Stampa
Visite: 1572

BregantiniAprile 2012

Un vescovo che denuncia e combatte la mafia e testimonia la possibilità di vincerla attraverso un cambiamento culturale

Non possiamo tacere!

 

Il sottotitolo recita “Le parole e la bellezza per vincere la mafia”. Potrebbe sembrare la mafia, anzi l’antimafia, il contesto nel quale il libro si muove. E invece non è così. O meglio non è solo così. Il respiro è più ampio, arriva a tutti gli aspetti e gli ambiti del vivere oggi nel nostro paese. Un paese per cui traspare un amore, un trasporto e un’ammirazione profonda e appassionata. Soprattutto per il sud, considerato una risorsa e non una zavorra, terra per cui vale la pena di spendersi per mutare le ferite storiche in feritoie, aperture attraverso le quali far entrare luce e grazia capaci di rivoltare la visione: “dal problema di uno, una soluzione per tutti”. Nel sud Bregantini ha la sua prima esperienza del mare da giovane volontario a Catania, per la costruzione di una chiesa “spianando la lava sotto il sole cocente”, nel sud con “lungimirante intuizione” i suoi superiori lo inviano appena ordinato sacerdote nel 1978 a Crotone e nel sud ha la sua prima sede vescovile: Locri-Gerace.

Annunciare, denunciare, rinunciare
Per lui, trentino di nascita e cresciuto nella cultura della cooperazione e della condivisione (il padre è stato tra i fondatori del consorzio Melinda) il rapporto con il sud è inizialmente difficile e diffidente: confrontarsi con la cultura dell’”ormai” – per il vescovo la più brutta parolaccia che esiste – e del “destino ineluttabile” è faticoso e complicato. Il libro inizia con il racconto dei primi passi da vescovo a Locri con i quali Bregantini cerca di smontare proprio quella cultura nella quale trova terreno assai fertile la mafia. Niente scorta, gira a piedi nei paesi, incontra i giovani nelle scuole, incontra tutti, anche i mafiosi, partecipa ai riti, anche dei mafiosi, in nome dell’esempio di Gesù che va nelle case e incontro ai peccatori, ma sempre con tre parole d’ordine nel cuore annunciare, “raccontare con schiettezza, verità e profezia l’essenza del Vangelo”, denunciare e rinunciare. “Rinunciare è la coerenza di vita. Significa scegliere uno stile di sobrietà e povertà”. La Chiesa deve assumere questa strategia per contrastare la mafia: annunciare il Vangelo, denunciare gli abusi e l’illegalità, rinunciare al benessere che può derivare da offerte non cristalline e trasparenti. Contro chi uccide la vita si può e si deve, in alcuni casi, compiere atti anche clamorosi: Bregantini nel 2006, in una lettera inviata a tutti i parroci, scomunica chi avvelena le terre calabresi coltivate dai giovani della cooperativa “Valle del Buonamico”  usando la “stessa scomunica che la
Chiesa lancia contro chi pratica l’aborto”.

Figli e non schiavi
Lo sguardo si spande dal contesto di mafia a tutto il nostro mondo. L’autore parla alla Chiesa, come istituzione e come popolo di Dio, parla agli atei, ai laici, ai cittadini, ai politici, agli educatori, ai giovani, ai vecchi, e sembra invitare tutti ad un desco comune le cui pietanze sono amore, uguaglianza, rispetto, solidarietà, comprensione, compassione, condivisione. E parla di paese e di come il nostro paese possa rinascere, e di quanto di bello e di unico si trovi ovunque si vada – nel nostro paese – e di quanta bellezza ci sia nei luoghi e nelle persone del nostro paese. È proprio la bellezza, il bello ricercato e valorizzato, il bene e quindi il positivo che scardina il male e il negativo: “La migliore forma di antimafia è il gusto del bello, del buono, del vero, mentre i membri delle cosche puntano sulla negatività, sulla paura, sulla menzogna. La mafia ha orrore della bellezza. Siamo tutti chiamati a essere figli, e non schiavi, come si legge tra l’altro nella Lettera ai Romani al capitolo 8,15). Se eviteremo di essere schiavi della paura saremo anche capaci di gustare la bellezza di un paesaggio, di edificare città accoglienti, di moltiplicare esperienze positive nel tessuto comunitario. Se metti nel cuore della gente il senso del bello, il desiderio delle cose fatte bene – con cura e impegno – crescerà anche l’amore per la propria terra, la propria casa, la propria cultura. E vinceremo la paura della mafia!”.

(Monica Cantiani, su Testimoni 5 del 2012)