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mazzarelloGiugno 2012

Nel 140° di fondazione delle salesiane

Maìn, un film sulla Mazzarello

Maìn” è il titolo del film. È il nomignolo con cui nella Mornese dell’ottocento veniva chiamata Maria Domenica. Il film è stato girato da sr. Caterina Cangià, salesiana, con il contributo di un giovane regista laico, Simone Spada. È un film che parla a tutti, come del resto, la santità.

Girare un film a soggetto è una delle operazioni, solitamente, complesse perché richiede tempo, soldi, determinazione, oculatezza e anche insolite capacità organizzative. Soprattutto un buon soggetto. E suor Caterina Cangià, Figlia di Maria Ausiliatrice, ha avuto un valido punto di partenza in questa sua arte cinematografica: Maria Domenica Mazzarello, la confondatrice, insieme a don Bosco, delle suore salesiane. Difatti “Maìn” è il titolo del film. Proprio il nomignolo con cui nella Mornese dell’ottocento veniva chiamata Maria Domenica. Il film è girato in digitale e la sceneggiatura, a detta dell’autrice, «con tutti i ciak girati, ha prodotto 5 terabyte di… santità».
Per suor Caterina la creazione di questo film è stata coniugata con «i vari impegni di docenza universitaria, correzione delle tesi, ricevimento degli studenti» dedicando alla scrittura della sceneggiatura le ore serali – dichiara - per «tuffarmi nel film in divenire».
Ma a mettere a punto l’idea con le sue ragioni di fondo, lo svolgimento nei suoi dettagli e la risoluzione finale di questi fotogrammi e sequenze è proprio suor Caterina che ha ottenuto per il suo primo Cd-I, “European party”, il premio internazionale Gold Award al Milla di Cannes nel 1996 e, dopo alcuni anni, nel 1999, le è stato conferito, tra l’altro, il premio Marisa Bellisario in qualità di “pedagogista multimediale”.

Madre Mazzarello, una donna dell’ottocento, in cui i canoni femminili erano quelli della donna dedita agli affetti di casa. Nel suo film come ha espresso la femminilità della Mazzarello?
La femminilità di Maìn traspare da ogni scena del film. Si prende cura dei fratellini. Consola il padre, con dolcezza, dopo che i ladri hanno portato via tutti i risparmi della famiglia. Accudisce a una mamma ammalata. Si commuove quando il merciaio le porta le sue due figlie orfane. La sua femminilità che traspare dallo sguardo, dalle parole e dai gesti dialoga molto con la fermezza, la decisione, lo spirito di sacrificio e l’autonomia. Per essere una donna dell’Ottocento, Maìn è anche controcorrente. Immaginiamo il paese di Mornese con le sue chiusure, pregiudizi, visioni molto circoscritte. Maìn esce dal coro. È questa femminilità che ho voluto esprimere e la scelta dell’attrice, Gaia Insenga, dolcissima nello sguardo e nel sorriso, ma ferma e decisa nella voce e nel movimento ne dà atto.

Da questa pellicola “di santità” ha pensato a una simbologia che parla alle donne di oggi?
Sicuramente. In un’inquadratura del film Maìn, in esilio alla Valponasca su consiglio di don Pestarino, per ovviare ai pettegolezzi del paese, si stringe forte al petto lo scialle della mamma, rimasto chissà come alla Valponasca. Quello stesso scialle riporta a Mornese e se lo tiene sulle spalle. Se ne distacca solo quando una bambina non riesce ad addormentarsi per il freddo. Lo scialle simbolicamente esprime l’atteggiamento del prendersi cura, la capacità di prendere iniziative a favore del bene sociale, di portare avanti un progetto di crescita nonostante le avversità, di credere di potersela cavare anche da sole.

In questi ultimi anni la cinematografia si è occupata di soggetti religiosi. Cosa differenzia la realizzazione di un’opera tra un regista laico e un regista religioso?
Penso che il regista “sincero”, ma vorrei dire, alla romana, “verace”, di fronte a una biografia è obbligato a scavarla dentro per far emergere, con l’originalità di una vita votata alla santità, anche la forza carismatica. Ho vissuto la felice esperienza di collaborazione con Simone Spada, un giovane regista laico, con il quale, da “religiosa” nel senso più totale del termine, ho potuto scambiare idee, spunti, decisioni sulle inquadrature e il montaggio.

Lei ha creato una sceneggiatura per un pubblico prevalentemente “cattolico”. Ma quali sono gli elementi che parlano all’ateo, al non credente, al diffidente?
Sì, decisamente il primo pubblico per il quale il film è stato realizzato è un pubblico cattolico. Il film però, così come è stato costruito, parla a tutti. Perché una contadina semianalfabeta, spinta dal vivo desiderio di fare del bene alle sue compaesane più giovani di lei, a renderle autonome, capaci di guadagnarsi la vita è un canto all’impegno sociale. Una donna “felice” e capace di distribuire felicità attorno a sé dice all’ateo, al non credente e al diffidente che la felicità nelle prove e difficoltà non si può inventare. Nasce da qualcosa che ha radici e sorgente nel profondo del proprio essere. E vedendo questo si interrogano tutti. Cattolici e non.

Nel film certamente ha proiettato parte della sua spiritualità e il modo in cui lei vive. C’è un personaggio in cui ha trasmesso qualcosa di sé?
Questa è una bella domanda trabocchetto … Scrivendo la sceneggiatura e, ancora prima, leggendo le varie biografie della Santa, la cronistoria dell’Istituto, gli Atti del processo di beatificazione e canonizzazione, mi sono continuamente confrontata con Maìn e qua e là l’ho riletta e raccontata con piccoli dettagli del mio modo di mettermi a contatto con i bambini e con i ragazzi. Certo domina in assoluto ciò che Maìn diceva e scriveva, ma piccole cose, come ad esempio quando le sorelline più piccole di Enrichetta Sorbone, entrata a farsi suora e accolta con le sue quattro sorelle rimaste orfane di madre, non si muovono per seguire le più grandi, la Madre tira fuori dalla sua manica un piccolo ferro da stiro e dice: “C’è una sorpresa per voi…”. Ecco, questa è una delle mie abitudini con i più piccoli della mia “Bottega d’Europa”: fare piccole sorprese per far sentire i bambini a casa, per creare un ponte che cancella le loro paure e timori. Anche quando Maìn dice, con la sua voce off, parole-preghiere a Dio, ho pescato tra quelle – spontanee – che mi sono più care e quotidiane.

Lei è una religiosa inserita in una realtà istituzionale e comunitaria, cioè la sua congregazione religiosa e la comunità dove vive. Quale è stato il rapporto con questa realtà dall’ideazione alla realizzazione dell’opera?
Bellissimo. Tutte le mie consorelle hanno partecipato con curiosità e interesse e aiuto per quanto ha riguardato la realizzazione dei costumi e degli oggetti. Il lungo momento dell’ideazione l’ho condiviso con il consiglio generalizio della mia congregazione. Incontri di narrazione e di scambio che mi hanno dato sicurezza, incoraggiamento per continuare nel lavoro e mi hanno fatto sentire tutta la fiducia che veniva riposta in me. Nella realizzazione dell’opera poi, bisognava vedere la mia comunità e la sala dove ci raduniamo la sera, piena zeppa di piccole cose da fare che avrebbero chiesto molto tempo se le avessimo dovute fare con la squadra di costumiste. Il film è stata un’occasione comunitaria per esprimere in tutta la sua finezza la parola comprensione.

Storiograficamente è indubbio l’apporto dato dalle FMA nei decenni successivi all’unità d’Italia. Quale pensa possa essere oggi, a partire dal film, la significatività della presenza del suo istituto in questo particolare contesto della situazione italiana?
Se penso alla Scuola Normale di Nizza Monferrato mi dico: davvero abbiamo contribuito a fare gli italiani! Perché le maestre sono state – e sono – la mediazione verso una vita civica vissuta con convinzione e serietà. Nell’ultima parte del film si coglie la qualità dell’educazione impartita: le “figliette” coltivano le lingue, la lettura seria in biblioteca, le attività artistiche, il teatro. Insegnare con passione e competenza non può che aver creato, in centinaia di migliaia, senso di appartenenza all’Italia e amore per essa.

Un film che nasce è come dare alla luce un figlio. Questa sua esperienza di “gestazione” ha avuto momenti di difficoltà?
Certo. A cominciare dalla gestazione, quando ci siamo improvvisamente accorti che Multidea, pur essendo una casa di produzione di multimedialità, non era una casa cinematografica. E allora, di corsa, perché mancavano dieci giorni alla lavorazione del film, ad avviare le pratiche. Dal ministero è arrivata la risposta che potevamo girare un film e che la Multidea era, a tutti gli effetti, una casa di produzione cinematografica, due giorni prima delle riprese. E altre e altre difficoltà di tanti generi superate con l’aiuto della stupenda squadra di lavoro e di tanta “grinta”.

Fonti salesiane e fonti bibliche. L‘hanno aiutata in che modo?
Le fonti salesiane per il filo conduttore della narrazione, per le parole e i pensieri di Maìn, espressi molte volte con voce off. Vari spunti dalle lettere di Maìn quando è stata superiora dell’istituto li ho trasposti a volte in altre epoche della vita, più consone alla narrazione del film. Potrei dire che quasi tutte le cose che la santa dice sono state davvero dette o scritte da lei. Le fonti bibliche mi hanno ispirata per altri pensieri che qua e là traspaiono nel film e soprattutto hanno nutrito me.

Se dovesse dire tre elementi che collegano i personaggi, quali indicherebbe?
Grande professionalità, generosa collaborazione e immersione nella storia. Ho solo da dire grazie a tutti. Mai nessuno è arrivato poco preparato sulle battute, mai nessuno ha manifestato stanchezza – e abbiamo girato nel mese di agosto e settembre – mai nessuno ha detto: “fermiamoci un po’?”.

I personaggi, sia protagonisti che no hanno avuto la stessa cura?
Nel modo più assoluto. Un film è riuscito, come è riuscita un’opera teatrale, quando tutti sono curati per quanto riguarda la tipologia di attore o di figurante, il costume e il trucco e gli oggetti che utilizza. Alla fine è come un ricamo: punti difficili e complessi e punti semplici: il ricamo è uno solo.

Quando l’ha visionato la prima volta a cosa ha pensato?
Veramente sono stata presente durante tutto il montaggio perché la stazione di montaggio è qui, nella sede della Multidea, nella casa religiosa dove vivo. Però man mano che Simone Spada, il regista, e Francesca Forletta, la montatrice, completavano una scena, è stata sempre un’e- mozione nuova. L’emozione più forte quando mi hanno fatto la sorpresa del promo (promo è un breve filmato promozionale di un film di prossima uscita), tre minuti e mezzo di sintesi del film, appoggiata sulla bellissima musica, Oceano, di Roberto Cacciapaglia.

C’è un atteggiamento o un valore che ha voluto esprimere?
Sì, la relazione. Maìn è stata donna che ha costruito reti. Prima nella sua famiglia, poi con le sue amiche, poi con le “figliette” e le sue strette collaboratrici, poi le comunità, vicine e lontane, legate insieme dalla sua voce e dalle sue lettere. E ora tutte noi, Figlie di Maria Ausiliatrice, presenti in 94 nazioni del mondo.

Il film quale messaggio nascosto consegna al pubblico e in particolare ai giovani?
Che la santità è possibile. Che è impastata con le cose di ogni giorno. Che la gioia più grande è farsi “dimora” di felicità per chi ci avvicina.

Una scena, un simbolo, un taglio che vuol consegnare ai religiosi e alle religiose?
Quando Maìn dice a Dio: «Sono stata un quarto d’ora senza pensare a te. Mai più un quarto d’ora senza pensarti». Questo lo può dire solo chi è terribilmente innamorato di qualcuno. E noi religiose e religiosi lo dobbiamo essere, pazzamente, di Dio.

Un’ultima domanda: se dovesse rifarlo cosa cambierebbe?
Forse niente. Avrei però tutta la serenità che viene dal sapere per davvero, adesso, cosa significa fare un film. Dall’inizio alla fine. Infatti desidero farne un altro.

(suor Maria Trigila, delegata mondiale salesiani cooperatori, su Testimoni 10 del 2012)