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Africani_e_poverta Settembre 2012

Sfide, luci, ombre e priorità

Il voto di povertà in Africa

Il voto di povertà in Africa può vitalizzare “l’anima” della vita religiosa, ma è necessario legarlo strettamente al dono della fraternità e della condivisione nel ministero e nel servizio.
Il voto di povertà è uno dei temi su cui oggi si insiste maggiormente. Viverlo, infatti, nei suoi valori evangelici non è facile per nessuno: né per chi fa parte della società del benessere e del consumismo, né per coloro che invece vivono in ambienti dove la povertà è di casa. Un ambiente caratteristico è quello africano per i problemi e gli interrogativi che si pongono negli istituti religiosi, soprattutto nel campo della formazione e della vita vissuta.
Ma prima di entrare nel discorso, è necessario sgomberare il terreno dai pregiudizi che spesso ricorrono. Può essere pertanto utile rileggere, soprattutto per le comunità presenti in Africa, ciò che fra Vincenzo Marcoli OFMConv. ha affermato durante l’assemblea dei superiori generali del maggio scorso in un interessante intervento dal titolo: Il voto di povertà in Africa: luci, ombre, sfide e priorità.
Un primo pregiudizio da rimuovere, ha detto, è il seguente: «L’associazione del continente africano con la povertà sembra far parte ormai di uno schema mentale quasi universale. In questo caso la povertà è vista come: vera e propria miseria, fame, malattie endemiche, basso livello educativo, violenza, guerra, ecc. Va fatta un po’ di chiarezza. L’Africa è allo stesso tempo povera e ricca, violenta e pacifica, con livelli di analfabetismo in genere medio alti, e tuttavia con tanto potenziale intellettuale, tanta sapienza, tanta creatività, tanta originalità e genuina spiritualità».
Un secondo pregiudizio abbastanza comune è «che l’osservanza del voto di povertà, e non solo, in Africa, per diversi motivi, sia molto più difficile che non in Europa o in altri continenti». Ma anche a questo riguardo ci sono dei “distinguo” da fare: «la pratica dei voti non è mai stata facile in nessuna parte del mondo. Ogni continente e ogni cultura presenta al consacrato specifiche sfide che cambiano anche con il mutare delle stagioni culturali. Senza dubbio, è vero che in Africa ci sono delle difficoltà di fondo specifiche» che è necessario conoscere per sapere come comportarsi.

Realtà fatta di luci e ombre
Occorre tenere presente che ci troviamo di fronte a una realtà fatta di luci e di ombre, come del resto un po’ dovunque. Fra Vincenzo le ha descritte così, in maniera sintetica, quasi didascalica:

Luci
La maggior parte dei candidati che cercano la vita religiosa in Africa ha spesso avuto una certa esperienza della povertà materiale, e forse ha conosciuto anche la bellezza di una vita semplice, libera, austera e relativamente gioiosa. Ha conosciuto la condivisione dei beni.
Il grande desiderio di affermarsi caratterizza gran parte della ‘gioventù’ africana, lo spirito di iniziativa, il desiderio di conoscere, sperimentare, di ricominciare dopo una difficoltà. La condivisione dei beni, generalmente parlando, fa parte della cultura tradizionale africana. Ciò costituisce un punto d’appoggio per la sua pratica nella vita religiosa anche se, culturalmente, tale condivisione si fa prima di tutto con la propria famiglia allargata o con il clan.
La testimonianza di vita povera e fraterna di comunità e di singoli. Ci sono non pochi religiosi e religiose che sinceramente cercano, con genuino impegno, una vita semplice, un impegno generoso ed austero. Diversi avrebbero potuto intraprendere una professione lucrativa e vivere una vita economicamente e socialmente migliore di quella che trovano nei conventi.

Ombre
Nel contesto africano il possesso di certi beni materiali è simbolo di status sociale, di potere, di successo, ecc. Un aspetto da giudicare non tanto dal punto di vista morale, quanto come aspetto culturale. La rinuncia a tali sicurezze come libera opzione di cultura vita tramite il voto di povertà, è assai difficile.
L’ingresso nella vita religiosa per tanti religiosi in Africa significa accesso alla comodità, alla sicurezza economica, alla possibilità di studiare, ai mezzi di trasporto privati, ai viaggi, ecc., generalmente a un livello superiore rispetto alle possibilità della famiglia di origine. Inoltre, difficilmente, dopo aver goduto di tali benefici, si è disposti a tornare indietro.
Rischi collaterali: la tendenza a vedere la povertà solo come limite e non anche come opportunità-valore; il rischio dell’efficientismo, del possedere e del fare più che dell’essere. Sudditanza al Vangelo della prosperità. Povertà come valore personale e non di comunità e di Chiesa.
Nella cultura africana i figli, soprattutto quelli che hanno acquistato una preparazione accademica e un certo benessere materiale, sono tenuti ad aiutare economicamente la loro famiglia e i loro parenti. I religiosi non ne sono esenti. Non sempre gli Istituti sono giunti a formulare delle linee realiste e condivise che regolino questa esigenza.
Assunzione selettiva di modelli. Il modello del possedere mezzi e gestirli per il bene della comunità sociale, assunto da molti “missionari” è stato facilmente accolto; non così, invece, è stata tematizzata, spiegata, motivata l’austerità e l’essenzialità personale.
Non vanno minimizzate le difficoltà dovute a problemi di personalità. I grandi cambiamenti in atto in molte società africane, l’instabilità di relazioni affettive, qui come in altri continenti, ha un forte impatto nei giovani, creando in loro insicurezza, instabilità di comportamento, irrequietezza, grande difficoltà a programmare realisticamente il loro futuro.
L’atteggiamento spesso diffidente, se non addirittura conflittuale, verso gruppi di età diversi dal proprio (giovani, anziani) e tribali.
L’esempio negativo di alcuni religiosi che non vivono questo voto specialmente a livello personale. Ci sono religiosi che non dovrebbero essere nelle nostre comunità. A volte la vita religiosa viene usata da una parte per “essere qualcuno” o esercitare un potere, essere tra quelli “che contano” e dall’altra per avere un livello economico minimo di vita garantito.

Quali le priorità d’intervento?
Ripartire da Cristo: il voto di povertà va trattato come parte della formazione globale. La formazione deve favorire l’incontro personale con il Cristo povero e crocifisso; deve cioè favorire l’incontro e l’abbraccio con il lebbroso (cf. S. Francesco d’Assisi). Si tratta di formare in maniera esigente, alla spiritualità senza la quale il voto di povertà non ha significato.

…per i governi generali: aperti allo Spirito: attenti a “riconoscere” dove lo Spirito soffia. I superiori generali, umilmente, si ricordino che è lo Spirito che muove i cuori e ha le sue vie e i suoi tempi. Attenzione a:
(a) rispettare i tempi resistendo alla tentazione naturale di voler vedere e cogliere i frutti subito. Forse ci vorranno tre generazioni di frati prima che l’identità locale, anche a riguardo del voto di povertà, sia “definita”;
(b) se qualche religioso, mosso dallo Spirito, chiede di dar vita a qualcosa di esigente, impegnato, lo si favorisca, lo si incoraggi e lo si segua con spirito di discernimento.

Spetta ai frati “indigeni” trovare un modo inculturato di vivere le concretizzazioni della valenza carismatica della Congregazione e, quindi, anche del voto della povertà. Questo comporta che una delle priorità è quella di formare superiori locali e formatori indigeni che “sappiano pensare in due modi”: secondo il carisma e la tradizione storica dell’Ordine e secondo la cultura locale (che ha radici profonde e, nello stesso tempo è in veloce evoluzione).
I governi generali dovranno spronare le giurisdizioni del continente, le loro Conferenze, perché assumano un ruolo di stimolo nella riflessione sullo specifico del proprio carisma, e nel nostro caso, a riguardo della pratica del voto di povertà in Africa. Il coinvolgimento dei religiosi/e locali è essenziale.
I giovani religiosi/e dell’Africa dovranno essere coinvolti in una riflessione seria sia sul senso che sulle concretizzazioni del voto di povertà nel loro specifico ambiente culturale. Quali sono le povertà emergenti in Africa? Cosa significa il voto di povertà nella loro specifica cultura? Cosa significa povertà a livello personale e comunitario? È possibile per un religioso vivere da povero in mezzo ai poveri?
Va scoraggiato uno stile e un livello di vita che non sia localmente sostenibile dal punto di vista economico. Diverso è il caso dei costi della formazione che, generalmente, non sono sostenibili localmente. Molti religiosi tendono a dare per scontato l’aiuto economico da fuori. Ci sono religiosi, non solo in Africa, che scarsamente “si guadagnano il pane che mangiano”.

– … urgenza formativa: siano riveduti e rinnovati – senza esitazione – i programmi e i sistemi formativi.
– Il discernimento vocazionale iniziale sia … selettivo; certamente non basta il titolo di studio, magari con qualche sconto sui “crediti”. Non si accolga un candidato se non si conosce davvero la sua famiglia e il suo carattere, le sue motivazioni personali.
– Coinvolgimento e formazione della famiglia. La pressione sociale che la famiglia ha, nel bene e nel limite, sull’individuo, è enorme. La visione e le attese della famiglia nei confronti dell’aspirante religioso creano spesso in lui un forte conflitto.
– Chi sceglie la vita religiosa, o prima di entrare nella Congregazione, deve essere messo nella condizione di scegliere tra due scelte possibili, concrete: “vado all’università statale, al politecnico, oppure mi faccio religioso”. Ci sono religiosi che non lasciano la Congregazione, perché non hanno scelta.
– Durante la formazione siano proposti modelli “esigenti” a costo di determinare una riduzione dei candidati. Il ruolo della formazione (non informazione) è prima di tutto quello di aiutare a discernere la vocazione vera di ciascuno. “Ma se diveniamo esigenti i seminari si svuoteranno”.
– Il programma formativo sia strutturalmente differenziato per quel che riguarda la formazione al carisma rispetto all’apostolato (ministero sacerdotale, educazione, assistenza medica, ….). Come provocazione, in realtà non tanto, se non cambiamo la struttura e i tempi formativi i nostri sforzi saranno inutili. Concretamente ci sia un iter di formazione al carisma lungo abbastanza da permettere al religioso di arrivare alla professione perpetua/solenne e solo dopo, avvii l’iter di formazione a un ministero sia esso, sacerdotale, o per l’insegnamento, o altro.
– Ricentrare la vita religiosa nella comunità che è il luogo dove la povertà diviene comunione di vita e testimonianza della ricchezza di Cristo. Si favoriscano e si accompagnino esperienze personali e soprattutto comunitarie, di vita comune povera, per esempio, di inserimento.
– A partire dalla comune constatazione che la formazione è sbilanciata: cioè è soprattutto accademica e non “integrata”, non è tanto “esperienza” ma “conoscenza accademica”, concretamente, per esempio, sia recuperato il significato del lavoro manuale. Così come è essenziale motivare i religiosi ad una vera e propria opzione per i poveri, sia perché vivano inseriti fra di loro, sia che s’impegnino profeticamente a favore della loro promozione e liberazione integrali. L’esempio del loro modo di vita parlerà più delle “parole”.

– ... Chiesa locale e Religiosi: capire il senso della vita religiosa in Africa, il suo rapporto e la sua collocazione nella vita della Chiesa locale, specialmente a riguardo della vita sacerdotale secolare.
Si constata, spesso, nei vescovi diocesani, una valorizzazione “funzionale” della vita religiosa subordinandola alle esigenze della pastorale parrocchiale. La vita religiosa, secondo il carisma di ciascun ordine e congregazione va rispettata come dono per la Chiesa locale.
Per gli ordini e le congregazioni misti (sacerdoti e religiosi fratelli) , c’è la sfida di offrire ai propri candidati al sacerdozio una identità che armonizzi il ministero sacerdotale e l’identità carismatica specifica. Attualmente sembra prevalere, come modello, quello “sacerdotale secolare”.

– ... identità locale e internazionalità della Congregazione: Coniugare l’identità carismatica locale, anche in relazione al voto di povertà, con quella internazionale. La relativa giovinezza della vita religiosa in Africa apporta dei valori di freschezza e, nello stesso tempo, è carente della ‘storia’ che ha caratterizzato il carisma. È essenziale che un figlio conosca e faccia propria l’eredità della Congregazione e faccia una sintesi propria. Concretamente si favorisca lo studio del carisma delle origini di ogni Ordine o Congregazione e si favoriscano scambi internazionali così da poter arricchire sia le nuove presenze che le più antiche.

In conclusione: il voto di povertà può vitalizzare “l’anima” della vita religiosa in Africa, legandolo strettamente al dono della fraternità e della condivisione nel ministero e nel servizio. La implantatio ordinis è principalmente opera dello Spirito Santo. L’uomo può agitarsi fin che vuole, impegnare la sua buona volontà, ma se lo Spirito Santo non è con lui vana è la sua opera

(Fra V. Marcol, su Testimoni 14 del 2012)