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sacro_cuore3Agosto 2012

Lettera della Congregazione per il Clero ed esame di coscienza per i sacerdoti

Frutto del Cuore di Cristo

 

In occasione della XVIII Giornata mondiale di preghiera per la santificazione del clero (tale celebrazione, da tenersi nella festa del Sacro Cuore, fu indetta da Giovanni Paolo II nella Lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo del 25.3.1995; EV 14/2535), la Congregazione per il clero ha rivolto, come di consueto, una Lettera ai sacerdoti imperniata su due temi: il riferimento alle «colpe di alcuni che, a volte, hanno umiliato il sacerdozio agli occhi del mondo» (gli osservatori hanno unanimemente identificato tali colpe con le violenze sessuali perpetrate dai preti ai danni di minori); una riflessione sulla lettera Porta fidei di indizione dell’Anno della fede e sui tre «capitoli» sui quali il Papa ha suggerito di prepararsi: il Concilio Vaticano II, di cui ricorre il 50° dell’apertura; il Catechismo della Chiesa cattolica, nel 20° della pubblicazione; il Sinodo dei vescovi dedicato alla «nuova evangelizzazione». Tra le appendici della Lettera, pubblicata il 4 maggio, l’«Esame di coscienza per i sacerdoti», ripreso dal Sussidio per confessori del 2011, ha attratto attenzioni inaspettate.


Lettera ai sacerdoti

Cari sacerdoti,
nella prossima solennità del Sacro Cuore di Gesù (che ricorre il 15 giugno 2012) celebreremo, come di consueto, la Giornata mondiale di preghiera per la santificazione del clero.
L’espressione della Scrittura: «Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione!» (1Ts 4,3), pur essendo rivolta a tutti i cristiani, riguarda in modo particolare noi sacerdoti che abbiamo accolto non solo l’invito a «santificarci », ma anche quello a diventare ministri di santificazione per i nostri fratelli. Questa «volontà di Dio», nel nostro caso, si è, per così dire, raddoppiata e moltiplicata all’infinito, tanto che a essa possiamo e dobbiamo obbedire a ogni azione ministeriale che compiamo.
È questo il nostro stupendo destino: non possiamo santificarci senza lavorare alla santità dei nostri fratelli, e non possiamo lavorare alla santità dei nostri fratelli senza che abbiamo prima lavorato e lavoriamo alla nostra santità. Introducendo la Chiesa nel nuovo millennio, il beato Giovanni Paolo II ci ricordava la normalità di questo «ideale di perfezione», che deve essere offerto subito a tutti: «Chiedere a un catecumeno: “Vuoi ricevere il battesimo?” significa al tempo stesso chiedergli: “Vuoi diventare santo?”». Certamente, nel giorno della nostra ordinazione sacerdotale, questa stessa domanda battesimale è risuonata nuovamente nel nostro cuore, chiedendo ancora la nostra personale risposta; ma essa ci è stata anche affidata, perché sapessimo rivolgerla ai nostri fedeli, custodendone la bellezza e la preziosità.
Questa persuasione non è contraddetta dalla coscienza delle nostre personali inadempienze, e nemmeno dalle colpe di alcuni che, a volte, hanno umiliato il sacerdozio agli occhi del mondo. A distanza di dieci anni – considerando gli ulteriori aggravamenti delle notizie diffuse – dobbiamo far risuonare ancora nel nostro cuore, con più forza e urgenza, le parole che Giovanni Paolo II ci ha rivolto nel Giovedì santo dell’anno 2002: «In questo momento, inoltre, in quanto sacerdoti, noi siamo personalmente scossi nel profondo dai peccati di alcuni nostri fratelli che hanno tradito la grazia ricevuta con l’ordinazione, cedendo anche alle peggiori manifestazioni del mysterium iniquitatis che opera nel mondo. Sorgono così scandali gravi, con la conseguenza di gettare una pesante ombra di sospetto su tutti gli altri benemeriti sacerdoti, che svolgono il loro ministero con onestà e coerenza, e talora con eroica carità. Mentre la Chiesa esprime la propria sollecitudine per le vittime e si sforza di rispondere secondo verità e giustizia a ogni penosa situazione, noi tutti – coscienti dell’umana debolezza, ma fidando nella potenza sanatrice della grazia divina – siamo chiamati ad abbracciare il “mysterium crucis” e a impegnarci ulteriormente nella ricerca della santità. Dobbiamo pregare perché Dio, nella sua provvidenza, susciti nei cuori un generoso rilancio di quegli ideali di totale donazione a Cristo che stanno alla base del ministero sacerdotale».
Come ministri della misericordia di Dio, noi sappiamo, dunque, che la ricerca della santità può sempre ricominciare dal pentimento e dal perdono. Ma sentiamo anche il bisogno di chiederlo, come singoli sacerdoti, a nome di tutti i sacerdoti e per tutti i sacerdoti.
La nostra fiducia viene poi ulteriormente rafforzata dall’invito che la Chiesa stessa ci rivolge a oltrepassare nuovamente la Porta fidei, accompagnando tutti i nostri fedeli. Sappiamo che questo è il titolo della lettera apostolica con la quale il santo padre Benedetto XVI ha indetto l’Anno della fede che avrà inizio il prossimo 12 ottobre 2012. Una riflessione sulle circostanze di questo invito ci può aiutare. Esso si colloca nel 50° anniversario dell’apertura del Concilio ecumenico Vaticano II (11 ottobre 1962) e nel 20° anniversario della pubblicazione del Catechismo della Chiesa cattolica (11 ottobre 1992). Inoltre, per il mese di ottobre 2012, è stata convocata l’Assemblea generale del Sinodo dei vescovi sul tema de La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana.
Ci sarà chiesto, dunque, di lavorare in profondità su ognuno di questi «capitoli»:
– sul concilio Vaticano II, affinché sia nuovamente accolto come «la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX»: «Una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre», «una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa»;
– sul Catechismo della Chiesa cattolica, perché sia davvero accolto e utilizzato «come uno strumento valido e legittimo al servizio della comunione ecclesiale e come una norma sicura per l’insegnamento della fede»;
– sulla preparazione del prossimo Sinodo dei vescovi perché sia davvero «un’occasione propizia per introdurre l’intera compagine ecclesiale a un tempo di particolare riflessione e riscoperta della fede».
Per ora – come introduzione a tutto il lavoro – possiamo brevemente meditare su questa indicazione del pontefice, verso la quale tutto converge: «È l’amore di Cristo che colma i nostri cuori e ci spinge a evangelizzare. Egli, oggi come allora, ci invia per le strade del mondo per proclamare il suo Vangelo a tutti i popoli della terra (cf. Mt 28,19). Con il suo amore, Gesù Cristo attira a sé gli uomini di ogni generazione: in ogni tempo egli convoca la Chiesa affidandole l’annuncio del Vangelo, con un mandato che è sempre nuovo. Per questo anche oggi è necessario un più convinto impegno ecclesiale a favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel
credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede».
«Tutti gli uomini di ogni generazione», «tutti i popoli della terra», «nuova evangelizzazione»: davanti a questo orizzonte così universale, soprattutto noi sacerdoti dobbiamo chiederci come e dove queste affermazioni possano legarsi e consistere.
Possiamo allora cominciare ricordando come già il Catechismo della Chiesa cattolica si apra con un abbraccio universale, riconoscendo che «L’uomo è “capace” di Dio»; ma lo ha fatto scegliendo – come sua prima citazione – questo testo del concilio ecumenico Vaticano II: «La ragione più alta (eximia ratio) della dignità umana consiste nella chiamata dell’uomo alla comunione con Dio. L’uomo è invitato al colloquio con Dio, fin dalla sua origine: egli, infatti, non esiste, se non perché, creato da Dio dalle viscere del suo amore (ex amore), viene mantenuto nell’esistenza sempre tratto dal grembo di tale amore (ex amore); e non vive pienamente secondo verità, se non riconosce liberamente questo amore e se non si affida al suo Creatore. Tuttavia molti nostri contemporanei non percepiscono affatto o esplicitamente rigettano questo intimo e vitale congiungimento con Dio (hanc intimam ac vitalem coniunctionem cum Deo)».  
Come dimenticare che, col testo appena citato – proprio nella ricchezza delle formulazioni scelte – i padri conciliari intendevano rivolgersi direttamente agli atei, affermando l’immensa dignità della vocazione, da cui si erano estraniati già in quanto uomini? E lo facevano con le stesse parole che servono a descrivere l’esperienza cristiana, al massimo della sua intensità mistica! Anche la lettera
apostolica Porta fidei inizia affermando che questa «introduce alla vita di comunione con Dio», il che significa che essa ci permette di immergerci direttamente nel mistero centrale della fede che dobbiamo professare:  «Professare la fede nella Trinità – Padre, Figlio e Spirito Santo – equivale a credere in un solo Dio che è Amore».
Tutto questo deve risuonare particolarmente nel nostro cuore e nella nostra intelligenza, per renderci consapevoli di quale sia oggi il dramma più grave dei nostri tempi. Le nazioni già cristianizzate non sono più tentate di cedere a un generico ateismo (come nel passato), ma rischiano di essere vittime di quel particolare ateismo che viene dall’aver dimenticato la bellezza e il calore della rivelazione trinitaria.
Oggi sono soprattutto i sacerdoti, nella loro quotidiana adorazione e nel loro quotidiano ministero, che devono ricondurre tutto alla comunione trinitaria: solo a partire da essa e immergendosi in essa, i fedeli possono scoprire davvero il volto del Figlio di Dio e la sua contemporaneità, e possono davvero raggiungere il cuore di ogni uomo e la patria a cui tutti sono chiamati. E solo così noi sacerdoti possiamo offrire di nuovo agli uomini di oggi la dignità dell’essere persona, il senso delle umane relazioni e della vita sociale, e lo scopo dell’intera creazione.
«Credere in un solo Dio che è Amore»: nessuna nuova evangelizzazione sarà davvero possibile se noi cristiani non saremo in grado di stupire e commuovere nuovamente il mondo con l’annuncio della natura d’amore del nostro Dio, nelle tre divine Persone che la esprimono e che ci coinvolgono nella loro stessa vita. Il mondo di oggi, con le sue lacerazioni sempre più dolorose e preoccupanti, ha bisogno di Dio-Trinità, e annunciarlo è il compito della Chiesa. La Chiesa, per poter adempiere questo compito, deve restare indissolubilmente abbracciata a Cristo e non lasciarsene mai separare: ha bisogno di santi che abitino «nel Cuore di Gesù» e siano testimoni felici dell’amore trinitario di Dio. E i sacerdoti, per servire la Chiesa e il mondo, hanno bisogno di essere santi!

Dal Vaticano, 26 marzo 2012, solennità dell’Annunciazione della Beata Vergine.

+ MAURO card. PIACENZA,
prefetto
+ CELSO MORGA IRUZUBIETA,
arcivescovo titolare di Alba Marittima,
segretario


Letture e testi*

Preghiera per la santa Chiesa e per i sacerdoti

O mio Gesù, ti prego per tutta la Chiesa,
concedile l’amore e la luce del tuo Spirito,
da’ vigore alle parole dei sacerdoti,
in modo che i cuori induriti
si inteneriscano e ritornino a Te, Signore.
O Signore, dacci santi sacerdoti;
Tu stesso conservali nella santità.
O divino e sommo Sacerdote,
la potenza della tua misericordia
li accompagni ovunque e li difenda
dalle insidie e dai lacci del diavolo,
che egli tende continuamente alle anime dei sacerdoti.
La potenza della tua misericordia,
o Signore, spezzi e annienti
tutto ciò che può oscurare la santità dei sacerdoti,
poiché Tu puoi tutto.
Gesù mio amatissimo,
ti prego per il trionfo della Chiesa,
perché benedica il Santo Padre e tutto il Clero;
per ottenere la grazia della conversione
dei peccatori induriti nel peccato;
per una speciale benedizione e luce,
te ne prego, Gesù, per i sacerdoti,
presso i quali mi confesserò durante la mia vita.

SANTA FAUSTINA KOWALSKA


Esame di coscienza per i sacerdoti**

1. «Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» (Gv 17,19). Mi propongo seriamente la santità nel mio sacerdozio? Sono convinto che la fecondità del mio ministero sacerdotale viene da Dio e che, con la grazia dello Spirito Santo, devo identificarmi con Cristo e dare la mia vita per la salvezza del mondo?
2. «Questo è il mio corpo» (Mt 26,26). Il santo sacrificio della Messa è il centro della mia vita interiore? Mi preparo bene, celebro devotamente e dopo, mi raccolgo in ringraziamento? La Messa costituisce il punto di riferimento abituale nella mia giornata per lodare Dio, ringraziarlo dei suoi benefici, ricorrere alla sua benevolenza e riparare per i miei peccati e per quelli di tutti gli uomini?
3. «Lo zelo per la tua casa mi divora» (Gv 2,17). Celebro la Messa secondo i riti e le norme stabilite, con autentica motivazione, con i libri liturgici approvati? Sono attento alle Sacre Specie conservate nel tabernacolo, rinnovandole periodicamente? Conservo con cura i vasi sacri? Porto con dignità tutte le vesti sacre prescritte dalla Chiesa, tenendo presente che agisco in persona Christi capitis?
4. «Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). Mi procura gioia rimanere davanti a Gesù Cristo presente nel Santissimo Sacramento, nella mia meditazione e silenziosa adorazione? Sono fedele alla visita quotidiana al Santissimo Sacramento? Il mio tesoro è nel tabernacolo?
5. «Spiegaci la parabola» (Mt 13,36). Faccio ogni giorno la mia meditazione con attenzione, cercando di superare qualsiasi tipo di distrazione che mi separi da Dio, cercando la luce del Signore che servo? Medito assiduamente la sacra Scrittura? Recito con attenzione le mie preghiere abituali?
6. È necessario «pregare sempre, senza stancarsi» (Lc 18,1). Celebro quotidianamente la Liturgia delle ore integralmente, degnamente, attentamente e devotamente? Sono fedele al mio impegno con Cristo in questa dimensione importante del mio ministero, pregando a nome di tutta la Chiesa?
7. «Vieni e seguimi» (Mt 19,21). È nostro Signore Gesù Cristo il vero amore della mia vita? Osservo con gioia l’impegno del mio amore verso Dio nella continenza celibataria? Mi sono soffermato coscientemente su pensieri, desideri o atti impuri; ho tenuto conversazioni sconvenienti? Mi sono messo nell’occasione prossima di peccare contro la castità? Ho custodito il mio sguardo? Sono stato prudente nel trattare con le varie categorie di persone? La mia vita rappresenta, per i fedeli, una testimonianza del fatto che la purezza è qualcosa di possibile, di fecondo e di lieto?
8. «Chi sei tu?» (Gv 1,20). Nella mia condotta abituale, trovo elementi di debolezza, di pigrizia, di fiacchezza? Le mie conversazioni sono conformi al senso umano e soprannaturale che un sacerdote deve avere? Sono attento a far sì che nella mia vita non si introducano particolari superficiali o frivoli? In tutte le mie azioni sono coerente con la mia condizione di sacerdote?
9. «Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20). Amo la povertà cristiana? Ripongo il mio cuore in Dio e sono distaccato, interiormente, da tutto il resto? Sono disposto a rinunciare, per servire meglio Dio, alle mie comodità attuali, ai miei progetti personali, ai miei legittimi affetti? Possiedo cose superflue, ho fatto spese non necessarie o mi lascio prendere dall’ansia del consumismo? Faccio il possibile per vivere i momenti di riposo e di vacanza alla presenza di Dio, ricordando che sono sempre e in ogni luogo sacerdote, anche in quei momenti?
10. «Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). Ci sono nella mia vita peccati di superbia: difficoltà interiori, suscettibilità, irritazione, resistenza a perdonare, tendenza allo scoraggiamento ecc.? Chiedo a Dio la virtù dell’umiltà?
11. «E subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,34). Ho la convinzione che, nell’agire «nella persona di Cristo», sono direttamente coinvolto nel medesimo corpo di Cristo, la Chiesa? Posso dire sinceramente che amo la Chiesa e che servo con gioia la sua crescita, le sue cause, ciascuno dei suoi membri, tutta l’umanità?
12. «Tu sei Pietro» (Mt 16,18). Nihil sine episcopo – niente senza il vescovo – diceva sant’Ignazio di Antiochia: queste parole sono alla base del mio ministero sacerdotale? Ho ricevuto docilmente comandi, consigli o correzioni dal mio ordinario? Prego specialmente per il santo padre, in piena unione con i suoi insegnamenti e intenzioni?
13. «Che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13,34). Ho vissuto con diligenza la carità nel trattare con i miei fratelli sacerdoti o, al contrario, mi sono disinteressato di loro per egoismo, apatia o noncuranza? Ho criticato i miei fratelli nel sacerdozio? Sono stato accanto a quanti soffrono per la malattia fisica o il dolore morale? Vivo la fraternità affinché nessuno sia solo? Tratto tutti i miei fratelli sacerdoti e anche i fedeli laici con la stessa carità e pazienza di Cristo?
14. «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Conosco in profondità gli insegnamenti della Chiesa? Li assimilo e li trasmetto fedelmente? Sono consapevole del fatto che insegnare ciò che non corrisponde al Magistero, sia solenne che ordinario, costituisce un grave abuso, che reca danno alle anime?
15. «Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11). L’annuncio della parola di Dio porta i fedeli ai sacramenti. Mi confesso con regolarità e con frequenza, conformemente al mio stato e alle cose sante che tratto? Celebro con generosità il sacramento della Riconciliazione? Sono ampiamente disponibile alla direzione spirituale dei fedeli dedicandovi un tempo specifico? Preparo con cura la predicazione e la catechesi? Predico con zelo e con amore di Dio?
16. «Chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui» (Mc 3,13). Sono attento a scorgere i germi di vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata? Mi preoccupo di diffondere tra tutti i fedeli una maggiore coscienza della chiamata universale alla santità? Chiedo ai fedeli di pregare per le vocazioni e per la santificazione del Clero?
17. «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire» (Mt 20,28). Ho cercato di donarmi agli altri nel quotidiano, servendo evangelicamente? Manifesto la carità del Signore anche attraverso le opere? Vedo nella croce la presenza di Gesù Cristo e il trionfo dell’amore? Impronto la mia quotidianità allo spirito di servizio? Considero anche l’esercizio dell’autorità legata all’ufficio una forma imprescindibile di servizio?
18. «Ho sete» (Gv 19,28). Ho pregato e mi sono sacrificato veramente e con generosità per le anime che Dio mi ha affidato? Compio i miei doveri pastorali? Ho sollecitudine anche per le anime dei fedeli defunti?
19. «Ecco il tuo figlio! Ecco la tua madre!» (Gv 19,26-27). Ricorro pieno di speranza alla santa Vergine, Madre dei sacerdoti, per amare e far amare di più suo figlio Gesù? Coltivo la pietà mariana? Riservo uno spazio in ogni giornata per il santo Rosario? Ricorro alla sua materna intercessione nella lotta contro il demonio, la concupiscenza e la mondanità?
20. «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,44). Sono sollecito nell’assistere e amministrare i sacramenti ai moribondi? Considero nella mia meditazione personale, nella catechesi e nell’ordinaria predicazione la dottrina della Chiesa sui Novissimi? Chiedo la grazia della perseveranza finale e invito i fedeli a fare altrettanto? Offro frequentemente e con devozione i suffragi per le anime dei defunti?

(www.vatican.va)