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sacarmentinasNovembre 2012

P. Stefano Camerlengo ai missionari della Consolata

Una gioia che diventa missione

 

Mentre oggi si parla molto di crisi, si parla invece poco della gioia.
Ma è questo il primo annuncio che la Chiesa e i missionari devono portare al mondo.
La gioia è l’anima della missione, è una gioia che viene dalla fede.

Una delle parole che ricorrono più di frequente nell’attuale momento che stiamo attraversando è “crisi”. Se ne sente continuamente parlare dovunque: crisi economica, politica, sociale, etica, istituzionale... Lo stesso termine ricorre anche quando si parla della Chiesa e della vita consacrata: crisi di fede e di credibilità, crisi di vocazioni, crisi di modelli e così via. Ci sarebbe da deprimersi se non credessimo alle parole rassicuranti di Gesù: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” (Mc 4,40).
Stranamente invece è quasi scomparso dai vari interventi il termine “gioia”, che pure sta al cuore del messaggio del Vangelo e indica uno degli atteggiamenti più caratteristici della vita cristiana. Non per nulla l’apostolo Paolo esortava i Filippesi: “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti... Il Signore è vicino” (Fil 4,4.5).
Fa piacere pertanto leggere nel numero di giugno 2012 del Bollettino ufficiale dell’Istituto Missioni Consolata, la lettera che il superiore generale, p. Stefano Camerlengo, ha scritto ai suoi missionari, in occasione della Pasqua, intitolata Missionari gioiosi e attivi, esortandoli a essere messaggeri di gioia. Per rendere convincente questo invito, egli ha tratto abbondantemente ispirazione dalla Bibbia, dalla liturgia, dall’insegnamento della Chiesa e dei santi e dagli scritti e ricordi riguardanti il fondatore, il beato Giuseppe Allamano, il quale era solito ripetere ai suoi religiosi: «Non voglio dei melanconici! Voglio gente allegra»; «l’allegrezza è una virtù che bisogna avere perché il Signore ama e predilige gli allegri», ed era suo desiderio che l’opera missionaria avesse di mira di rendere le persone evangelizzate «più felici su questa terra».
Padre Camerlengo cita in proposito anche quanto ebbe a scrivere Paolo VI nella Evangelii nuntiandi: «Possa il mondo del nostro tempo che cerca ora nell’angoscia ora nella speranza, ricevere la buona novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del vangelo, la cui vita irradi fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia di Cristo, accettino di mettere in gioco la propria vita affinché il Regno sia annunziato e la Chiesa sia impiantata nel cuore del mondo» (EN 80). E nella Redemptoris missio: «La caratteristica di ogni vita missionaria autentica è la gioia interiore che viene dalla fede. In un mondo angosciato e oppresso da tanti problemi, che tende al pessimismo, l’annunziatore della «buona novella» deve essere un uomo che ha trovato in Cristo la vera speranza» (RM 91).

Il primo motivo di gioia, scrive il padre, deve derivare dal fatto di «essere missionari della Consolata».

 

In effetti, «come non si può essere portatori del “Lieto annuncio” nella tristezza, così non si è Missionari della Consolata senza recare consolazione dove c’è solitudine, desolazione, mancanza di speranza e di fiducia nel futuro».
La radice profonda di questa gioia e della missione si trova nell’incontro con il Signore. Infatti, «tutti coloro che ne sono venuti a contatto durante la sua vita terrena si sono riempiti di gioia. Anche nella vita umana la gioia sgorga quando facciamo esperienza di essere amati. Pure per Gesù “il segreto della gioia è l’amore ineffabile di cui egli sa di essere amato dal Padre. È una presenza che non lo lascia mai solo”» (Paolo VI, Gaudete in Domino, 3).
Ampliando i riferimenti a Gesù, p. Camerlengo rileva: «Quando qualcuno si piega con gratuità e amicizia verso di noi e sa ascoltarci e capirci, allora sentiamo sorgere spontanea in noi la gioia: è come la rugiada che si posa rinfrescante e delicata sul filo d’erba. Si pensi alla gioia della Samaritana in quell’ascolto a mezzogiorno al pozzo di Sicar (Gv 4, 5-26, di Bartimeo, il cieco guarito da Gesù (Mc 10, 46-52), di Zaccheo (Lc 19,1-10), o di Pietro che, dopo aver rinnegato Gesù sente su di sé il suo sguardo d’amore e di perdono (Lc 22,54-62)». E altri esempi.
E il beato Allamano nelle sue lettere, sia in quelle scritte ai singoli e sia in quelle collettive, ripeteva spesso: “Coraggio, coraggio nel Signore e nella Consolata”. Ed esortava spesso i suoi missionari e missionarie «a tenere gli occhi rivolti al paradiso per trarne motivo di speranza, forza e coraggio per il proprio impegno nel mondo», senza per questo «sognare, cullarsi in illusioni, in proiezioni future” ma fondando invece «la propria fiducia sulla roccia. «Lasciarsi andare allo scoraggiamento, diceva l’Allamano, è “perdere tempo” perché ci si rinchiude nelle proprie angustie. È “fare torto a Dio perché si mostra di non fidarsi di lui”, mentre a lui “piace tanto che confidiamo nella sua bontà e misericordia”». In effetti, confidare nel Signore «è una componente della gioia che si fonda sulla fiducia in Dio».

La gioia deve portare, per un impulso interiore spontaneo, alla missione. Bisogna, sottolinea p. Camerlengo, che facciamo nostra la preghiera liturgica: «Il tuo aiuto Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura».
Ci sono numerosi esempi nei Vangeli che parlano della gioia di donare e portare agli altri la grazia ricevuta. Il primo è quello di Maria che, una volta ricevuto Gesù nel suo grembo verginale, si fa missionaria, si mette in cammino per portarlo nella casa di Elisabetta, quale «icona della Chiesa che instancabilmente cammina e deve camminare nel mondo, e in fretta con la sollecitudine di Maria, per portare a tutti e in ogni luogo il Vangelo». Così, prosegue il padre, «i pastori del Natale, i magi, la samaritana, Zaccheo, i discepoli di Emmaus sentono impellente la necessità di comunicare agli altri la pienezza della gioia che è scaturita in loro. Gesù stesso dà questa consegna alle donne che lo hanno incontrato dopo la sua risurrezione: “Andate a dirlo”. Il loro grido gioioso e quello di altri testimoni dello stesso evento è sempre: “Abbiamo visto il Signore”. E nel grande mandato di Gesù agli Apostoli prima di ritornare dal Padre, “andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura”, aggiunge: “Ecco io sarò con voi tutti i giorni”... è così sempre, fino ad oggi. Giovanni Paolo II si augura che il Risorto “ci trovi vigili e pronti per riconoscere il suo volto e correre dai nostri fratelli a portare lo stesso grande annuncio (Novo millennio ineunte, 59). E aggiunge: “come i pellegrini di duemila anni fa, gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di “parlare” di Cristo, ma in certo senso di farlo loro “vedere” perché ne hanno fatto esperienza”» (NMI, 16).
«Chi ha gli occhi pieni di lui – commenta p. Camerlengo – arde dal desiderio di farlo conoscere agli altri. Questa è la nostra vocazione». Lo è in particolare riascoltando «un’altra pressante esortazione di Giovanni Paolo II: ”non possiamo restarcene tranquilli, pensando ai milioni di nostri fratelli e sorelle, anch’essi redenti dal sangue di Cristo, che vivono ignari dell’amore di Dio. Per il singolo credente, come per l’intera Chiesa, la causa missionaria deve essere la prima, perché riguarda il destino eterno degli uomini e risponde al disegno misterioso e misericordioso di Dio”».
Tutto questo, «diventa ancora più pressante se consideriamo la situazione attuale evidenziata in vari modi, compreso il prossimo sinodo dei vescovi e l’anno della fede sulla urgenza di una nuova evangelizzazione e della rievangelizzazione di quanti hanno rinnegato o dimenticato il dono della fede. Per i missionari occorre occorre anche studiare, fermentare le idee, elaborare progetti di evangelizzazione, di confronto con i lontani dalle nostre convinzioni religiose, come nel “cortile dei gentili”. In ogni caso, “andare” anziché aspettare che le persone vengano nei nostri ambienti spesso agibili a orario e magari aperti quando gli altri lavorano e sbarrati quando essi potrebbero cercare...».
«Essere missionari oggi, prosegue p. Camerlengo, comporta uscire dal tempio e dall’ovile, per ascoltare, capire, mettersi in sintonia con la ricerca di Dio, anche se inconscia, dei nostri contemporanei. Ciò richiede una certa sensibilità, ma anche studio, fermento di idee, intelligenza per trovare parole e immagini idonee per rispondere alle inquietudini intellettuali e alle domande che vengono poste su Dio, sul senso della vita e della storia. Ciò richiede di comunicare, parlare, ascoltare. Occorre un cambio di mentalità, sapendo leggere i segni dei tempi, cogliere i mutamenti culturali, esistenziali, sociali del nostro tempo. Anche se non è facile».

Gioiosi, nonostante tutto!
«Consacrati per la missione e, gioiosi e attivi pur in tempi difficili», conclude p. Camerlengo. E commenta: «Consapevoli che la gioia e l’entusiasmo non si trovano alla fine del cammino ma durante, anzi dentro, ripensiamo all’esperienza di San Francesco che ha composto il suo cantico delle creature nel momento probabilmente più difficile della sua vita. Era oramai quasi cieco e pieno di disturbi fisici, la sua comunità stava stravolgendo il suo sogno e non aveva quasi più bisogno della sua presenza, viveva la sua passione. Eppure in questo momento di tremenda tristezza, Francesco è riuscito a elaborare questo inno alla gioia, all’armonia con la natura e alla speranza. Tutto questo si deve alla sua incredibile fede che lo ha spinto aldilà delle apparenze e di ogni protagonismo, per consegnarsi totalmente libero e povero nelle mani di Dio.
Anche i nostri tempi sono tempi difficili.
Dobbiamo riconoscere che in questi ultimi anni diversi, aspetti della missione hanno subito cambiamenti e anche crisi. Questo fatto ci rende confusi e perplessi su come continuare ad annunciare Gesù Cristo nel mondo d’oggi, tenendo conto della nostra realtà di comunità. Un insieme di fattori sembra aver indebolito e perfino annullato in molti di noi l’entusiasmo e lo zelo apostolico per l’annuncio di Gesù, realtà aggravata dalla diminuzione delle risorse umane e dal nostro invecchiamento, fino ai limiti di esaurimento delle energie disponibili. Tuttavia, siamo chiamati a essere “luce del mondo” e a non rimanere nascosti; ad essere “sale della terra” che deve dare sapore ed evitare la corruzione; a credere a un progetto apostolico ben concepito, visibile e condiviso dalla comunità e dall’Istituto, anche nella “reale debolezza”. Tutto questo affinché possiamo contagiare e coinvolgere altre persone al progetto del Regno animati dalla gioia e dal dinamismo. Coraggiosi, attivi e gioiosi nonostante tutto!».

(A.D., su Testimoni 17 del 2012)