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speranzaGiugno 2012

Le resistenze al cambiamento

Non si può vivere di rendita

Oggi soffriamo perché in passato non si è creduto abbastanza che fosse possibile cambiare.Ma la storia dice che chi resiste al cambiamento sicuramente sbaglia, e chi accoglie il cambiamento può sbagliare, ma spesso indovina la direzione della storia.

In verità non lo è mai stato. Uno sguardo retrospettivo rende ragione di ciò.Che ne è delle prime, “attraenti” comunità apostoliche; che cosa rimane delle fiorenti comunità  dell’Africa di s. Agostino, se non una lista di sedi fittizie per i vescovi titolari? Che rimane nella Turchia attuale della bella chiesa siro-giacobita, espressione del cristianesimo dell’alba dei tempi patristici? Che rimane delle cristianità dell’alta Mesopotamia, a lungo così splendenti. E successivamente, che ne è stato di prestigiose istituzioni quali l’ordine di Grandemont o le numerose branche dell’antica osservanza dell’Ordine di Cluny? Ed ancora com’è stato possibile che in questi ultimi cinquant’anni siano scomparsi oltre 370 istituti?

La vita è un continuo attraversamento di soglie

Ho accennato a tre momenti della storia della Chiesa e della VR, distanti circa un millennio l’uno dall’altro, ognuno dei quali ha avuto un lungo tempo di fulgore che non è stato di profitto per quello successivo. Questo viene a dire che ogni forma identitaria è migrazione, nomadismo, mai stanzialità o staticità mentale. In ogni epoca il presente si alimenta prevalentemente di nuove possibilità più che di passato.
La possibilità di una «nuova primavera di vita cristiana» era annunciata nella lettera apostolica di Giovanni Paolo II «Tertio millennio adveniente (1994). Precedentemente Giovanni XXIII annunciando il concilio affermava solennemente: «Siamo alle soglie di una nuova era». Anche Giovanni Paolo II è tornato ripetutamente sul tema della “novità” come chiave di lettura dei nostri tempi: nell’enciclica Dominum et vivificantem parla di un nuovo tempo di “avvento” e in Redemptoris mater sostiene che la fine del secondo millennio apre una nuova prospettiva. Il punto focale di tutto questo dire, sta nel termine “nuova”, che dice passaggio, traversata: dunque rimanda a categorie bibliche, “pasquali”. Oggi soffriamo, proprio perché non si è coltivato abbastanza il senso della possibilità, cioè del credere che fosse possibile cambiare: cinquant’anni fa perché – come qualcuno ha già ricordato – l’uomo nella prosperità non comprende; successivamente a motivo di protratte gravi lacune di pensiero critico; e oggi perché, i più, ormai assestati, dal nuovo si sentono giudicati. La via di uscita sta nell’accogliere la lezione della storia: «chi resiste al cambiamento sicuramente sbaglia, chi accoglie il cambiamento può sbagliare, ma spesso indovina la direzione della storia, entra nel regno, risponde positivamente alle sollecitazioni della vita».

Ambiti dove il passato non ci è di aiuto

Ambito istituzionale

Uno degli attuali aspetti di fragilità della VR, diversamente dai mondi vitali, è il debole senso di adesione all’istituzione da parte di un numero crescente di religiosi/e, che li porta all’appartenenza con riserva.
Il criterio di una VR credibile, diversamente da qualche decennio fa, non è dato da un elemento istituzionale, ma da un senso di appartenenza che passa attraverso i rapporti personali, “primari”, ove le persone si ritrovano in prospettiva di un incontro più complessivo che implichi non solo il lavoro ma anche mente e cuore.
Se nella VR la meta proposta è la “fraternità”, l’ambiente fecondativo di questa è l’essere “famiglia”. L’istituzione specie negli ultimi decenni ha dato molto spazio al concetto di “famiglia”, ma in quanto compatibile con il concetto e la prassi di “famiglia patriarcale” che rimanda, di fatto, all’assetto “istituzionale” con il suo centralismo e curialismo, quale risultato non di esigenze evangeliche ma di influenze storiche e annose sedimentazioni fissate nei Consuetudinari, che hanno portato a far prevalere la “normatività” sulla normalità dei comportamenti, il conformismo sulla autenticità.
È solo la fraternità in grado di «generare comunità che respirino e lascino respirare il profumo liberante e consolante del Vangelo, profondamente attraversate dall’interesse verso il “regno” piuttosto che all’autopromozione e all’autoconservazione».
Alla pesantezza delle tradizionali forme istituzionali le nuove generazioni preferiscono l’agilità delle nuove forme evangeliche che agevolano la condivisione degli stessi sogni e le stesse seti. Soltanto la fraternità è una risposta alle sfide dell’epoca: comunità-comunione che abbracci la libertà dei singoli e la socialità; soggettività e comunitarietà, il tutto all’interno di forme leggere, non aziendali, accoglienti che non esonerino dal prendere decisioni in prima persona. Comunità dove leader non sia la persona e il suo ruolo, ma la comunione, espressa in una vita dove ciascuno sollecita nell’altro le sorgenti della vita. Oltre quarant’anni fa il maggior teologo della VR, J.M.Tillard, scriveva: «si giungerà a capovolgere l’ordine corrente e a mettere la vita di comunione fraterna al di sopra della comunità giuridica?».

Ambito della profezia

Nel tempo (primi secoli d.C.) in cui la fine del mondo e il giudizio finale sembravano ormai prossimi, la profezia era data dall’annuncio prevalentemente collegato alla dimensione apocalittica, che sollecitava al pentimento attraverso la preghiera e la mortificazione.
Tutto ciò ha indirizzato successivamente la profezia ad accentuare l’attenzione soprattutto sull’ascetica piuttosto che sulla mistica, sulla morale piuttosto che sulla spiritualità, sul sacrificio del dovere piuttosto che sulla vita interiore, sul “salvarsi l’anima” piuttosto che sulla missionarietà.
Ai nostri giorni la vocazione profetica della VR sta maggiormente nel saper cogliere i segni di Dio nella realtà del mondo, e contemporaneamente nel saper leggere le domande profonde, inespresse, per collegarle alle proposte del Vangelo. La sua funzione allora non è soltanto di evocare ma di provocare nuove incarnazioni rispondenti alle necessità delle situazioni, con il ritrovare l’attitudine a pensare la storia della salvezza come la salvezza dell’uomo, di tutto l’uomo, perché possa essere “creatura nuova” nell’oggi, non avulsa dalla maturazione delle nuove istanze che vanno meglio a esprimere compiutamente la persona secondo Dio.
Diceva Mazzolari: «Cristo ha fatto del cristiano l’uomo finalmente promosso a uomo». Sulla stessa linea hanno osato parole profetiche Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti, Ernesto Balducci, David Turoldo, Tonino Bello. Allora, la vita religiosa, se Cristo è venuto a cambiare il modo di essere uomini, ha da ritrovare l’attitudine ad annunciare la storia della salvezza come la salvezza dell’uomo. Un annuncio che mostri i tratti di una bontà e di una bellezza capaci di accordarsi all’umano.

Ambito delle relazioni

La VR è nata eremitica, poi monastica, dunque da una presa di distanza dalle relazioni (fuga mundi). Ci sono voluti secoli per arrivare a concepirsi nel mondo; ora, non bastando più questo, si è chiamati a fare il passaggioa con il mondo, ossia ad essere evangelicamente tra la gente, con relazioni di prossimità, «per conoscere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia». La vita e la fede non si generano a distanza o attraverso relazioni scandite in incontri professionali, funzionali, ma si trasmette viso a viso attraverso persone felici e realizzate. Allora non è più possibile – come era di norma – continuare a considerare le diverse vocazioni come realtà staccate e indipendenti tra loro, da affrontare come ognuna a se stante. La comprensione delle diverse vocazioni e la delineazione della loro specificità andrà precisata all’interno della loro unità e della loro multiformità, in un quadro di vicendevole arricchimento. Al centro della fede – direbbe il Maestro – non c’è più il luogo sacro, il tempio, ma una relazione santa che passando dall’uomo va a Dio.
Se non è più possibile galleggiare sulla società a maggior ragione non è più possibile «galleggiare sulla Chiesa», per il fatto che le varie forme di vita consacrata non sono isole ma espressioni di essa, e con essa impegnate nell’unica grande missione evangelizzatrice.

Ambito delle vocazioni

La vocazione del consacrato/a da sempre ha avuto e sempre avrà come essenziale un profondo legame personale a Cristo, ma ciò che è cambiato sono le motivazioni che influiscono sulla scelta.
Agli inizi, la vita monastica era ricca di vocazioni anche perché in quel tempo si pensava che non ci fosse altra via che assicurasse la “salvezza dell’anima che quella della consacrazione. E così per secoli.
Attorno all’anno mille, ad esempio, il successo vocazionale, non solo di Cluny, è determinato in gran parte dal rigore spirituale, visto come agente assicuratore della salvezza propria e altrui. Successivamente i monasteri hanno potuto beneficiare delle eccedenze demografiche di una popolazione agricola troppo numerosa per ciò che la terra poteva offrire. Poi, fino a metà del novecento, hanno molto contribuito le opportunità promozionali, specialmente quelle economico-culturali-sociali che la VR offriva.
Ora guardando in prospettiva si presentano alcune domande: cosa aspettarci da una cultura sempre più inospitale in ordine non solo alla VR ma alla fede stessa? Come prospettare la vocazione stante il fatto che la scelta della VR non è più data da una visione intellettualistica e razionalistica dei valori, dei comportamenti, delle idee e delle funzioni?
Dopo aver constatato che la scelta del “divino” non è agevolato né dal “timore” né dal “fulgore” di uno status un tempo riconosciuto e applaudito, non rimane – provvidenzialmente – che prendere coscienza che la vocazione può nascere soltanto da uno “stupore” che parte da una esperienza personale di Cristo come “salvatore” e “Signore”: senza questa storia che coinvolga la persona nella globalità di mente, cuore e corpo, per il giovane d’oggi, non ci sono motivi convincenti circa il perché amarlo, perché servirlo e perché testimoniarlo. Allora non c’è che da rallegrarsi d‘essere arrivati a questo punto di sofferenza, se questa ci ha portato a una nuova consapevolezza, orientatrice di un nuovo impegno promozionale e formativo. Volesse il cielo che fosse vero anche per l’ambito vocazionale il dire di Clemente Rebora: «Il momento più freddo del giorno è verso l’alba quando si annuncia il sole».

Dunque non è più possibile vivere di rendita. Di cambiamenti che non cambiano, perché periferici, gli istituti ne hanno fatti tanti. Ma è mancato il profondo, vero, ri-orientamento che è tale solo se è evolutivo, partendo dal cogliersi in una situazione totalmente altra da quella in cui si è nati. Sarebbe utile imparare da quell’evento storico che fu il concilio, in cui il papa e i vescovi si resero disponibili ad andare a scuola di varie, ri(e)voluzionarie, spinte di riforma. Sotto l’ influsso di queste, il magistero cambiò idea su varie fondamentali questioni: sul movimento ecumenico (prima ripudiato) ora visto come strumento dello Spirito, la libertà religiosa (prima detta “delirio”), l’obiezione di coscienza, la collegialità, la missione profetica del laicato, e ancora, più radicalmente,come essere Chiesa tutta (tutti) popolo di Dio.
Il concilio è stato buona notizia per aver saputo mettere mano alle fondamenta. È questo il cammino che la vita religiosa non può disattendere.

(Rino Cozza csj, su Testimoni 10 del 2012)