da un cuore ardente e da un’anima toccata dallo Spirito. In tempi in cui l’amore si raffredda, lo Spirito di Dio riesce sempre a risvegliare uomini e donne, che come il vento di Pentecoste, soffiano il fuoco, caduto dal cielo dentro di loro, su tutta la terra».
Una notte la luce risplendette di nuovo in lei e le annunciò il giorno in cui sarebbe stata liberata dal peso del corpo. Tranquillamente Ildegarda si preparò alla morte, che avvenne nel giorno che le era stato predetto, il 17 settembre 1179, dopo che tutte le monache da lei radunate ebbero intonato, per un suo ultimo desiderio, canti nuziali. Fu sepolta nel monastero di Rupertsberg. Quando il monastero fu distrutto e bruciato dagli svedesi, i monaci benedettini portarono le reliquie nella cappella del priorato di Eibingen, dove tuttora si trovano.

Il cosmo, l’uomo e la storia
Al centro del pensiero teologico e spirituale di santa Ildegarda c’è la creazione. La creazione, però, non è soltanto natura intesa nel senso moderno, poiché rimanda sempre al suo autore, Dio il Creatore, che, per il suo amore incomparabile per l’esistenza creatrice, ha voluto porre l’uomo al centro della creazione. Questo comporta anche il rischio che l’uomo possa fallire e finire con lo strumentalizzare la creazione. Ildegarda non vede mai l’uomo e il mondo, il corpo e l’anima, la natura e la grazia, come fenomeni isolati. L’antropologia è fortemente legata alla cosmologia e, di conseguenza, anche all’ecologia. L’intera creazione traspare ripetutamente dal nesso vivo tra tutti i fenomeni, “armonia” con la quale le creature si relazionano l’una con l’altra fino a completarsi. La concezione unitaria del creato è ricca di implicazioni per l’attività scientifica e medica di Ildegarda. Non è possibile conoscere la struttura dell’uomo separatamente dalla struttura del cosmo: esse sono compenetrate e rette da una radicale analogia derivante dall’avere una causa comune, la Trinità. Tutti gli elementi del creato si riflettono nell’uomo e l’uomo si riflette negli elementi, potendo contribuire a una maggiore o minore armonia dell’universo. Questa stessa concezione ha sorretto l’attività di assistenza e cura di malati che Ildegarda ha svolto assiduamente: dispensando consigli e indicazioni pratiche, stilando ricette di farmaci e medicamenti, assistendo direttamente religiosi e laici infermi. Secondo il tipico approccio medievale, salute del corpo e salvezza dell’anima sono strettamente correlate; del resto l’una e l’altra sono indicate, in latino, dall’unica parola salus; così nelle sue opere, la medicina è concepita essenzialmente come una terapia che aiuta a vivere come piace a Dio.
Anche il senso e lo scopo della storia umana furono problemi profondamente meditati da Ildegarda. Per lei la storia è il dramma del contrasto tra Dio e il suo avversario; un dramma che si svolge nello spaziotempo della terra e che si conclude solo quando Dio vince definitivamente il nemico suo e dell’uomo. La storia di ogni uomo è la sequenza di episodi piccoli e grandi, carichi di tensione e di sorprese a causa della libertà dell’uomo, della infinita misericordia di Dio e dello spazio lasciato da Dio stesso alle forze del male. Ildegarda non chiude gli occhi davanti al male e al peccato che portarono tanta distruzione e disarmonia nel creato. Per questo combatte anche per la difesa del corpo umano e della donna, contro il movimento eretico dei catari.

Conoscenza come cammino di illuminazione
La conoscenza è per Ildegarda un cammino di illuminazione che la impegna nel compito di trasmettere quanto ascolta e vede, non solo agli uomini del suo tempo ma anche alle generazioni future. Per questo la sua prima opera ha come titolo Scivias, Conosci le vie (1141-1151), cioè guarda, scruta le vie divine, presta attenzione a tutti i percorsi, rettilinei e contorti, a tutte le circostanze nelle quali Dio ti viene incontro.
Altri due scritti in particolare contengono le visioni di Ildegarda: il Liber Vitae Meritorum (1158-1163), il libro dei meriti della vita, e il Liber Divinorum Operum (1165-1174), il libro delle opere divine. Quest’ultimo libro con le visioni cosmologiche è considerato il capolavoro della sua mente creativa: l’uomo “splendore di bellezza e di luce” è rappresentato come il nucleo centrale di un cosmo a cerchi concentrici, abbracciati da Dio uno e trino.
Tra il 1150 e il 1160 presero corpo i suoi scritti sulle scienze naturali e sulla medicina; opere che rappresentano una raccolta di esperienze popolari, eredità classica e tradizione cristiana. Un’analisi attenta e libera da preconcetti, sa rintracciare, tra le pieghe di un linguaggio immaginifico, suggerimenti e indicazioni che toccano il cuore delle questioni più dibattute nelle scienze fisiche, chimiche e biologiche.
Esistono anche scritti minori, come le spiegazioni della Regola di San Benedetto, dei Vangeli e del Credo, risposte a questioni teologiche, vite di santi, ma soprattutto una complessa opera lirica-musicale.

Armonia e sinfonia
Le sue poesie e canzoni sono spesso state tradotte e, in parte, pubblicate con il titolo di “sinfonia”. Simphonia è un concetto chiave nell’universo spirituale di Ildegarda, che usa per indicare non solo l’armonia dei suoni creati dalle voci e dagli strumenti, ma anche l’armonia celeste e l’armonia intima dell’uomo. Secondo Ildegarda l’anima umana è sinfonica e questa caratteristica si esprime sia nell’accordo fra anima e corpo sia nel far musica. Ildegarda, in musica come nelle altre sue opere, fa propri gli elementi della cultura del suo tempo, il canto gregoriano in questo caso, ma ne infrange i limiti. Oltre che per le necessità della vita comunitaria, la composizione musicale serve ad Ildegarda a dar corpo alle sue intuizioni e a comunicare i contenuti della sua esperienza mistica. Così si esprimeva Benedetto XVI quando nel 1994 fu invitato a un simposio internazionale su Ildegarda di Bingen: «Oggi Ildegarda si presenta a noi in tutta la sua universalità audace. Ci sentiamo attratti dall’attenzione che ella presta alle forze risanatrici della creazione, e dalle sue molteplici doti artistiche, ma soprattutto dalla sua intensa predicazione della fede; la sentiamo dunque vicina come donna che ha amato Cristo nella sua Chiesa senza alcuna ingenuità e senza timore. Anzi, proprio grazie al suo contatto con il mistero di Dio fu in grado di dire la parola giusta alla sua epoca, in tutta libertà e senza alcun timore. Nella crisi dell’uomo d’oggi, Ildegarda ha ancora molte cose importanti da dirci. Il messaggio di Ildegarda nella sua immutata attualità possa essere ascoltato e compreso di nuovo».

(Anna Maria Gellin, su Testimoni 18 del 2012)