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Bisogno_di_rinascita Settembre 2012

È il tempo di giocarsi tutto

Vita consacrata nei luoghi di frontiera

Ben oltre una semplicistica concezione geografica, i luoghi di frontiera con cui oggi si confronta la vita consacrata sono sempre gli stessi, anche se per ragioni e con motivazioni diverse. Vivere oggi la consacrazione nei luoghi di frontiera non è una semplice frase ad effetto. È l’orizzonte verso cui guardano la maggior parte degli istituti religiosi. Lo stimolo è particolarmente sentito in America Latina, tant’è vero che questo tema ha costituito uno dei momenti centrali della 79ª Assemblea USG che si è tenuta a Roma dal 23 al 25 maggio scorso, in cui si è riflettuto su La Vita Religiosa in America Latina e Caraibi: vita e missione. Tra le altre, ci è parsa di particolare interesse la relazione di Carlos G. Gómez Restrepo, religioso della congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane, che ha parlato sul tema Vivere la consacrazione nei luoghi di frontiera: una sfida in America latina e nei Caraibi.

Politicamente scorretti!
Fr. Restrepo ha parlato a partire dalla sua esperienza di consacrato da sempre dedito all’insegnamento, missione educativa che lo ha visto spaziare in luoghi di frontiera, in diversi paesi, «più vicino ai temi politici e sociali che alla teologia della vita consacrata».
Per il suo intervento ha scelto un taglio molto schietto, intenzionalmente oltre quello stile politically correct che, a suo parere, «ci ha allontanato molto dai giovani, dai poveri, dalle persone di scienza, perché sentono che viviamo una specie di schizofrenia personale e collettiva, che ci fa dissociare ciò che diciamo da ciò che pensiamo, ciò che pensiamo da ciò che facciamo, ciò che facciamo da ciò che vorremmo fare, ciò che vorremmo fare da ciò che bisogna fare perché le realtà non lasciano molto margine per i discorsi senza fine che non portano all’azione».
L’idea conduttrice di Restrepo ristabilisce un contatto con la sensibilità culturale teologica e pastorale degli ultimi quarant’anni: «la missione dei religiosi recupera pieno senso se la nostra azione e riflessione – in altre epoche si sarebbe parlato di prassi – converge nell’impegno con i poveri e nella promozione della giustizia».
Nonostante le ottime proclamazioni d’intenti da parte delle grandi istituzioni nazionali e sopranazionali, «il superamento della povertà in questo momento sembra irraggiungibile… la disuguaglianza e la corruzione continuano a prevalere nei nostri Paesi» tanto che appare a tutti evidente la necessità di rapide azioni sociali volte a «costruire società più giuste», capaci di generare «meccanismi democratici» in grado di rafforzare le istituzioni e garantire una «migliore distribuzione della ricchezza ». È questa, secondo Restrepo, la sfida maggiore del continente: «non è un segreto: l’America Latina e i Caraibi sono la regione meno equa del mondo».

E la Chiesa e la vita consacrata?
La Chiesa e la vita consacrata come si muovono in questo contesto? Con franchezza, Restrepo presenta una sua lettura di alcuni fatti sotto gli occhi di tutti.
Anzitutto, il tema dei numeri e delle statistiche: «diminuiamo rapidamente… difficilmente cresceremo, anzi, invecchiamo e abbiamo di fronte la reale possibilità di scomparire».
I nuovi movimenti ecclesiali acquistano preminenza. Alcuni di essi «assumono posizioni socialmente e politicamente molto conservatrici e si tuffano nell’assistenzialismo». Fenomeno allarmante, poiché fa passare la VC attiva e impegnata nella causa della giustizia come una questione antiquata o un pericolo. La clericalizzazione della vita ecclesiale, inoltre, relega il laicato in posizioni secondarie e soffoca opzioni come la scelta di entrare in una congregazione di Fratelli.
La Chiesa istituzionale e settori delle stesse Congregazioni ritengono che la via sia il ritorno al passato. «È curioso vedere molti dei nostri giovani religiosi come monaci ottocenteschima completamente tecnologizzati, che riuniscono in sé il peggio dei due mondi: isolati nei confronti della realtà, ma interconnessi con scenari virtuali non trascendenti».
Gli scandali di pederastia, occultamento della verità e cattiva gestione economica, tra gli altri, hanno minato la credibilità della Chiesa, seminando sfiducia nella missione dei religiosi», producendo un duplice effetto: scandalo per l’accondiscendenza e omertà da parte di alcuni, mentre altri «hanno colto l’occasione per continuare a rifugiarsi in strutture di occultamento».
Necessità di una visione più attuale su temi come la morale sessuale, il matrimonio e la famiglia. «La maggior parte dei cattolici latinoamericani non segue nemmeno da lontano le prescrizioni della Chiesa su questi temi ed è assurdo pensare il contrario ». Soprattutto è necessario trovare un modo nuovo di parlare di questi temi ai giovani, che vivono «una sessualità slegata dal tema morale» e da ciò che dicono i documenti ufficiali. «Con ciò non intendo dire – precisa fr. Restrepo – che bisogna arrendersi senza far nulla e adeguare tutto alle ondate postmoderne». Tuttavia, sottolinea, «mi chiedo se questo tema non sia latente anche nelle nuove generazioni di religiosi e se non ci sia, nella pratica, una dissociazione tra il voto di castità e la sessualità».
La teologia in America Latina e nei Caraibi non ha ritrovato la sua strada. I teologi illuminati dei decenni passati sono invecchiati e non ci sono sostituti dal pensiero altrettanto lucido, capaci di appassionare i giovani e di confermare l’impegno degli anziani. Le esortazioni della CLAR alla “rifondazione”, per cercare nuove forme di rinnovamento non hanno avuto un reale impatto sulla vita quotidiana: tante emozioni, poco cambiamento.
Altro elemento di crisi è dato dalla caduta di tensione circa l’opzione per i poveri. Criticamente, Restrepo constata che «nella maggior parte dei casi, quelli che meno vogliono saperne di lavorare con i poveri, di lottare per la giustizia e di correre dei rischi nella missione sono proprio i religiosi che provengono dagli ambienti più popolari». In definitiva, il legame a una Congregazione rappresenta sicurezza e uno stile di vita che non si vuole mettere a repentaglio con prese di posizione “pericolose”.
Anche nella VC ci sono problemi nella gestione del potere e delle risorse. Sono tanti i casi di malversazione di fondi e lotte intestine tra gruppi per accedere a posizioni di potere e poca, invece, la ricerca di progetti profetici significativi e alternativi nella costruzione della giustizia e della pace, di un accompagnamento sincero di quei giovani che hanno sete di Dio e di una spiritualità che vada oltre la superficialità.

Prospettive di speranza
Il futuro, in un mondo così trasformato dalla tecnologia a tutti i livelli, deve vedere i consacrati partire «da un principio di realtà e da una chiamata all’umiltà: non siamo necessari». Non è un dato accettato da tutti. Per questo motivo si assiste ancora a «segnali di prepotenza, di cattiva gestione del potere, di disprezzo del laicato, di ricerca della comodità del ritorno al passato».
Ma, «dire che non siamo necessari non vuol dire che non possiamo essere importanti». Per esserlo, bisogna guardare con speranza al mondo, sforzarsi di comprendere le dinamiche del mondo globale e diverso di oggi, diventare uomini e donne profondi per poter orientare ed essere fedeli allo spirito dei fondatori e non alle strutture centenarie costruite in altre epoche. È necessario dedicarsi «alla ricerca di una nuova santità che ci apra al futuro, che ci permetta di recuperare le intuizioni fondazionali e renderle nuove, e lanciarci in nuove avventure», poiché «l’immobilismo e l’autismo rappresentano il fallimento più grande».
Non basta tuttavia sapere di essere importanti: bisogna «essere significativi nelle nostre missioni particolari, pensate come contributi alla società e possibilità di determinarne la trasformazione; essere significativi per i poveri, per i quali siamo nati e dobbiamo giocarci tutto, e “bruciare i ponti”. Qui vedo il nostro futuro in America Latina e l’opportunità di essere fermento evangelizzatore in questo momento».
La vocazione alla santità nella forma carismatica specifica della vocazione consacrata «proviene dalla libertà che dà l’abbandono alla Provvidenza, da una reale conversione mediata dal servizio per la giustizia e dalla certezza che Dio saprà trarre ciò che serve dalle nostre ricerche e dai nostri errori. L’ossessione per il successo deve cedere il posto alla speranza che sa rischiare e mettersi dalla parte degli esclusi della storia e di coloro che subiscono ingiustizie e privazioni. L’ansia per la nostra sopravvivenza deve lasciare posto alla convinzione che solo Dio porta la crescita, mentre a noi tocca seminare e piantare».

Urgenza di risposte innovative
Notando quanto il passato sia più rassicurante del futuro, Restrepo fa notare come «il peso delle istituzioni è un fardello troppo pesante da portare. Ha forse senso mantenere scenari che ormai non convocano più, né provocano?». E propone che la formazione dei giovani avvenga in luoghi di frontiera e immersa nelle realtà socio-politiche della società. A una condizione: «deve fare in modo che la profondità sia un ingrediente centrale dei processi formativi; dinanzi alla tendenza ad accumulare diplomi – che non necessariamente significa studiare – è necessario lavorare per garantire profondità, ricerca dell’argomento, propiziare il dibattito e la presa di posizioni solide e strutturate». Anche perché, «con la democratizzazione dell’informazione siamo passati, in qualche modo, dall’esistenza di gruppi umani che si sentivano ignoranti a individui che credono di sapere tutto».
Il passaggio più importante e significativo deve avvenire nelle fraternità. È «questo il segno nuovo che può cambiare le tendenze, arricchire la missione, creare nuovi fronti di azione, evangelizzare la cultura e generare spazi contagiosi di presenza di Gesù Cristo». La creatività di una fraternità passa attraverso l’austerità di una vita semplice e accogliente, senza tante complicazioni per la gestione del potere, «trasparenti negli affari economici, critici attraverso la testimonianza e aperti alla condivisione facile, spontanea e autentica». Soprattutto è necessario essere consapevoli che «la comunità non ha senso in se stessa, ma in virtù di una missione». Sentirsi impegnati in una missione di frontiera, coi rischi e le esigenze che ne derivano, è un «ingrediente fondamentale per un nuovo modo di vivere la comunità», poiché si costruisce realmente la comunità e la vita consacrata «quando accettiamo che le cose dipendono dalla Provvidenza di Dio e non dalle nostre capacità personali, dal prestigio e dalle forze economiche delle nostre Congregazioni».
Tra le urgenze di questo nostro tempo, Restrepo ricorda la necessità di ripensare i voti, più a diretto contatto con una vita teologale incarnata nella storia concreta in cui ci troviamo a vivere. Poiché «ci può essere speranza solo se, alla base, vi è accettazione della realtà e ricerca di un atteggiamento proattivo che permetta di cambiarla».
«Questi sono i tempi in cui bisogna giocarsi tutto o, forse, “bruciare i ponti”: non si torna indietro. In una realtà in cui la credibilità della Chiesa e di noi stessi appare ormai indebolita e logorata da forze che tirano con vigore verso il passato o la passività, da ordini, istituti e congregazioni che vivono processi accelerati di invecchiamento e scarsa perseveranza dei giovani, da una missione che esige creatività e proposte, da una regione come l’America Latina e i Caraibi che sembrerebbe trovare vie per superare molti problemi ma allo stesso tempo rimane segnata dalla disuguaglianza e dall’ingiustizia, è necessario far fiorire e alimentare quelle esperienze attraverso le quali passa la speranza e la novità. Dobbiamo convertirci al futuro».
Ciò significa, concretamente, che «oggi la nostra azione, la nostra parola e la nostra vita devono parlare con speranza di equità, di inclusione, di solidarietà e sviluppo sostenibile», di «impegno con coloro che restano emarginati e dimenticati dall’ottimismo della crescita economica e dalla tecnologizzazione soggiogante». E, provocatoriamente, Restrepo chiede: «Non sono forse questi i tempi in cui dovremmo investire quantità ingenti dei nostri patrimoni nel servizio dei poveri?… Siamo disposti a decidere di investire in progetti di giustizia e pace anche se questo potrebbe mettere a repentaglio le nostre risorse?… Non finiamo forse col sovvenzionare spesso chi ha risorse, solo per il fatto di dover mantenere una istituzione che ormai apporta poco al processo evangelizzatore e alla testimonianza di una Chiesa impegnata con i poveri? Fa male, e molto, quando le nostre Congregazioni devono pagare grosse quantità di denaro nei casi di abusi su minori.
Avremmo fatto lo stesso per i poveri, senza la sentenza di un giudice contro di noi?».

(Enzo Bren, su Testimoni 14 del 2012)