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giving_handsGiugno 2012

La Vita Consacrata oggi in Argentina e America Latina

Dov'è riposta la nostra speranza?

È urgente rompere con certi schemi di vita religiosa e saper mettere in atto una nuova creatività; essere pionieri di un nuovo linguaggio, di nuovi spazi per Dio e per i poveri e trovare nuove ragioni di speranza.

“In cammino dove la vita ci chiama”: è il tema su cui si è svolta, dal 17 al 20 aprile scorso, l’Assemblea annuale dei superiori maggiori dei religiosi/e dell’Argentina,organizzata dalla CONFAR (Conferenza argentina dei Religiosi) che ha avuto luogo presso la casa di incontri El Cenáculo-La Montonera, de Pilar (Buenos Aires). I primi due giorni dei lavori sono stati dedicati alla riflessione teologica sulla vita religiosa latinoamericana, guidati dal monaco benedettino Simón Pedro Arnold, che vive nel Monastero della Risurrezione, da lui stesso fondato in Perù, sulle sponde del lago Titicaca, mentre i giorni seguenti sono stati riservati al discernimento e all’elezione della nuova giunta direttiva nazionale, da cui è risultata eletta come presidente sr. Marisa Claudia Biasutti HSAP, delle Suore di Sant’Antonio di Padova (Antoniane).

Dall’Esodo all’Apocalisse
Nel suo robusto intervento, Simón Pedro Arnold ha sviluppato una serie di temi strettamente intrecciati tra di loro, tra cui la decolonizzazione e l’interculturalità, il punto di vista teologico, verso una teologia meticcia, la speranza in un contesto apocalittico, la guerra agli dei nel mondo delle Ande contemporaneo e la mistica e la profezia nella vita religiosa.
La cultura e la società postmoderna, ha sottolineato il padre, ha provocato un uragano, che ha suscitato un certo panico anche nella Chiesa e nella VC.
Iniziamo con la frustrazione sociopolitica-religiosa. La VC ha vissuto gli anni ’70-’80 all’insegna dell’ottimismo del concilio e sulla spinta dell’euforia della Conferenza di Medellín (1968). Ci sentivamo, ha afferma-to Simón Pedro, pronti a uscire dall’Egitto, desiderosi di entrare nella terra promessa della democrazia e della giustizia. Erano i tempi della teologia della liberazione, dell’opzione per i poveri, dei movimenti politici rivoluzionari. Sapevamo chi era il faraone e naturalmente si aspettava il liberatore.
In questa lettura e in questo contesto ideologico, politico-religioso, la speranza sembrava prossima a realizzarsi. Faceva un tutt’uno con la realizzazione del regno di Dio, inteso come progetto storico.
Poi sopravvenne il “pessimismo dell’esilio”. Verso il termine degli anni ’70 e fino agli anni ’90; subentrò il dubbio, con il precipitare della situazione socio-politica nel continente latinoamericano e l’affermarsi delle dittature militari e della violenza terroristica. La speranza insita nel progetto storico, incominciò così a venir meno.
Purtroppo nella Chiesa molti approfittarono di quella situazione per far riemergere la linea conservatrice del passato, ignorando il concilio.
E anche la VC commise l’errore di credere che, dall’altra parte, l’impegno di una minoranza profetica potesse suscitare un dinamismo d’insieme.
Non si tenne conto del peso dello status quo, dell’inerzia istituzionale e della tendenza conservatrice presente in ogni gruppo umano.
Come nell’esilio di Babilonia, questo fu un periodo di silenzio, di riflessione e di conversione. Fu un tempo anche di paura, se si pensa alla persecuzione e al dramma dei “desaparecidos”, laici, catechisti, preti e suore. Sotto la cenere covava anche una chiara nostalgia di una purezza d’ideali perduti, la coscienza dei peccati propri e altrui, la speranza di un ritorno, mentre... le arpe continuavano a rimanere appese ai salici piangenti.
Ricordo che nei ritiri spirituali dei giovani dei nostri collegi cattolici, i temi trattati riguardavano la preghiera, la sessualità, la conversione, il peccato, mentre anni prima si parlava di liberazione, di impegno con i poveri nelle periferie, di giustizia sociale ecc.
Tutto annunciava la fine di un cristianesimo storico e la scomparsa dei profeti dell’esilio, ormai anziani o già morti.
Attualmente stiamo arrivando alla fine di questo percorso, che ha lasciato dietro di sé il deserto, anche se la società ha cercato di rifugiarsi in una specie di democrazia, o meglio in un “populismo”: il potere è in mano a banditi o giovani lupi cinici, alla ricerca del proprio interesse al di sopra del bene comune; per non parlare poi della corruzione. Indubbiamente quel tempo ebbe i suoi martiri, anche tra i cristiani, laici e religiosi, persone che in realtà annunciavano il Vangelo tra i poveri.
Più che di speranza, il nostro potrebbe essere definito un tempo di fede, che ci porta alla contemplazione della croce, convinti che dalla morte nascerà la vita. Di qui una certa lettura apocalittica e insieme evangelica della storia: se infatti il grano non muore...

Dalla crisalide alla farfalla
Simón Pedro si è servito di alcune immagini o simboli interessanti per aiutarci a capire la nostra epoca: «Sono del tutto convinto – ha detto – che stiamo entrando in un’epoca di totale metamorfosi... nell’era della farfalla. Ci troviamo nel preciso momento, notturno e segreto, del processo della crisalide. Domani, all’aurora, tutto sarà cambiato e non rimarrà niente del bruco che si trascinava nella precedente oscurità»...
Qui nasce anche la nuova teologia della speranza che, nella lettura dei teologi latinoamericani, va nel senso paolino della speranza contro ogni speranza; una speranza che si muove, da una parte, tra un progetto (storico) e, dall’altra, la nostalgia del ritorno dall’esilio (neoconservatorismo).
Per entrare in questa nuova speranza, ha sottolineato Simón Pedro, forse dovremo rinunciare, almeno per un certo tempo, al “non ancora” del Regno, che tanto occupa le nostre energie da 50 anni, per dedicarci in modo permanente a tastare il polso del “già”, umile ma reale, di questo Regno che soffre le doglie del parto nell’istante eterno del presente.
Naturalmente la nuova situazione di speranza, oltre a riguardare la vita cristiana della nostra gente, così fortemente legata a un Dio presente nella religiosità popolare, soprattutto mariana, scuote inevitabilmente anche la VC.
Ci si domanda: la VC dove ha posto la sua speranza? Dopo oltre trent’anni di ricerche e di sforzi e l’emergere di nuove scelte come l’inserimento tra i poveri, l’inculturazione, la rifondazione ecc., nulla è servito a contrastare la crisi interna delle comunità.
Allora ci si chiede nuovamente: dove abbiamo riposto la nostra speranza? Diciamolo chiaramente: in buona parte l’abbiamo riposta sul numero delle “vocazioni” che entrano ogni anno e nella loro perseveranza. Per esempio, quando un provinciale si incontra con un altro, la prima domanda che fa è: quanti ne hai tu?
È una speranza, ha proseguito Simón Pedro, quantitativa, ancorata, inconsciamente su quella che sembra essere la nostra unica preoccupazione: la continuità della nostra esistenza come istituzione e come carisma.
Ma più che nel numero delle vocazioni, oggi il problema sta nella nostra vera vocazione. Come VC, noi abbiamo la vocazione della speranza; è la nostra missione e la nostra responsabilità nell’oscurità di questo mondo. Non importa la fecondità visibile e quantitativa della nostra pastorale vocazionale e delle nostre opere.
Nella prospettiva apocalittica, la speranza quindi sta nell’impulso della nostra vita spirituale, pastorale, missionaria; delle nostre relazioni comunitarie. Bisogna allora che rivediamo il nostro stile di vita, le nostre relazioni, la qualità della nostra esperienza mistica, l’entusiasmo gratuito che mettiamo in tutto ciò che facciamo, senza guardare in primo luogo ai risultati.

La speranza è insita nel dinamismo della nostra vita personale e comunitaria, ed essa ci obbliga a metterci in cammino verso la conversione e la risurrezione. Ci sono delle ferite morali, affettive, spirituali e istituzionali che ci fanno fortemente soffrire e che sono assolutamente incompatibili con questa visione della speranza.
Infine, la speranza ha a che vedere con l’arte di morire a noi stessi, alle nostre opere e ai nostri numeri. Molte forme di vita, molte famiglie religiose, presto sono destinate a scomparire. Bisogna morire nell’entusiasmo della fede con un totale e fiducioso abbandono in Dio. Parla più di speranza e di risurrezione una intensa qualità di presenza nel mondo, nella Chiesa e tra i fratelli e sorelle, che non ogni altra povera tecnica di sopravvivenza e significatività.

Per un nuovo stile di vita religiosa
Certamente il discorso sulla VC oggi è dappertutto complesso e complicato. Occorre rileggere la parabola del Samaritano, che tra l’altro fu anche l’icona scelta nel famoso Congresso mondiale della vita consacrata del 2004, assieme a quella della Samaritana.
È necessario cioè scegliere tra la vita e la morte: il sacerdote e il levita, in nome della legge, passano oltre, e in pratica scelgono la morte; il samaritano invece opta per la vita, rischia, gioca la sua vita per dare vita. Una nuova esperienza mistica per il religioso oggi sta nello scegliere la vita che si trova in pericolo. È una sfida che deriva dalla fede nella risurrezione, dalla “ri–creazione”, dal “nascere di nuovo” alla Nicodemo.
Nel corso della storia, la VC è sempre sorta come alternativa mistica a una crisi globale. Bisogna fare attenzione ed essere aperti alla nuova cultura “inter”...internet, al mondo delle comunicazioni e delle reti, a metterci in relazione con ... Ma anche alla cultura del “trans”, ossia la capacità di vivere in una società in permanente cambiamento di linguaggio, di passare dall’etica alla mistica, dalla norma alla virtù. Non aver paura di mettersi nelle situazioni “limite”. Vedi il coraggio dei fondatori e delle fondatrici!

Abbandonare il balcone e mettersi in processione
Bisogna camminare inseriti nella realtà quotidiana della gente, uscire dalle sacrestie, usare un nuovo linguaggio. Una cultura “laica” sta invadendo il continente. È necessario scendere verso l’ambiente “pagano”, del “pagus”, ossia del popolo, immergersi nuovamente nel mondo senza paura; essere l’aurora, la mistica del mondo, fecondare la storia. Il cristiano non cessa di essere “pagano”, persona della terra. Dio ha benedetto e glorificato la “carne” del Figlio.
Scrive un prete italiano: «Nessuna unzione sacra ci protegge, perché comune è il destino dell’uomo e tutti siamo toccati dalla corruzione di questa società. Siamo dunque al cuore e alla carne del nostro essere uomini, credenti, pastori. Uomini tra umani, senza privilegi e raccomandazioni. Forse diremo alla gente solo quello che abbiamo detto a noi stessi nei momenti della prova, forse parleremo ai nostri fedeli di quel Dio che nel dolore abbiamo finalmente conosciuto: “Ora so chi sei: Io ti conoscevo solo per sentito dire”» (Gb). L’esempio di Gesù è chiaro: egli andava tra la gente; non aveva paura dei rischi, del contagio: conosceva la realtà quotidiana dei poveri, degli ammalati ed emarginati di quella società. Mangiava, beveva, sudava e piangeva.
La persona consacrata deve rivedere la sua mistica alla luce della nuova realtà in mezzo al mondo e non fuggire dal mondo. Scoprire nuovamente la bellezza del contatto umano e affettivo, sull’esempio dell’incontro di Gesù con la Samaritana o con i discepoli di Emmaus.

Cristo povero sceglie apostoli “ignoranti”
Durante la formazione, bisogna che il giovane riscopra il Cristo nudo sulla croce. Purtroppo ai giovani che vengono a noi diamo un Cristo troppo bello, comodo e ben vestito; per cui la gente, specialmente appunto i giovani, non riconoscono più in noi l’immagine o meglio la presenza di un Cristo vivo, che attira.
Abbiamo perso la santa ignoranza degli apostoli, ossia la povertà “culturale” di questi uomini che Gesù e lo Spirito hanno pian piano rivestito di fede, di generosità, attraverso un’esperienza dolorosa e umiliante. Bisogna partire dal basso per poter rifare e rivivere con sorpresa l’incontro con Gesù. La stessa comunità religiosa deve sperimentare questo cambiamento radicale, ossia quello di un Gesù taumaturgo, che risana, risuscita e ridona la vita. Noi invece riempiamo la mente e il cuore del giovane, che si avvicina per fare l’esperienza viva di un Cristo vivo, di nozioni filosofiche e di esperienze pastorali, prima ancora di entrare in noviziato, un tempo che dovrebbe essere invece dedicato a una solida formazione, ossia all’esperienza dell’incontro con Cristo, per suscitare una risposta radicale e generosa al suo amore. Il giovane va alla ricerca appunto del Dio di Gesù povero e nudo sulla croce.
Bisogna riconoscere con chiarezza che la strada vera e autentica della VC oggi in AL è quella della povertà. Purtroppo, e bisogna dirlo con franchezza e preoccupazione, gli istituti che hanno più “vocazioni” sono in realtà anche i più conservatori.

Siamo nella Chiesa una “bomba mistica”
È urgente rompere con certi schemi di vita religiosa e saper mettere in atto una nuova creatività; essere pionieri di un nuovo linguaggio, di nuovi spazi per Dio e per i poveri. Tutte le congregazioni e gli Ordini sono nati mettendo in questione la logica del sacerdote e del levita di cui parla il Vangelo. Purtroppo abbiamo finito per ricadere nella stessa mentalità.
In sintesi, ha concluso Simón Pedro Arnold:
1. ritornare al “paganesimo”, ossia metterci nel mondo d’oggi che è pagano.
2. Rimettere Gesù al centro della nostra vita.
3. Il povero scelto come via per arrivare a Gesù.

Altri temi emersi in assemblea
Altri temi, altre riflessioni sono emersi nel corso dell’assemblea, anche attraverso domande. Personalmente credo che la VC in questo momento storico dell’America latina – in alcuni paesi ha ancora abbastanza candidati – si dibatta su due fronti: la serenità comprovata della terza e quarta età, fatta di pace e rassegnazione, ma anche di esperienza e di saggezza (due terzi dei superiori presenti andavano dai sessanta in su) e la fascia di mezzo, incerta, che guarda il da farsi, senza tanta voglia di impegnarsi, e magari dando la colpa ai “vecchi” perché non mollano le redini.
In Argentina, è facile capire certe situazioni che si sono create per la presenza ancora forte in varie congregazioni di religiosi italiani, spagnoli e anche francesi. Diversa è la situazione di altri paesi del continente, come Brasile, Messico, Colombia dove praticamente il numero dei religiosi è in assoluta maggioranza “autoctono”.
Infine i giovani: non sono molti e hanno bisogno di una forte esperienza di fede e di entusiasmo per il Regno, per poter resistere appunto all’ambiente pagano, che conoscono meglio di tutti. Il loro sostegno si basa in genere sulle attività apostoliche e missionarie. Ma sono fragili interiormente e dopo alcuni anni molti vengono meno, quasi sempre per ragioni affettive, e cadono come un albero
privo di solide radici. Sono figli della loro epoca light.

(Attilio Zorzetti scj, dehoniano da 42 anni in Argentina, su Testimoni 11 del 2012)