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antonio_urru_254x276Aprile 2012

Riflessione dei superiori maggiori dell'USG

Vita Consacrata e nuova evangelizzazione

 

L’apporto della vita consacrata è al cuore della missione della Chiesa:ciò implica la fedeltà a se stessa, alla vocazione e al carisma e l’assunzione delle nuove sfide. Essenziale è la testimonianza del consacrato.

L’espressione nuova evangelizzazione che, in senso generale, indica la missione della Chiesa nell’oggi, non ha, di fatto, un senso univoco nell’attuale contesto ecclesiale, ma viene utilizzata con sensibilità e accentuazioni diverse; a dire il vero, è utilizzata più negli interventi del magistero che nel linguaggio popolare delle comunità ecclesiali, anzi, come riconoscono gli stessi Lineamenta, essa fa fatica a farsi accogliere sia nel contesto ecclesiale sia, ancor più, nel contesto culturale. E tuttavia, tale espressione, pur essendo generale, aperta, suscettibile di diverse interpretazioni, lascia anche intravedere, perlomeno nell’uso del magistero, un progetto abbastanza delineato; un certo orientamento che, da parte del magistero pontificio, si cerca di dare alla missione della Chiesa oggi. Ciò vale sia per gli interventi di Giovanni Paolo II sia per quelli di Benedetto XVI. Quest’ultimo, con la creazione del pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione e con la scelta di porre la questione a tema nel Sinodo del 2012, mostra non solo di voler riprendere e rilanciare la riflessione del predecessore, ma anche di voler dare consistenza e corpo al progetto. La sensazione è che il tema della nuova evangelizzazione potrà esprimere, sempre di più, la continuità tra il pontificato di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI, e che alcune attenzioni tipiche dell’attuale pontificato (in particolare: i compiti della Chiesa di fronte al relativismo culturale, alla sfida antropologica, alla necessità di favorire l’allargamento di orizzonti della ragione e il dialogo ragione-fede, all’importanza di riproporre la questione di Dio e della verità) possano essere pensate dentro la prospettiva della nuova evangelizzazione.
Per cogliere le grandi linee progettuali della nuova evangelizzazione bisogna richiamare, sia pur rapidamente, il cammino ecclesiale degli ultimi decenni: l’imporsi, nel dopo concilio e soprattutto con Evangelii nuntiandi, della comprensione della missione della Chiesa in termini di evangelizzazione; l’introduzione, da parte di Giovanni Paolo II, dell’espressione nuova evangelizzazione, prima in Polonia (Nowa Huta, 9 giugno 1979), poi in Haiti (Port-au-Prince, 9 marzo 1983); l’uso crescente e insistente dell’espressione, da parte dello stesso pontefice, in diversi contesti europei, ma anche nei contesti extraeuropei; un certo orientamento ad un uso privilegiato della stessa espressione per quei paesi che avevano una tradizione cristiana (avevano avuto una prima evangelizzazione) e che nei tempi recenti se ne sono allontanati (si veda ad es. Christifideles laici 34-35 e Redemptoris missio 33); la consapevolezza che, pur ammettendo dei riferimenti più specifici al contesto occidentale, le attenzioni esigite da una nuova evangelizzazione sono richieste in tutti i contesti, e che quindi – ed è ciò che caratterizza la ripresa del tema in Benedetto XVI – la sfida della nuova evangelizzazione è sfida per tutta la Chiesa.

Nuova evangelizzazione per nuovi scenari

I Lineamenta sottendono questo cammino, lo richiamano e lo rilanciano. Essi fanno cogliere alcune sensibilità di fondo sulla nuova evangelizzazione e quindi sul modo di intendere la missione della Chiesa oggi. Provo a esplicitare queste sensibilità, nella consapevolezza che si tratta di una mia interpretazione e che altre interpretazioni sono possibili. D’altra parte, il cammino è aperto: la pubblicazione (ormai imminente) dell’Instrumentum laboris, le varie iniziative ecclesiali di preparazione al Sinodo e, soprattutto, i lavori stessi del sinodo, daranno un volto più chiaro alla nuova evangelizzazione.
Dicendo nuova evangelizzazione, si dice non un aspetto, un’attenzione, un ambito o un contesto della missione della Chiesa, ma si dice la missione in quanto tale. Nuova evangelizzazione è «sinonimo di missione»; è il nome nuovo della missione di sempre, di quella missione che è costitutiva dell’essere cristiani e dell’essere Chiesa. È, possiamo ancora dire, l’invito a una presa di coscienza nuova di ciò che fa l’identità, la ragion d’essere, della vita del cristiano e della Chiesa, da sempre, e cioè la missione di Gesù, di cui la Chiesa vive. L’espressione nuova evangelizzazione si porta dentro un richiamo a ritornare all’essenziale, a ciò che è proprio della vita cristiana, e a voler rendere presente l’originalità del cristianesimo nel mondo di oggi. L’espressione, quindi, prima che far riferimento alle nuove sfide, dice un richiamo a riscoprire l’essenziale; a porsi di fronte alle nuove sfide a partire da una rinnovata adesione al Cristo e alla sua missione.

Evidentemente si parla di nuova evangelizzazione anche a partire dalle novità che caratterizzano il mondo attuale. Nuovi scenari si presentano. I Lineamenta ne individuano sei, che si intrecciano e che danno l’idea della complessità del mondo attuale: la secolarizzazione (connessa comunque a fenomeni di risveglio religioso, ma anche ad espressioni di fondamentalismo), il fenomeno migratorio, la sfida dei mezzi di comunicazione sociale, il nuovo scenario economico, l’enfasi sulla ricerca scientifica e tecnologica, l’emergere sul piano mondiale di nuovi soggetti politici ed economici. Si tratta di saper decifrare questi nuovi scenari, di saperli abitare e trasformare in luoghi di testimonianza. L’accento non è posto sul partire dalle sfide e sul movimento dalle sfide culturali a una ricomprensione della nostra evangelizzazione, ma piuttosto sul partire da Cristo e sul movimento dalla testimonianza di Cristo all’abitare da cristiani il mondo. Si tratta, più che di ricomprendere il Vangelo, di riassaporare la sua forza di sempre. Nuova evangelizzazione non può significare, quindi, un nuovo Vangelo. Ciò non significa poca apertura a un serio discernimento, né, di per sé, un giudizio negativo sulla cultura; si richiede, anzi, l’atteggiamento della speranza e una ricerca attenta di ciò che, come Chiesa, bisogna offrire, di ciò che si può condividere e di ciò a cui bisogna resistere. Ma ciò è possibile se si rimane legati alle radici. I Lineamenta alludono alla necessità di una «autocritica del cristianesimo moderno, che deve sempre di nuovo imparare a comprendere se stesso a partire dalle proprie radici». Legati alle radici, il discernimento è vero e profondo; è, in certo modo, nel segno dell’intercettare lo sguardo di Cristo, di porsi sulla traccia del rivelarsi di Dio; è già testimonianza; è condizione di vera apertura al mondo.

Questo sguardo profondo sul mondo permette di scorgere la domanda di spiritualità che è nel cuore di ogni uomo. La nuova evangelizzazione scommette su questo; e ciò implica la capacità («l’audacia», dicono i Lineamenta) di portare la domanda su Dio all’interno delle problematiche della vita. Si aiuta così a scorgere che la prospettiva cristiana è illuminante, capace di interpretare a fondo i grandi problemi della vita e della storia. Nuova evangelizzazione è dunque: audacia dell’incontro, rinnovata fiducia missionaria, rinnovata disponibilità a raggiungere ogni uomo; è conversione della pastorale ecclesiale in senso missionario; è capacità di abitare nuovi areopaghi, di attivare moderni cortili dei gentili, cioè luoghi di dialogo su Dio. C’è una forte spinta all’annuncio, come si vede, ma si vuole superare l’unilateralità, aprendo un orizzonte di dialogo.

Il dialogo ha come terreno la domanda su Dio, che – si scommette – è nel cuore di ogni uomo e che si vuole far ritornare al centro del dibattito culturale. La scommessa è, dunque, che l’apertura a Dio può essere terreno di dialogo e condizione di conseguimento di vera umanità. Ci si può chiedere, però, se non si possa anche seguire il movimento contrario e complementare (cercare, cioè, un dialogo sul terreno dell’umano, di ciò che è davvero degno dell’uomo e veramente umano) e se non si possa pensare la vera umanità come condizione di vera esperienza di Dio. Forse la questione decisiva per il nostro tempo riguarda la verità dell’umano; e forse, per noi cristiani, la sfida principale è quella di indicare, esprimere, evidenziare i segni di verità dell’umano a partire dalla Rivelazione cristiana. Su questo, che sarebbe la radicalità della questione antropologica, non si aprono prospettive nei Lineamenta. Sarebbe, invece, una via che potrebbe dare un senso pieno e di reciprocità al dialogo che sarebbe su un terreno davvero di tutti, avvertito già in partenza da tutti come terreno comune. Il dialogo, invece, in ambito ecclesiale, è spesso vissuto e cercato su un terreno già nostro, a partire dalla preoccupazione dell’evangelizzazione, che non è, in partenza, di tutti; non è la preoccupazione del nostro interlocutore.
Ciò nonostante, sono preziose le indicazioni dei Lineamenta relative a uno stile di annuncio che sia nella logica del rendere ragione (cf. 1Pt 3,15). Ciò dà alla parola ecclesiale il tono della mitezza e della forza, allo stesso tempo, della fedeltà al Vangelo e del legame con le situazioni di vita, della parresia e dell’approccio all’altro non solo come destinatario ma anche come interlocutore. La nuova evangelizzazione non è certo solo annuncio; identificandosi con la missione della Chiesa, essa implica tutte le dimensioni della vita della Chiesa: la testimonianza, la comunione, il servizio, la celebrazione, ecc. È evidente, comunque, che l’accento è posto sull’annuncio, o meglio, su un annuncio radicato nella testimonianza, quasi prolungamento della testimonianza del Vangelo.

Nuova evangelizzazione e vita consacrata

Come si pone la vita consacrata in rapporto alla nuova evangelizzazione? In che senso è sfidata? Quale apporto può dare? Ma, prima di tutto, come interpretare la nuova evangelizzazione dall’ottica della vita consacrata? Suggerisco, per aprire la riflessione, tre chiavi interpretative o tre direzioni di ricerca.

A partire dall’evangelizzazione di sé

Per la prima chiave interpretativa si può prendere l’avvio da Vita consecrata (VC), l’Esortazione apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II. Al numero 81, dedicato proprio a “La nuova evangelizzazione”, si afferma, citando la Relatio ante disceptationem della IX Assemblea del Sinodo dei Vescovi: «Le persone consacrate, per la loro vocazione specifica, sono chiamate a far emergere l’unità tra autoevangelizzazione e testimonianza, tra rinnovamento interiore e ardore apostolico, tra essere e agire, evidenziando che il dinamismo promana sempre dal primo elemento del binomio». Potremmo riesprimere l’idea in questi termini: la vita consacrata dice che l’evangelizzazione parte da se stessi, che l’evangelizzazione dell’altro si situa in un processo di evangelizzazione di sé. Non si tratta di separare il sé dal per-l’altro, né di pensare a una successione cronologica, perché, in effetti, c’è un’intima connessione tra il crescere nella sequela di Cristo e il far dono del Vangelo agli altri: mentre si dona la fede, si cresce nella fede; e la crescita nella fede implica immediatamente il dono del Vangelo all’altro. È in gioco, piuttosto e più profondamente, la verità o la sincerità dell’evangelizzazione: chi evangelizza è coinvolto radicalmente nel suo sé, vive di quello stesso vangelo che dona agli altri. «Il primo compito missionario – si legge in VC 25 – le persone consacrate lo hanno verso se stesse, e lo adempiono aprendo il loro cuore all’azione dello Spirito di Cristo».
Da questo punto di vista, c’è qualcosa, nell’evangelizzazione, che avviene per contagio, quasi spontaneamente, senza programmazione e anche al di là dell’intenzionalità. La vita vera produce vita vera. I segni di Vangelo sono contagiosi di per sé. Una vita rinnovata da un incontro vero con Gesù Cristo, è evangelizzatrice di per sé. Ciò non deve portare all’attenuarsi del senso missionario o dell’annuncio esplicito del Vangelo, che invece vanno tenuti vivi e, anzi, approfonditi, perché non c’è evangelizzazione senza annuncio. E tuttavia bisogna stare in guardia da una evangelizzazione in cui la preoccupazione di condurre l’altro alla fede o la preoccupazione di far crescere la Chiesa prendessero il sopravvento sulla preoccupazione dell’evangelizzazione di sé, sulla necessità della trasformazione di sé, e anche sulla dinamica del lasciarsi raggiungere dall’altro, e da Cristo attraverso l’altro.
Cristo, infatti, mi viene incontro nell’altro. L’altro che io evangelizzo è anche colui che mi evangelizza, persino l’altro che non è credente, che non conosce ancora il Vangelo, che è povero. Misteriosamente mi evangelizza, a sua insaputa. Se si tiene vivo il senso del lasciarsi evangelizzare,
si tiene vivo un orizzonte di rapporti umani nel segno della reciprocità, e si tiene viva anche la centralità della grazia nell’evangelizzazione. In fondo, è Dio il primo. È Cristo il primo evangelizzatore. Molta evangelizzazione attuale è segnata da processi relazionali unilaterali, dall’eccessiva centralità dei progetti, del fare, degli obiettivi che bisogna raggiungere. Spesso, sottostante, c’è poca preoccupazione per sé, nel senso di poca disponibilità a lasciarsi evangelizzare; addirittura, a volte, c’è una sorta di fuga da sé. Un’eccessiva e ansiosa preoccupazione di portare il Vangelo agli altri può nascondere, a volte, la fatica della propria conversione e dell’autoevangelizzazione, può trasmettere, anche, un giudizio sugli altri, l’incapacità di riconoscere il dono che l’altro può darci; un’eccessiva unilateralità evangelizzatrice può togliere spazio all’azione di Dio; un eccessivo parlare di Dio può ostacolare talvolta l’evento del Dio che parla.
C’è, insomma, necessità di dare verità all’evangelizzazione. E, in questo senso, la vita consacrata ha una funzione da svolgere, profetica e critica allo stesso tempo. Essa può essere il segno e il richiamo della verità dell’evangelizzazione.

La vita consacrata sa riconoscere e abitare le tracce della presenza di Dio e della vera umanità

Un’altra pista di riflessione si riferisce all’atteggiamento da assumere nei confronti del nostro tempo e della cultura attuale. Ancora in VC, al 81, si legge: «La nuova evangelizzazione esige da consacrati e consacrate piena consapevolezza del senso teologico delle sfide del nostro tempo». Cosa vuol dire che le sfide del nostro tempo hanno un senso teologico? Ciò rinvia, ultimamente, al fatto che dentro gli eventi della vita si nasconde la presenza di Dio. La storia, la vita di ogni persona, si portano dentro le tracce della presenza di Dio. Non si tratta semplicemente di interpretare cristianamente gli eventi, di dar loro un significato cristiano. Si tratta di abitare i contesti umani con profondità, con radicalità, fino al punto di dare volto e espressione alle tracce di presenza di Dio. La presenza di Dio, infatti, non è una sovrastruttura dell’umano, ma è la sua profondità, la sua verità. A rigore, non si tratta di abitare l’umano, e tanto meno di raggiungerlo, ma di non allontanarsene mai; si tratta di non allontanarsi mai dalla verità di se stessi, del rapporto con gli altri, del rapporto col creato, ecc.; si tratta di avvertire la sequela di Cristo come un fare spazio, grazie a Cristo, alla verità dell’umano.
L’umano ha in sé una struttura di apertura, di trascendenza, di rivelazione, di riferimento alla redenzione di Cristo. Il riferimento al Vangelo, promosso nell’evangelizzazione, è perché l’umano si dilati nella sua verità. Il dramma della frattura tra Vangelo e cultura, tra fede e vita, nasconde un dramma più radicale: la chiusura alla verità dell’umano. Si spaccia spesso per umano ciò che non lo è. La testimonianza cristiana si gioca oggi sul terreno della verità dell’umano. L’evangelizzazione, spesso, si pone nella dinamica del raggiungere l’umano. Ma chi deve raggiungere l’umano, da dove parte? Da quale umanità parte? La nuova evangelizzazione potrebbe ingolfarsi nella dinamica del raggiungere, col Vangelo, una società in crisi, che ha smarrito il senso della fede, dei valori cristiani, il senso di Dio. Ma... a partire da quali segni di umanità vera si propone il Vangelo? La struttura dell’evangelizzazione è davvero, nella sua radicalità, racconto a partire da segni di vita, è un rendere ragione di... E si rende ragione dei segni di umanità nuova e vera, possibili in Cristo.
La vita consacrata sa dunque partire dall’umano, riconosciuto e accolto fino alle sue tracce di presenza di Dio. Ciò è vero in tutte le forme di vita consacrata, ma si rende particolarmente evidente negli Istituti di vita religiosa apostolica. La missione apostolica, in questi istituti, parte da esigenze umane e da segni di condivisione con la persona: col malato, col povero, col bambino o il giovane, ecc. È una missione che si caratterizza, fondamentalmente, per la centralità della persona. Ciò emerge particolarmente nel rapporto con la pastorale promossa dal parroco, o dal vescovo, dove la preoccupazione di costruire la comunità cristiana, di promuovere l’iniziazione cristiana e i processi del divenire cristiani, è centrale. Le due attenzioni non sono, evidentemente, alternative. Anche la pastorale parrocchiale è sfidata a porre al centro le persone, e anche la pastorale dei consacrati annuncia il Vangelo e promuove i processi del divenire cristiani e dell’appartenenza alla comunità cristiana. Ma è pure vero che la prospettiva di fondo è diversa. La missione apostolica dei consacrati si esprime, se così si può dire, più come segno del Regno che della Chiesa, più come amore gratuito alla persona che come preoccupazione di integrazione ecclesiale, più come attenzione alla globalità della crescita che come un favorire la formazione cristiana. In un tempo segnato dai processi della secolarizzazione, dal relativismo, dal ripiegamento della persona su di sé, da una profonda crisi antropologica, è di grande importanza una missione, quale quella dei consacrati, che si pone nella prospettiva della centralità delle persone e che sa partire dall’umano. Aiuta a far vedere tutta la ricchezza e verità di umanità che l’incontro con Cristo esige e favorisce nello stesso tempo. Fa vedere anche che le risorse ecclesiali sono importanti, non pregiudizialmente, non per autorità, ma proprio in quanto risorse di vera umanità.
Perché sia davvero così, è necessario che il consacrato viva la sua vocazione di speciale conformazione a Cristo, che ne prolunghi l’umanità. Proprio perché ispirato e mosso dallo Spirito di Cristo, sa riconoscere ciò che è davvero umano, e sa partire veramente dall’umano. Altrimenti l’azione dei consacrati si riduce a promozione sociale, a costruzione di una società più giusta, ma secolarizzata e chiusa alla trascendenza, e in definitiva nemmeno giusta. Gli obiettivi di promozione sociale, che pure sono importanti, debbono inserirsi in un orizzonte che mantiene vivo il senso della testimonianza del Regno e tutta la verità dell’umano, che non si riduce a prospettive immanenti. Se così non fosse, la missione dei consacrati pagherebbe un prezzo alto ai processi di secolarizzazione, rinuncerebbe alla sua funzione profetica e finirebbe per essere insignificante. Ma la reazione al rischio del secolarismo apostolico non è nel ripiegare in forme apostoliche proprie del clero diocesano. Il riduzionismo va evitato tenendo alta la misura dell’apostolato e tenendo alta, soprattutto, la misura dell’umano. L’umano è davvero abitato da Dio e redento da Cristo. La sua misura è data dai segni della presenza e della chiamata di Dio.
In un tempo segnato dalla sfida antropologica, va tenuto vivo il senso che la vita è vocazione. La verità dell’umano è in termini di vocazione più che di progetto, di accogliersi come dono più che di costruirsi, di essere legati ai fratelli più che di essere liberi di accoglierli o no. I consacrati, che si sentono chiamati e che, attraverso i consigli evangelici, esprimono insieme la risposta alla chiamata di Dio e la vera umanizzazione, sono gli specialisti di una missione che parte dalle tracce di Dio nell’umano, di un annuncio del Vangelo che muove da segni di vera umanità, e quindi di una evangelizzazione che sprigiona tutta la sua carica di vera umanizzazione.
Se l’espressione nuova evangelizzazione fosse compresa troppo nella prospettiva dell’annuncio, sarebbe un po’ stretta per dire l’apostolato dei consacrati. Se nuova evangelizzazione è un altro nome della missione e vuole evocare le sfide del nostro tempo, i consacrati danno un apporto a partire da istanze che, tra l’altro, interpretano profondamente il mondo attuale. Il nostro mondo è concentrato sull’uomo più che su Dio, sull’umano più che sulla fede. La sfida è di allargare dall’interno stesso gli orizzonti dell’umano, per scorgere le tracce di Dio. I consacrati, proprio perché sono consacrati a Dio, proprio perché non sono dal mondo o del mondo, possono essere segno del modo veramente umano di abitare nel mondo.

L’apporto apostolico della vita consacrata (nell’organicità della missione ecclesiale)

Questo modo di pensare l’apostolato rende i consacrati vicini, per certi versi, più ai laici che ai chierici. Come i laici, infatti, i consacrati sono chiamati a trasformare il mondo a partire dall’opera di Dio, già in atto nella storia; sono chiamati a far crescere il Regno. Rispetto ai chierici, hanno meno la preoccupazione della cura della comunità cristiana; ad essa, e certamente in essa, essi richiamano il primato del regno di Dio, la vocazione di servizio all’uomo e al Regno della comunità ecclesiale. Ma se i laici sono chiamati ad animare le realtà temporali attraverso un legame molto concreto a delle situazioni (di famiglia, di lavoro, di relazioni e affetti, di precisi impegni in un territorio, ecc.), i consacrati pongono dei segni radicali, rendono particolarmente visibile il Regno. La loro disponibilità piena, la dimensione dell’universalità, la loro libertà, la dinamica di profonda incarnazione ma anche di distacco e separazione, la capacità di utilizzare mezzi d’avanguardia e insieme la capacità di distaccarsene, la possibilità di coinvolgersi radicalmente nelle relazioni ma allo stesso tempo di ritenere essenziale solo la relazione con Dio, dicono la grandezza e insieme la complementarietà dell’apostolato dei consacrati rispetto a quello dei laici e anche rispetto a quello dei chierici. La collaborazione con i laici è particolarmente importante e deve essere nel segno della corresponsabilità e della complementarietà. I laici danno l’apporto del radicamento nel territorio, della continuità; aiutano a tener viva la prospettiva del partire dall’umano; aiutano anche a non restringere il campo apostolico a quello di una istituzione. La collaborazione col clero diocesano deve essere pure nel segno della corresponsabilità e complementarietà, senza lasciarsi catturare dentro orizzonti intraecclesiali e testimoniando un processo di costruzione della Chiesa a partire dai segni del Regno.
La presenza apostolica dei consacrati è dunque di frontiera. Essi si pongono, in certo senso, al confine (alla frontiera) o nella tensione tra Regno e Chiesa, all’incrocio tra le tracce di vera umanità e la proclamazione del Vangelo, la trasformazione del mondo e il richiamo al primato di Dio. In questo senso la vita consacrata apre nuove frontiere di apostolato e nuove strade alla missione della Chiesa. È sempre stato così; deve esserlo anche oggi, in un tempo di cambiamenti epocali. Se nuova evangelizzazione è anche il coraggio di misurarsi con le nuove sfide e di sperimentare vie nuove, i consacrati sono in prima linea nella nuova evangelizzazione. Essi possono continuare ad aprire strade in tanti ambiti: la cultura, la giustizia, le migrazioni, l’educazione, i media, la comunicazione, la pace, l’ecumenismo, il dialogo interreligioso. I consacrati possono dare un grande contributo a far emergere la domanda di spiritualità e il bisogno di trascendenza che ogni uomo si porta dentro; possono contribuire particolarmente a far emergere la domanda su Dio a partire dalle situazioni e problematiche della vita. Ciò si accorda molto bene a chi è testimone del primato di Dio e, nello stesso tempo e proprio per questo, sa abitare con verità l’umano. I consacrati, poi, possono dare una grande risposta al bisogno di accompagnamento, di saper fare discernimento, di aprirsi con verità a riconoscere la presenza di Dio, di imparare a riconoscere davvero il vero, il buono e il bello. Sono bisogni e istanze che segnano il cammino dell’uomo del nostro tempo. I consacrati possono dare un grande apporto per tener vivo il senso dell’essenziale, in un mondo globalizzato e complesso, pieno di risorse, ma che rischia di perdere di vista ciò che conta davvero.
Una direzione da non trascurare è quella dei rapporti umani. I consacrati, che vivono in fraternità, dovrebbero essere segno della possibilità di rapporti umani caratterizzati dall’accoglienza, dalla collaborazione, dal dialogo, dalla pace. L’animazione di una vera fraternità, che sentiamo come una grande sfida all’interno dei nostri istituti, è condizione e abilitazione a essere animatori della verità dei rapporti umani nei diversi ambiti apostolici. Le esperienze apostoliche risultano significative, nel nostro tempo, sempre di più per la qualità e verità delle relazioni. L’idea stessa di missione, o di apostolato, o di pastorale, se prima evocava di più la realizzazione di opere, le attività, il fare, oggi, senza togliere niente alle altre dimensioni, evoca sempre di più l’orizzonte relazionale del fare. Il nostro mondo, della comunicazione ma paradossalmente anche dell’inceppamento della comunicazione, delle relazioni facili ma insieme dell’incapacità di rapporti veri, si attende una testimonianza su questo. Le realizzazioni apostoliche si manifestano vere se attraversate da fraternità e comunione e se situate – come si è già detto – su una testimonianza in cui il sé è sinceramente coinvolto e, mentre dà, riceve lui stesso dagli altri e da Dio. L’apostolato diventa luogo di vero incontro, di testimonianza, di crescita per tutti, luogo in cui Dio è davvero all’opera.
L’apporto della vita consacrata, come si vede, va al cuore della missione della Chiesa, ed è un apporto che implica la fedeltà della vita consacrata a se stessa. Fedeltà alla vocazione e al carisma e assunzione delle nuove sfide si implicano profondamente. È la testimonianza propria del consacrato, che, in fondo, è esigita. In questo senso la sfida e la possibilità di dare un apporto riguarda tutti i consacrati e tutti gli istituti, non solo quelli di vita religiosa apostolica o gli istituti secolari e le società di vita apostolica. Il monaco, il consacrato dedito alla contemplazione, l’eremita, testimoniano il primato di Dio e insieme il modo più giusto e più vero di abitare il mondo: da creature, nella riconoscenza, nel riconoscimento che è Dio che opera e che ci trasforma, nella disponibilità continua alla conversione e a fare spazio a Dio. Il loro apporto è fondamentale, paradossalmente, proprio perché non è assillato dalle preoccupazioni pastorali. È un forte richiamo per tutti gli altri consacrati e per tutti i cristiani.
La nuova evangelizzazione, d’altra parte, come si è detto, è un ridare qualità e senso alla missione di sempre della Chiesa. Le sfide del nostro tempo ci riconducono alla sfida di una evangelizzazione situata nella testimonianza e nella evangelizzazione di sé. Sfida del nostro tempo e, insieme, sfida di sempre.

(Salvatore Currò, su Testimoni 6 del 2012)