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bouarGiugno 2012

La vita religiosa nelle comunità dell’Africa centrale

I voti religiosi e il loro vissuto

La vita consacrata in Africa non può ignorare le espressioni della cultura del luogo,ma anche in questo continente è chiamata a seguire Cristo casto, povero e obbediente, totalmente donato agli uomini e orientato alla realizzazione del progetto del Padre.

L’Esortazione Africae munus che ha fatto seguito alla seconda assemblea sinodale sulla Chiesa in Africa, pubblicata il 19 novembre scorso, durante il viaggio di Benedetto XVI in Benin, dedica alcuni paragrafi alle persone consacrate del continente. Mediante la pratica dei consigli evangelici, afferma l’Esortazione, esse sono testimoni profetici e modelli di riconciliazione, di pace e di giustizia nelle gravi situazioni del continente africano. Sono esortate a vivere in conformità ai propri carismi di fondazione e in fedeltà al patrimonio carismatico delle loro famiglie religiose; solo questa fedeltà, infatti, può garantire quella “lampada accesa” che è la loro stessa vita la quale deve portare luce agli uomini di questo tempo.
L’Africa si presenta oggi come una terra di speranza per la vita consacrata; le vocazioni sono in aumento progressivo e questo contrasta fortemente con il declino di esse in Europa.
Il nostro contributo vuole considerare la realtà vissuta nelle comunità religiose in Africa centrale in riferimento alla pratica dei consigli evangelici e alle difficoltà maggiori che essa incontra sul terreno umano, culturale e sociale del continente.

Consigli evangelici e culture africane
La professione della castità, povertà e obbedienza che caratterizza ogni forma di vita consacrata, esprime un atteggiamento profondamente unitario nella vita delle persone consacrate. Tale professione non deve essere compresa come una serie di pratiche autonome e separate; essa definisce l’unica realtà di una vita interamente consacrata al Signore. In questo senso, è l’espressione visibile di un’opzione fondamentale dell’esi-stenza in cui le dimensioni antropologiche della persona, definite dalla castità, povertà e obbedienza, sono carismaticamente orientate dalla relazione preferenziale con il Cristo.
I consigli evangelici sono infatti un carisma, una grazia; la loro pratica fa partecipare profeticamente alla vita trinitaria. Essi sono, come ha affermato con grande profondità l’Esortazione Vita consecrata, una delle tracce lasciate dalla Trinità nella storia per risvegliare negli uomini la nostalgia della bellezza divina. Sono un dono, prima di diventare una “risposta” all’appello divino, quindi un impegno concreto di vita e un vincolo anche giuridico nei voti. La professione dei consigli evangelici è così l’espressione di un atto di fede, è una confessio Trinitatis che si traduce in atteggiamenti concreti, morali, disciplinari, nell’adesione a una regola e a uno stile di vita.
I valori espressi dai consigli evangelici e la loro pratica effettiva presentano difficoltà e sfide per gli uomini di tutte le culture, perché la loro radicalità evangelica domanda a ognuno un cammino di conversione e di purificazione. Questo vale anche per i membri delle comunità religiose d’Africa centrale.
L’Africa subsahariana presenta una varietà culturale che non può essere superficialmente considerata in maniera uniforme e che si esprime in una molteplicità di lingue, di tradizioni, di costumi e di consuetudini. Ci sono tuttavia delle connotazioni culturali emergenti e comuni che rappresentano delle sfide per la vita consacrata e per le sue esigenze fondamentali, in particolare per quanto riguarda il vissuto dei voti religiosi. Secondo una visione antropologica dominante in questo spazio culturale, l’individuo è spesso visto come oggetto, piuttosto che come soggetto, di un mondo sociale, ancestrale e religioso che offusca la sua sfera personale di responsabilità e di libertà; questa visione è all’origine di gravi ambiguità e incomprensioni nel vissuto concreto dei voti religiosi.
Le Assemblee di superiori maggiori in vari paesi d’Africa centrale, nell’ultimo decennio, hanno affrontato queste sfide, cercando delle vie adeguate per rispondervi.

Castità e fecondità
La pratica della castità consacrata è una sfida per la natura umana in tutti i contesti sociali e culturali. Il voto di castità richiede dai consacrati di qualsiasi razza una maturità, un’ascesi, una disciplina cui sottomettersi durante tutta la vita.
Nelle comunità religiose dell’Africa subsahariana, la pratica di questo consiglio pone problemi non insignificanti negli istituti, nelle case di formazione, nei seminari, nel clero diocesano.
La sfida che il voto di castità deve affrontare, oltre quella di una natura umana che deve essere costantemente orientata nei suoi impulsi e nelle sue aspirazioni affettive fondamentali, proviene da un universo culturale che esalta la fecondità biologica e l’esercizio della sessualità come segno di vitalità e considera la procreazione come una benedizione, condizione di “futuro” e di “eternità”.
Questa visione misura la dignità e la rispettabilità della persona in base alla sua fecondità. La continenza nelle tradizioni africane è compresa difficilmente come uno stato di vita definitivo; in nome dell’inculturazione, alcuni autori sono arrivati perfino a contestare il voto di castità per i religiosi del continente.
Non sono sporadici i casi di sacerdoti e religiosi (uomini) che hanno una doppia vita; a quella pubblica, legata al ministero sacro e/o alla vocazione religiosa, si aggiunge quella privata che li vede uniti in matrimoni consuetudinari (e a volte anche civili), secondo le tradizioni.
Il voto di castità inoltre è chiamato frequentemente in causa sotto l’aspetto del rapporto che i membri autoctoni degli istituti intrattengono con le famiglie di origine.
Non è raro che una religiosa, che ha rinunciato a creare la propria famiglia, professando il voto di castità, continui a essere fortemente implicata negli affari della famiglia di origine. Sono numerosi i casi di membri che «adottano» una sorella più piccola o una nipote o un fratello minore, sostenendolo moralmente, spiritualmente ed economicamente, negando nella pratica le esigenze proprie della scelta religiosa. Questo del legame con le famiglie di origine è un problema che preoccupa fortemente gli istituti e che i superiori maggiori hanno spesso affrontato per trovare degli orientamenti comuni e porre rimedio a un fenomeno di proporzioni non piccole. In effetti, anche i membri che sono personalmente fedeli alla pratica della castità consacrata, soccombono facilmente davanti ai legami di sangue e alle implicazioni che comportano, a danno delle famiglie religiose e dei loro progetti.
Il magistero pontificio in Africa ha spesso insistito sull’importanza di situare la castità consacrata in un’ottica di fraternità universale, contro ogni legame discriminatorio di sangue, di razza o di etnia e nell’ottica di una fecondità spirituale per tutta la Chiesa; in questo modo essa si trasforma in fame e sete per servire il prossimo privo di giustizia, di pace e di riconciliazione.
Durante il suo viaggio in Camerun, Benedetto XVI si è rivolto ai preti e ai religiosi offrendo loro come esempio la figura di san Giuseppe, uomo casto e giusto, che ricorda il senso e il valore degli impegni religiosi, mettendosi pienamente al servizio del progetto divino.

Povertà consacrata e povertà sociologica
Il voto di povertà è forse quello che crea maggiori ambiguità nelle comunità religiose africane.
In Camerun, negli ultimi anni, i superiori maggiori hanno dedicato ben due assemblee plenarie alla problematica legata alla pratica della povertà religiosa.
Abbiamo già avuto occasione di sviluppare alcune difficoltà inerenti a tale problematica. Essa emerge a partire dalla semplice constatazione che i membri autoctoni trovano nelle comunità religiose il più delle volte un livello di vita più elevato rispetto a quello delle loro famiglie di origine e delle popolazioni in mezzo a cui operano.
Paradossalmente il voto di povertà segna il passaggio da uno stato di vita sociologicamente povero a uno più agiato; il voto porta solo a rinunciare in teoria a quello che, di fatto, non si è mai posseduto.
Non a caso la vita religiosa è considerata, come il sacerdozio, un segno di promozione sociale. Tale situazione domanda alle comunità religiose una riflessione e un impegno particolare per rendere visibile e credibile il vissuto del voto di povertà.
Questo impegno dovrà tradursi in un atteggiamento di solidarietà concreta con i poveri, in una disponibilità dei membri a loro servizio, nella rinuncia a ogni progetto personale. La povertà religiosa nelle comunità africane ha, inoltre, bisogno di rivalutare pienamente il lavoro materiale che non gode di particolare considerazione nell’universo culturale africano, perché il «capo» (e, in molte tradizioni, l’uomo) non lavora, ma fa lavorare i più giovani, le donne, le persone sottomesse.
Il voto di povertà deve sostenere anche un impegno ad «arricchirsi», ad «arricchire» la famiglia religiosa, sviluppando le proprie potenzialità, producendo ricchezza in senso ampio, umano, culturale, spirituale, materiale, affinché questa ricchezza possa poi essere condivisa con gli altri. Solo chi è «ricco», chi si impegna a sviluppare i propri talenti, contro ogni atteggiamento di fatalismo, ha qualcosa da donare e da condividere con gli altri, diventando in questo modo evangelicamente povero, sull’esempio del Signore che da ricco che era si è fatto povero per arricchirci della sua povertà (cf 2Cor 8,9).
Il contesto sociale dell’Africa sub sahariana fa comprendere con una maggiore evidenza che il voto di povertà non impegna semplicemente a una particolare relazione con i beni materiali, ma deve trasformarsi attivamente in produzione di «ricchezza » al servizio di una solidarietà vissuta e come dono gratuito di sé.

Progetti personali e progetti dell’istituto
Nelle comunità religiose non sono rari i casi di membri che, dietro la copertura delle opere dell’istituto, sviluppano progetti personali, anche a favore delle proprie famiglie di origine. Le appropriazioni illecite di capitali dell’istituto non sono casi isolati.
La necessità di tutelare la fedeltà al voto di povertà ha richiesto una riflessione approfondita da parte delle assemblee di superiori maggiori, sotto diversi aspetti, teorici e pratici, compreso quello che riguarda le relazioni dei membri autoctoni con le famiglie di origine.
La realtà mostra che c’è una sbagliata comprensione da parte delle famiglie delle esigenze della vita consacrata; di fatto esse attendono dagli istituti degli aiuti sostanziali in cambio dei figli «donati». Si applica analogicamente alle comunità religiose il concetto della «dote» che l’uomo deve normalmente pagare (e spesso durante tutta una vita) per «comprare » colei che sarà sua moglie, compensando così la famiglia della privazione di uno dei suoi componenti. Tali rivendicazioni delle famiglie di origine sono sostenute dal fatto che i membri stessi favoriscono queste attese. Di certo per molti religiosi africani il contrasto tra le condizioni di miseria, in cui vive la propria famiglia di sangue, e le proprie condizioni agiate in seno all’istituto sono causa di drammi personali. Come vivere serenamente in una comunità che dispone di tutto, pensando ai genitori, fratelli e sorelle che soffrono nella miseria?
Queste situazioni sono fonte di malessere e di gravi tensioni in seno alle comunità religiose che debbono ricercare le vie di un sano equilibrio nel rapporto con le famiglie di origine dei membri. Spesso è in gioco il senso stesso della vocazione religiosa e dell’appartenenza all’istituto, il senso di bene comune e dell’utilizzo dei beni degli Istituti a servizio dei loro progetti.

Libertà e obbedienza consacrata
In seno alle democrazie occidentali, la cultura dominante accoglie oggi con una certa difficoltà il concetto di autorità e di obbedienza; quest’ultima è facilmente vista come mancanza di libertà o come immaturità e incapacità di fare delle scelte responsabili.
Il voto di obbedienza si giustifica solo come impegno di imitazione del Signore la cui vita fu, dalla nascita alla morte, una continua obbedienza filiale, nell’accettazione della volontà del Padre e nel rifiuto di qualsiasi progetto personale, al di fuori di essa.
È questo atteggiamento cristologico la fonte per tutti i fedeli dell’obbedienza che nelle persone consacrate si realizza in una particolare sottomissione a delle mediazioni fondamentali, all’interno del progetto carismatico della famiglia religiosa.
L’universo sociale africano non è quello delle democrazie occidentali; esso è marcato da una storia di dominazione e di colonizzazione e, ancor oggi, da strutture tribali e claniche, caratterizzate da poteri fortemente gerarchizzati in cui l’individuo scompare davanti al gruppo.
L’obbedienza consacrata in questo contesto evoca facilmente dipendenza, sottomissione all’autorità del «capo», all’autorità degli «anziani» e a tutte le gerarchie legalizzate dalle tradizioni culturali.
Essa è spesso percepita come il prezzo da pagare per essere «presi in carico », cioè per partecipare ai benefici che gli Istituti offrono, alla stessa maniera di come si paga il tributo della sottomissione al «capo» e alle regole claniche per poter usufruire della protezione del clan.
Negli Istituti si lamenta spesso un’obbedienza dei membri che è passività, non partecipazione, mancanza di spirito di iniziativa e d’implicazione personale nelle scelte e nei progetti comunitari.
La sfida più significativa che l’obbedienza religiosa deve affrontare è quella di far riscoprire la pienezza della libertà delle persone che la professano. Tale obbedienza non è in continuità con l’atteggiamento dello schiavo, del servo, della persona che si rifugia dietro le decisioni del gruppo familiare per riceverne assistenza, né in continuità con la sottomissione del cittadino nei confronti dell’autorità statale che in Africa ha connotazioni per lo più centralizzatrici e autoritarie.
Si tratta invece di una risposta libera all’invito di seguire Cristo, scelta volontaria di sottomettersi a delle mediazioni fondamentali, poiché si crede che tramite esse Dio possa raggiungerci. L’obbedienza religiosa non sopprime la libertà, non la elimina in nome del gruppo o del clan, ma la suppone e, in questo senso, favorisce la crescita della persona e la credibilità della sua testimonianza.
La vita consacrata in Africa non può certo ignorare le espressioni proprie dell’universo culturale del continente, per essere significativa dovrà sempre tener presente i contesti umani dove vive e opera. Questo tuttavia non deve far dimenticare che in qualsiasi latitudine e sotto qualsiasi cielo, la vita consacrata ha delle esigenze fondamentali; i suoi membri, ieri come oggi, in Europa o in Africa, sono chiamati a seguire Cristo casto, povero e obbediente, totalmente donato agli uomini e radicalmente orientato alla realizzazione del progetto del Padre.
Abbiamo visto come, in una cultura che esalta la fecondità biologica, la castità consacrata deve rendere visibile la testimonianza della fraternità universale, senza cedere a tentazioni tribaliste e di sangue.
La povertà consacrata nel continente africano deve sfidare la povertà sociologica, mostrando il volto della solidarietà, della condivisione, del valore del lavoro e dell’impegno alottare contro ogni forma di miseria. L’obbedienza consacrata è chiamata a manifestare il suo senso cristologico profondo, facendo riscoprire in coloro che la professano la piena dimensione della libertà, della responsabilità e dignità individuale.
In Africa la vita religiosa si è impiantata con delle strutture spesso rigide che non hanno sempre aiutato a percepire pienamente il volto cristologico e la dimensione trinitaria della professione dei consigli evangelici. Oggi gli istituti sono chiamati a un impegno prioritario e a un lavoro in profondità nella formazione dei membri, affinché il vissuto dei voti sia sempre più conforme alla sequela del Signore casto, povero e obbediente e affinché i religiosi africani portino il loro contributo originale alla profezia della vita consacrata.

(Silvia Recchi, Institut Catholique de Yaoundé, Yaoundé (Camerun), su Testimoni 10 del 2012)