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uomo-di-fede-prega-dioAgosto 2012

Tracce per una spiritualità missionaria

Bisogna essere uomini di Dio

Il missionario è colui che è mandato, oggetto di una missione da parte di Dio,attraverso le mediazioni consuete: Gesù Cristo, la Chiesa e il suo istituto.Un tentativo di sintesi, costruito sul dato biblico.

«Quelli che sono guidati dallo Spirito questi sono i figli di Dio» (Rm 8,14)
La spiritualità cristiana è il cammino della persona che vive la sua condizione cristiana e la sua missione nel mondo alla luce e sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. La spiritualità missionaria è la stessa cosa nella nostra condizione di missionari ad gentes. Come ogni spiritualità anche la nostra sarà determinata da una serie di valori che determinano degli atteggiamenti, attraverso i quali noi prendiamo delle decisioni e facciamo delle scelte in ordine alla nostra vita missionaria.
I valori che noi abbiamo elaborato sono inquadrati dalla nostra situazione di missionari. Noi siamo missionari e missionario è colui che è mandato, che è oggetto di una missione da parte di Dio, attraverso le mediazioni consuete: Gesù Cristo, la chiesa e il suo istituto.

“Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo” (Gv 8,29)
La spiritualità missionaria si fonda sulla relazione con Dio che ci ha chiamato per inviarci nel mondo. Essa è la relazione che si stabilisce tra “Colui che manda” e “colui che è mandato”. Questa è la relazione fondante della missione. Una tale relazione deve essere tenuta sempre presente, viva e operante, e non deve essere mai dimenticata. Essa deve illuminare e qualificare l’esistenza del missionario.
“Colui che manda” è anzitutto Dio Padre, ma anche il Figlio entra in questa missione: egli che è stato mandato e continua a essere mandato, trasmette a noi nel suo Spirito la sua stessa missione: “Come il Padre ha mandato (apestalken, perfetto) me, così anch’io mando voi… Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati” (Gv 20, 21-22). “Colui che manda” è infine, e al suo livello proprio, anche la comunità cristiana, cioè la chiesa locale, la comunità particolare dell’istituto missionario e la comunità nella quale il missionario vive e lavora.
Questi tre mandanti non si trovano in una relazione di successione temporale o cronologica, ma in una successione logica o, meglio, teologica, inscindibilmente legati tra loro in un rapporto di inclusione o immanenza: non c’è il primo senza il secondo e il terzo come non c’è il terzo senza il primo e il secondo.

“Sulla tua parola getterò le reti” (Lc 5,5)
La missione, quindi, suppone anzitutto un rapporto di obbedienza, inteso come ascolto di Dio e di fedele esecuzione (l’apostolo è un ambasciatore di Colui che l’ha mandato, cf. 2Co 5,20). Non è solo un rapporto funzionale, ma suppone la fede, come consegna di sé a Dio. Tale obbedienza (dal latino: ob-audire, ascoltare attentamente) suppone e richiede da parte del missionario l’impegno a spendere del tempo nell’ascolto della parola di Dio, nella lectio divina (secondo il metodo di lettura, meditazione, contemplazione e orazione), nella liturgia, nella lettura spirituale e in tutte le forme e tempi di orazione della tradizione della chiesa o dell’istituto.
È importante essere convinti che questo rapporto è di importanza capitale per il missionario, perché è l’esplicitazione o la consapevolezza di una relazione ontologica che fonda l’esistenza del missionario, come del resto di ogni fedele (Dt 6,4; Gv 1,1). Non solo: essa è la condizione per la fecondità della missione (cf. Lc 5,4-6; Gv 21,6). Non si può quindi ritenere tale consapevolezza qualcosa di opzionale, non la si deve lasciare all’improvvisazione, non deve essere in concorrenza con l’attività (“lo faccio se/quando non ho null’altro da fare”). Va posta nel proprio progetto personale di vita e assicurata nell’agenda della giornata collocandola in tempi garantiti (quando nessuno normalmente viene a cercarci per altri impegni ministeriali) e salvata anche a costo di sacrificarle un po’ del tempo del riposo o del sonno (cf. Mc 1,35; Lc 4,42). Se ci crediamo e se Dio è il primo valore della nostra vita… dovrebbe essere ovvio, ancorché pesante.
In assenza di questo rapporto, non solo non ci sarebbe spiritualità alcuna, ma presto anche la stessa missione si spegnerebbe in forme di filantropia o di attivismo puramente umani.

“Noi non possiamo tacere” (At 4,20)
Compito della missione e del missionario è l’annuncio del Regno e, oggi, del Signore risorto, del Salvatore dell’uomo. Noi annunziamo il Salvatore con la parola, con la vita, con le nostre attività.
L’annunzio è fatto anzitutto attraverso la vita vissuta nella consapevolezza di quell’amore che Dio ha avuto per il mondo e per ciascuno di noi. Questa è la straordinaria notizia da annunziare a tutti. Dio ci ama, è entrato nella nostra storia, il suo regno è già all’opera e lo è in me che parlo, in noi che siamo testimoni della sua azione e cooperatori del suo regno.
Se la nostra parola non si accompagnasse alla testimonianza intesa anzitutto come esperienza del rapporto con un Dio che mi ama, con un Salvatore che mi ha redento, con uno Spirito che mi abita e mi orienta, l’annuncio non supererebbe la soglia della propaganda e non sarebbe più l’annunzio tipico della missione.
Il Vangelo, cioè l’annunzio del regno di Dio, non è un prodotto da far conoscere, da pubblicizzare, da far accettare e, magari, da vendere ai potenziali clienti, ma una gioia da condividere (“ogni cristiano non può nascondere né conservare per sé questa novità e ricchezza ricevuta dalla bontà divina per essere comunicata a tutti gli uomini” (Rm 11).

“Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20)
In questo annuncio noi mettiamo in gioco la nostra vita consacrata alla missione e nei voti. Questi ultimi sono il contenuto della missione e non solo una modalità della missione. Noi annunciamo una nuova maniera di vivere la vita, una vita evangelica, vissuta in pienezza nella luce del Vangelo. I voti di castità, povertà e obbedienza sono simbolo di una vita completamente consegnata a Dio per il regno, anche se non dicono tutto quello che una vita secondo il Vangelo comporta. Ci sono tanti altri aspetti comuni a tutti i discepoli che compongono la vita secondo il Vangelo, tra essi soprattutto la carità, ma anche l’accoglienza, la disponibilità, la compassione, la solidarietà, la semplicità e altro, in una parola, una vita informata dal Vangelo di Gesù Cristo, una vita che è stata “conquistata” (Fil 3,12) dall’urgenza del regno di Dio e che diventa segno del regno di Dio per tutti.
Comprendiamo che questo genere di vita è di per sé annunzio di Gesù, l’uomo nuovo: nella novità e nella bellezza di una simile vita noi annunziamo il Mistero di Gesù Cristo – e attraverso lui il Mistero di Dio – del Signore risorto a una vita nuova, diversa, ormai definitivamente configurata con lui, una vita che egli ha inaugurato nella sua Pasqua e che propone a tutti noi, anzi che egli ci offre come un seme da far crescere nella nostra esistenza e nella nostra missione nel mondo.

“Corriamo con perseveranza tenendofisso lo sguardo su Gesù autore e perfezionatore della fede” (Eb 12,2)
All’origine di questa vita nuova ci sono la fede, la speranza e la carità che sono il dono di Dio che ci consente di vivere una vita diversa, configurata alla fede di Gesù, alla sua speranza e alla sua agápe, una vita consegnata a Dio Padre “fino alla fine” (Gv 13,1) come quella del Figlio di Dio. Una vita di fede, speranza e carità sarà il cuore e il motore della spiritualità cristiana e anche missionaria, di una vita impostata sulla fede nel Padre, come quella di Gesù (cf. il Vangelo secondo Giovanni e, nella Bibbia di Gerusalemme ed. 1973, la nota a Gv 4,34 che offre una sintesi della relazione di Gesù con il Padre).
Noi missionari dovremmo passare la nostra vita a contemplare il Mistero di Gesù che rivela il Padre, fino ad assumere, per l’azione dello Spirito santo, i tratti del volto del Figlio (cf. 2Cor 3,18) ed essere così in grado di farlo vedere a tutti. Solo così potremo essere considerati “uomini di Dio” (cf. 1Tm 6,11), uomini che appartengono a Dio e che da Dio sono mandati nel mondo, apostoli suoi.
Non siamo che poveri uomini, e tali rimaniamo, anche da missionari. Ma siamo servitori di Dio. L’obbedienza, l’ascolto e la contemplazione, ci costituiscono servitori di Dio, suoi testimoni, profeti ed evangelizzatori.

“Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15)
La testimonianza è destinata a sbocciare nell’annunzio esplicito del regno di Dio, cioè del Signore Gesù nel quale il regno è arrivato e che nella risurrezione lo ha inaugurato una volta per sempre. L’annunzio esplicito del Signore risorto noi lo possiamo offrire quando cogliamo nell’interlocutore l’attesa – implicita o esplicita – di sentire da noi “le ragioni della speranza che è in noi” (1Pt 3,15). I tempi sono diversi per i vari contesti e le varie persone… In certi contesti la missione si deve fermare alle opere della misericordia, segno del regno (cf. Lc 11,20); in altri momenti e contesti essa si apre al dialogo della vita e della fede, pronta ad ascoltare e a sostenere la fede che trova già operante in attesa delle “domande irresistibili” (EN 21) che la testimonianza fa nascere nel cuore dei fratelli fino a poter annunciare il Mistero della morte e della risurrezione. Poter annunciare il Signore Risorto “nostra Speranza” è la somma gioia del missionario, ma qualche volta bisogna saper attendere il kairos. Ciò che conta è che in ogni “fase” sia presente quell’originalità evangelica, quella novità cioè che fa di ogni frammento l’epifania del tutto!
Non sarebbe evangelico precipitare i tempi o anticipare le attese degli interlocutori con un annunzio intempestivo. Non si deve angosciarsi per la salvezza dei non-cristiani. Nel Nuovo Testamento non è mai detto che siamo noi i salvatori. Non siamo noi a decidere quando è ora di accedere alla salvezza. I tempi della salvezza sono di Dio e noi dobbiamo essere pazienti come Lui che sa attendere mille anni finché la libertà dell’uomo si disponga al suo incontro. A noi è chiesto di far brillare la bellezza del Vangelo nella nostra vita, di essere vigilanti per cogliere le attese e rispondere alle sollecitazioni di chi ci vede, ma senza l’arroganza della verità che umilia l’altro e blocca il dialogo, di rispondere invece “con dolcezza e rispetto e retta coscienza” (1Pt 3,15-16), condividendo la nostra fede e la nostra gioia con chi chiede di conoscere le motivazioni della nostra maniera di vivere.

“Da questo sapranno che siete miei discepoli …” (Gv 13,35)
La comunione e la comunità sono elemento essenziale della missione e della spiritualità missionaria. Come la venuta del Figlio nella carne produce immediatamente la comunione (“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi e noi vedemmo la sua gloria”, Gv 1,14), così la missione tende alla comunione con Dio e tra di noi (1Gv 1,1-5). La comunione orizzontale – ossia tra di noi – è una componente o dimensione della nostra fede in Dio che è in se stesso comunione e missione: “Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo” (1Gv 1,3).
Gesù stabilisce con noi un rapporto di comunione e missione: “Salì sul monte e chiamò a sé quelli che volle ed essi andarono da lui. Ne costituì dodici affinché stessero con lui e anche per mandarli a predicare…” (Mc 3, 13-14).
La comunione e la comunità non sono elementi aggiunti, accessori e quasi a lato, ma sono talmente inclusi nella vocazione, da diventare condizione per essere mandati, per essere missionari. Non è giusto né onesto perciò contrapporli tra di loro come se uno escludesse l’altro. La relazione con la comunità, con i fratelli o le sorelle è un elemento essenziale e fondante della missione come la vocazione che Dio rivolge a noi. Comunione e missione sono articolati tra loro come la sistole e la diastole del cuore.
Non possiamo quindi contrapporre missione e comunione oppure comunione e missione : sono due realtà che sono articolate e devono essere tenute tali nella relazione della missione, intesa come “essere mandati”.

“Tu, uomo di Dio…” (1Tm 6,11)
Gli atteggiamenti richiesti dalla missione esprimono la nostra condizione di uomini di Dio (cf. 1Tm 6,11), di persone che appartengono a Dio, che sono consapevoli della loro umanità fragile e povera, ma anche della trascendenza e alterità di Dio (cf. 2Cor 12,7b-9a), persone al servizio di Dio, suoi servitori come il Servo (Is 42.49.50.52-53; Mt 8,17; 12,18; 26,28), persone che non si appartengono più, che si sono consegnate a Lui e vivono per Lui e della sua luce riflettendo la sua maniera di essere e esistere, che è l’amore (1Gv 4,8).
Dalla relazione fondante della missione (i valori dell’esperienza di Dio, della comunione, della missione) conseguono tutti quegli atteggiamenti elaborati nella riflessione e che non è possibile ricordare in questa sede in modo esaustivo. A titolo indicativo ricordiamo: la semplicità, l’accoglienza, l’umiltà, l’apertura universale, l’attenzione all’altro, l’ascolto e la fiducia del dialogo (che suppone l’uguaglianza anche se noi sappiamo e crediamo di avere la vera rivelazione che viene da Dio), l’apprezzamento e la stima delle qualità dell’altro, la solidarietà, la compassione, ecc. Notiamo che sono tutti atteggiamenti di tipo relazionale, che declinano il verbo “amare” in tutte le possibili circostanze e in tutti i modi possibili.

“Aspettiamo nuovi cieli e una nuova terra …” (2Pt 3,13)
La missione del Signore che egli affida a noi, è una missione integrale che punta al benessere spirituale e materiale della persona, a tutto l’uomo e a tutti gli uomini, a “guarire e perdonare” (RMi 14). Il regno di Dio è il progetto di Dio di ricostruire l’unità della famiglia umana disgregata dal peccato secondo i valori della santità, della fraternità, della giustizia e della pace. L’annuncio del “Padre mio e del Padre vostro, Dio mio e Dio vostro” (Gv 20,17) è principio di una nuova fraternità, di un mondo di pace, di solidarietà e di giustizia. L’evangelizzazione è il “primo servizio” che la chiesa può rendere all’umanità oggi, “il primo contributo alla soluzione dell’urgente problema dello sviluppo” (ib. 58). La promozione umana e la liberazione fanno parte della spiritualità missionaria e sono un impegno obbligatorio per ogni missionario come per ogni cristiano.

“È parso bene allo Spirito Santo e a noi …” (At 15,28).
Dai valori e dagli atteggiamenti che abbiamo delineato discenderanno delle scelte concrete e coerenti. Non possiamo qui entrare nei dettagli di tali scelte che sono legate alla quotidianità e che quindi è impossibile elencare. Possiamo tuttavia affermarne alcune: il primato della carità e dello spirituale, l’attenzione alla cultura nell’annuncio del Vangelo e della fede, l’acculturazione del missionario all’ambiente culturale che incontra, senza eccessiva nostalgia o rimpianto per quello che ha lasciato, il discernimento pastorale comunitario e personale, l’approccio comunitario ai problemi, l’umiltà e la povertà nella scelta dei mezzi per la missione. E altro ancora.

Per concludere: va forse anche ricordato che la spiritualità missionaria non è una realtà statica, ma dinamica, che evolve nel tempo e secondo gli ambienti in cui si svolge la missione. Con essa quindi si trasforma anche il missionario che ne è portatore. La missione non può lasciare intatto il missionario, lo modifica e lo fa crescere. Se la missione non è vissuta in questo dinamismo dello Spirito che ci conduce, come Paolo era condotto e procedeva sempre nella luce dell’incontro con Cristo culminato nell’esperienza di Damasco, essa finirà inevitabilmente per non essere missione e forse anche per fare danno alla persona che la svolge.

(Gabriele Ferrari s.x., su Testimoni 13 del 2012)