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chiara_di_assisi3Settembre 2012

Concluso l’“Anno Clariano”. Gli elementi essenziali da cui ripartire. A 800 anni dalla Fondazione delle clarisse, lo spirito e il messaggio di S. Chiara continuano a essere fonte luminosa di ispirazione. L’anno clariano appena concluso ha confermato alcuni elementi essenziali da cui ripartire, primo fra tutti, «osservare il santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo».

In viaggio con Chiara

La storia interpella tutti i consacrati e chiede ad essi di rendere ragione della propria scelta vocazionale. La loro non è solo una storia da trasmettere e da raccontare alle generazioni future, ma anche un rinnovato impegno a vivere il presente con passione, abbracciare il futuro con speranza e, così, continuare a costruire una grande storia nel futuro.
Con questa affermazione, José Rodriguez Carballo, ministro generale dei frati minori, apre la lunga lettera alle clarisse e a tutti i frati minori, per la chiusura, il 12 agosto scorso, dell’VIII centenario della conversione di Sorella Chiara nella Porziuncola (1211-12) e l’VIII centenario della fondazione dell’Ordine delle Sorelle Povere, dette appunto clarisse. Scopo della lettera, riconfermare i fondamenti della forma di vita che sta all’origine di questi avvenimenti, svilupparli e approfondirli ulteriormente.
In questo scritto, fra Carballo ha raccolto, per così dire, il frutto dell’esperienza vissuta durante l’intero «anno clariano », che si era aperto il 12 aprile 2011, festa liturgica delle Palme. A conferire un significato particolare all’VIII centenario ha contribuito anche il 25° anniversario dello spirito di Assisi, quando Giovanni Paolo II si era fatto promotore dell’incontro dei Responsabili del mondo per pregare per la pace: evento che è stato avvertito «come un invito pressante ad offrire il nostro contributo e il nostro servizio alla costruzione di un mondo più pacifico».

Un periodo delicato e faticoso
Cosa ha messo in risalto la celebrazione di questo “anno clariano”? Anzitutto, scrive fra Carballo «che stiamo attraversando un periodo delicato e faticoso». Mentre, da una parte stanno l’invito di Chiara «a seguire Cristo con corsa veloce, passo leggero, senza inciampi ai piedi e la consapevolezza delle ripetute esortazioni di Francesco a seguire le orme di Gesù Cristo, a perseverare nella disciplina e nella santa obbedienza e ad adempiere “con proposito buono e fermo quelle cose” che abbiamo promesso al Figlio di Dio»; dall’altra «c’è l’insidia della mediocrità, della routine, del disfattismo che ci minaccia e che, in molte occasioni, ci mette inciampi ai piedi, impedendoci di percorrere la via dei comandamenti del Signore» e della perfezione che abbiamo abbracciato».
A queste difficoltà, se ne aggiungono altre che provengono dall’ambiente che ci circonda: un mondo che vive “come se Dio non esistesse”, il fatto che molti sembrano rifiutare punti significativi di riferimento e, spesso, sembrano solo preoccuparsi di soddisfare i propri bisogni. Secondo questa logica, ciò che è valido agli occhi di Dio non sempre lo è secondo il pensiero degli uomini. È una logica mondana secondo cui sembra che il Vangelo sia uno dei punti dai quali oggi bisogna prendere le distanze se uno non vuole complicarsi la vita. «Neppure voi che vivete in uno spazio vitale di clausura, avverte fra Carballo rivolgendosi direttamente alle clarisse, potete sentirvi ai margini di ciò che vive e respira il mondo, perché nessuno può sentirsi immune da possibili influenze esterne, che non aiutano la custodia di quanto noi consacrati abbiamo professato, né si può escludere (l’esperienza quotidiana ce lo dice) che la mentalità del come se Dio non esistesse possa condizionare i nostri ambienti. Altrettanto si può dire di noi, Frati Minori».
Questo pertanto, sottolinea fra Carballo, è «il tempo per lasciarsi interrogare, per fare un profondo discernimento e vedere ciò che va gelosamente custodito, quello cha va lasciato e quello che va rivisto e riconvertito, per evidenziare la bellezza della nostra “Forma di Vita” in Fraternità forgiate dal Vangelo... È necessario e urgente fare una sosta nel cammino, dare spazio al silenzio, alla riflessione e al discernimento personale e comunitario per individuare la terra indurita del nostro cuore, anche nei monasteri: attivismo, individualismo, appropriazione, stabilità, nostalgia, agitazione, distrazione, ricerca di sicurezze...».
Di fronte alle attuali difficoltà, al cosiddetto “inverno” che la vita religiosa sta attraversando, è un tempo di «esercitarci in una fede radicale.. a riproporre con coraggio l’intraprendenza, l’inventiva e la santità», ricordando che «non si mantiene vivo il nostro carisma semplicemente riproducendo il passato, ma cercando nelle radici le ragioni che hanno permesso a Francesco e a Chiara di vivere una “Forma di Vita” che ancora continua ad essere un segno leggibile per gli uomini e le donne del nostro tempo». Ma senza dimenticare «che questo sguardo alle nostre origini e verso il futuro deve andare di pari passo con un confronto tra la nostra vita e la cultura attuale». Infatti, «senza questo confronto si corre il rischio di cadere nella tentazione di fare archeologia o, semplicemente, di fuggire in avanti». E, «una volta individuati gli elementi essenziali della Forma di Vita francescano-clariana, bisognerà riflettere con lucidità, coraggio e audacia, sulle strutture che contengono tali elementi. Questo non vuol dire eliminare le strutture, ma vedere quali devono rimanere, quali dovranno avere un nuovo significato, quali dovranno essere eliminate e quali dovranno essere inventate, così che siano effettivamente in grado di mantenere il vino del
carisma (cf. Mc 2,22; Lc 5,38)».

Elementi essenziali da riconfermare
In questi ultimi anni, sia le clarisse, sia i frati hanno dedicato molto tempo a riflettere sulle esigenze di base e a individuare, cioè gli elementi essenziali della loro “forma di vita”. Il primo elemento fra tutti è vivere il Vangelo, ossia «osservare il santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo », tenendo presente, scrive fra Carballo, «che il Vangelo, tanto per Chiara quanto per Francesco, non è semplicemente un libro, ma una persona, la persona di Gesù Cristo». «In questo senso l’esperienza di Francesco e di Chiara è in perfetta sintonia con quanto affermerà, secoli più tardi, il Concilio Vaticano II».
Ora, «professare il Vangelo è semplicemente essere “esegesi viventi della Parola di Dio” riprodurre in noi la vita di Gesù (cf. Fil 2,5), conformarsi totalmente a Cristo».
Questo, afferma Carballo, «è stato l’obiettivo ultimo della vita di Chiara e di Francesco. Questo deve essere l’obiettivo primo e ultimo della nostra sequela di Cristo».
Occorre perciò ricordare che «qualsiasi tipo di rinnovamento profondo comporta necessariamente il ritorno al Vangelo come regola e vita, per ascoltarlo e prestargli “l’obbedienza della fede” (Rm 1,5). La vita religiosa e anche la vita francescano-clariana hanno bisogno di un presente ricco di passione per Cristo e per l’umanità. E questo richiederà di accendere un nuovo fuoco e iniettare nuova linfa nell’albero secolare del nostro carisma». La vera grande sfida, sta perciò nel «ripartire dal Vangelo
e lasciarsi abitare da esso».
Chiara e Francesco sono state due persone «centrate nel Signore», così oggi le sorelle e i frati devono essere «uomini e donne innamorate di Cristo», individui in cui «Gesù deve occupare il centro di tutta l’esistenza, essere dei contemplativi». È un impegno che «esige disciplina» e richiede di «organizzare la propria vita in modo tale che quotidianamente, costantemente venga fornita un’alimentazione adeguata alla dimensione contemplativa». A questo scopo, «uno degli elementi indispensabili è la lettura orante della Parola, “elemento fondamentale della vita spirituale”, che, più ancora che lo studio, richiede l’intimità con Cristo e la preghiera» (VD 86)».
San Francesco insisteva nel dire che “nulla si può anteporre nella nostra vita al Signore”. Perciò, una sorella e un frate che vogliano essere veramente contemplativi devono lasciar fuori dalla loro vita «ogni attivismo che spegne lo spirito di orazione e devozione», così come «ogni mediocrità, routine o stanchezza». Bisogna «prendere il Vangelo con le sue esigenze più radicali, senza sconti e senza giustificare adattamenti a un comodo stile di vita». Ma, osserva Carballo, «tutto ciò è impossibile senza una profonda esperienza di fede che plasmi tutta l’esistenza umana: “i pensieri e gli affetti, la mentalità e il comportamento”».

Passione per Cristo e passione per l’umanità
Questo atteggiamento contemplativo aiuterà poi anche a comprendere che «la passione per Cristo è passione per l’umanità». Carballo ci tiene a ricordare alle clarisse: «sarebbe un’infedeltà da parte vostra se perdeste di vista l’umanità per la quale state dando la vita nel chiostro; come sarebbe infedeltà, da parte nostra, se perdessimo di vista Gesù, a cui ci siamo legati con la professione e che è Colui che sostiene il nostro lavoro apostolico». La clausura è un elemento importante della forma di vita delle Sorelle Povere, ma «non è un fine in se stesso». È «uno strumento per custodire la vita in Dio», ma trova «il suo significato più pieno quando è vissuta come spazio di relazione... Non è tanto una separazione, ma un nuovo modo di relazione, con Dio e, di conseguenza, con gli altri». Perciò, «è necessario anche che i monasteri si trasformino in luoghi di silenzio abitato, di ascolto, di accoglienza per quanti si sentono persi, hanno bisogno di amicizia, cercano e desiderano incontrare il Signore e, così, dare un nuovo senso alla propria vita».

Una vita in “santa unità”
Un altro punto essenziale è “la vita fraterna in comunità o in santa unità”: «Se ogni vita consacrata, scrive Carballo, è chiamata ad essere signum fraternitatis (cf. VC c. II), la vita fraterna è per i Frati Minori e le Sorelle Povere il volto più attraente, la loro vocazione e missione, il loro modo di vivere il Vangelo e di testimoniare Cristo (cf. Gv 13,35)... In un mondo segnato dall’individualismo, dalla frammentarietà, dalla violenza e dalla divisione; in un mondo in cui si sono indeboliti i gruppi primari come la famiglia e la stessa amicizia, la fraternità è una denuncia profetica contro tutto questo e un annuncio, anch’esso profetico, che un modo diverso, basato sul rispetto e l’ascolto, è possibile. In questo senso allora si capisce il perché la vita fraterna è evangelizzatrice per se stessa». Essa, pertanto, «continua a essere una sfida e uno degli elementi della nostra “forma di vita” più difficili, e anche più fragile, quando si tratta di viverla in profondità». Alla base ci deve essere la consapevolezza che «il fratello/la sorella è un dono di Dio»; solo su questa base «impallidiscono le possibili differenze e lungi dall’essere viste come una minaccia alla propria individualità, vengono accolte come manifestazione di un Dio che fa nuove tutte le cose e mai si ripete». Di qui l’impegno a costruire fraternità, attraverso la comunicazione e le relazioni interpersonali e a tessere ogni giorno la trama comune della mutua appartenenza.

Altri punti essenziali
Un altro punto essenziale, che può essere definito l’anima della spiritualità francescana, è vivere «senza nulla di proprio, per possedere colui che è il Tutto, che è “ricchezza nostra a sufficienza”.
Infine, la missione, elemento strettamente collegato con la vocazione. Essa però non deve essere compresa solo «in termini di fare». Al contrario, «il nostro primo contributo, alla missio Ecclesiæ, alla missio Dei, è di approfondire la dimensione teologale della nostra vita o, se si preferisce, di centrarci in Dio e nel suo progetto. Solo da lì si potrà ricreare la rilevanza delle stesse attività apostoliche».
Un apporto molto importante a questa missione consisterà nell’ «assumere il dialogo non solo come metodo per lo sviluppo della missione, ma anche come luogo proprio della missione».
Fra Carballo conclude la sua lunga lettera con un’affermazione che è anche una provocazione: «In questi momenti di profonda trasformazione e di ri-fondazione, non credo di esagerare nell’affermare che spesso questo vaso bello che abbiamo ereditato (i modi concreti del vivere il carisma francescano-clariano), deve essere rotto, non perché è venuto male, ma perché le circostanze sono cambiate così tanto che gli otri attuali non possono contenere il vino buono del nostro carisma. Solo allora potremo vivere una nuova tappa in questa meravigliosa avventura nella quale Dio ci vuole protagonisti... Non possiamo rifugiarci nel passato, per quanto bello sia il vaso. Né possiamo assumere acriticamente tutto ciò che proviene dalla cultura attuale, perché non tutto è compatibile con la nostra Forma di Vita. Si tratta di aprirci al futuro con speranza attraverso una ri-visitazione della nostra identità, così che, senza rinunciare a ciò che non è negoziabile, si possa rispondere con creatività alla realtà mutevole in cui viviamo».

(a cura di A.D., su Testimoni 15 del 2012)