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La vocazione di Giovanni Battista Piamarta che sarà iscritto nell’albo dei santi

La nobiltà del quotidiano

 

Nel corso del Concistoro del 18 febbraio scorso, Benedetto XVI ha decretato che sette Beati, tra cui padre Giovanni Battista Piamarta, saranno canonizzati il prossimo 21 ottobre. Di p. Piamarta presentiamo qui un profilo a firma di p. Piergiordano Cabra.

A Brescia, città industriosa e in via di industrializzazione, nella seconda metà dell’ottocento, si sviluppa un vigoroso movimento cattolico, teso a ridare Dio alla società e la società a Dio.
La diocesi di Brescia che aveva dato nel secolo XIX grandi figure di “santi sociali” , dal Pavoni a Crocifissa di Rosa, vede ora sorgere un movimento, ad opera di sacerdoti e laici, con l’obiettivo di rendere presente la Chiesa in una società, divisa dalla questione romana, sconvolta dalla questione sociale, scossa dai venti anticlericali.
Questo gruppo di cattolici impegnati, ha come animatore monsignor Pietro Capretti, “la gemma del clero bresciano”, un sacerdote esemplare e colto, che ha scelto, lui benestante, di vivere poveramente con i “chierici poveri” a San Cristo, un monastero adattato a seminario, dal quale uscirà un clero da lui formato, sensibile e attivo nei confronti dei poveri e dei loro problemi.
Se la punta avanzata del movimento cattolico bresciano è Geremia Bonomelli, futuro e prestigioso vescovo di Cremona, tra i laici emergono le forti personalità del beato Giuseppe Tovini e di Giorgio Montini.
Il primo è un infaticabile e geniale promotore di nuove forme di cooperazione, di casse rurali, di istituti di credito a sostegno delle opere cattoliche, a partire da quella fondamentale della presenza cristiana nella scuola.
Il secondo è l’avvocato Giorgio Montini, mente organizzativa e capo indiscusso, impegnato a promuovere la presenza dei cattolici nella politica, con quell’ampiezza di vedute che sarà respirata in famiglia dal giovane Giovanni Battista, futuro Paolo VI. Di questo gruppo, dalle diverse posizioni nei confronti della nuova Italia, fa parte anche l’umile sacerdote Giovanni Battista Piamarta, che, come gli altri, saliva sovente a San Cristo per confrontarsi con l’amico monsignor Pietro Capretti.

Una ferita mai rimarginata
Il giovane sacerdote saliva a San Cristo, per vedere come fosse possibile risolvere un problema che lo angustiava. Era “curato”, cioè aiutante del parroco, nella centralissima parrocchia di Sant’Alessandro, dove svolgeva un’intensa attività tra i giovani, grazie anche al suo oratorio, al quale dedicava molto del suo tempo e delle sue energie. Era stimato per la sua pietà, amato per la sua carità, ammirato per la sua presenza rasserenante nei luoghi della sofferenza, dal letto degli infermi all’aiuto discreto a non pochi “nobili decaduti”. Eppure aveva una ferita al cuore che non si rimarginava. Una ferita che veniva dalla sua fanciullezza.
Era nato in un quartiere popolare della città, nella parrocchia dei Santi Faustino e Giovita nel 1841 da famiglia povera. Mamma Regina era una di quelle mamme che aiutano a crescere forti i loro figli, perché non la danno sempre vinta. Ma scompare presto, quando Giovannino ha solo nove anni.
Povero e orfano di madre, con il padre piuttosto assente, vivacissimo e trascinatore, conosce i pericoli della strada, dalla quale è salvato dal suo oratorio, dove incontra guide esemplari.
Fa il garzone presso un materassaio che lo prende a benvolere e, preoccupato della sua salute, lo invia in vacanza a Vallio, dove è notato dal parroco don Pezzana, che lo avvia verso il sacerdozio, dandogli personalmente le prime lezioni e trovandogli benefattori che gli permettono di continuare negli studi.
Ordinato sacerdote nel 1865 sarà dato in aiuto proprio a don Pezzana, prima a Bedizzole, una parrocchia di campagna e poi in città a Sant’Alessandro.
Sono anni in cui porta con sé la sua ferita di ragazzo abbandonato a se stesso, una ferita che lo rende sensibilissimo a situazioni analoghe di ragazzi e giovani, che si perdono facilmente a causa del disinteresse altrui, dell’interesse pericoloso di adulti senza scrupoli, ragazzi che potrebbero fare bene se avviati sulla via del bene, che non possono mettere a profitto le loro capacità per mancanza di preparazione, che potrebbero essere delle colonne di una società più umana e cristiana, se accolti con amore da chi ha fede, se messi nelle condizioni di formare una propria famiglia, loro che non conoscono l’affetto di una famiglia.
Sa di essere povero, ma sente che quella di accogliere e formare i giovani poveri e abbandonati è la missione che il Signore gli affida. E prega di non essere un servo inutile o pigro.
Comincia a parlarne con l’amico don Pietro Capretti, che lo sostiene e l’aiuta generosamente. Nasce così l’Istituto Artigianelli. Seguiranno poi la celebre Colonia Agricola di Remedello in collaborazione con l’agronomo Giovanni Bonsignori, considerato l’apostolo della nuova agricoltura. Verrà poi la Congregazione Santa Famiglia di Nazareth e, assieme a Madre Elisa Baldo, le Umili Serve del Signore.

Immerso nel terribile quotidiano
Si era messo su una via irta di triboli e spine, la via del terribile quotidiano che mette a dura prova la vita di buona parte delle persone: problemi economici assillanti, cose che non vanno come dovrebbero andare, difficoltà di convivenza con persone difficili, responsabilità educative nei confronti di ragazzi problematici, urgenza di aggiornarsi continuamente per non essere travolto dal progresso tecnologico, lotta con il proprio carattere non sempre facilmente domabile…
Scriverà verso la fine della sua vita: «Ho cominciato quest’opera e i contrasti e i dolori, le disillusioni e le indifferenze e gli abbandoni anche per parte di persone su cui si era fondato tutto l’appoggio morale e materiale, furono il mio pane quotidiano e continuano più che mai a esserlo tuttora».
«I dolori e le traversie d’ogni fatto, sono un pane avanzato dalla tavola di Gesù Cristo. Ed io in questi giorni, sto mangiandone la parte più dura».
«Ma le opere di Dio non prosperano che all’ombra della croce e anche a volere che esse diano frutti copiosi,conviene che noi le andiamo innaffiando dei nostri sudori, delle nostre lacrime e perfino del nostro sangue: basta guardare a Gesù».
Come un padre non può abbandonare i suoi figli, così diventato padre dei suoi ragazzi, affronta difficoltà e umiliazioni di ogni genere. Per ciascuno di loro deve creare un posto in refettorio, uno in officina, uno in studio, in dormitorio, in ricreazione, in chiesa. Vive con loro e per loro, pensando al loro futuro di lavoratori preparati, di cristiani convinti, di cittadini onesti.

Le fonti per vivere la nobiltà del quotidiano
Le sue due fonti principali del sapere sono la Sacra Scrittura e la vita dei santi.
I suoi appunti di predicazione sono intessuti di citazioni della parola di Dio che prende corpo e si rende visibile e feconda nella vita dei santi. «Dopo la Sacra Scrittura, non c’è pascolo più salutare delle vite dei santi», ripeterà più volte.
Da san Benedetto comprese che a Dio si va con i piccoli, ma costanti passi del quotidiano vissuto davanti a lui con la preghiera e davanti agli uomini con il lavoro.
Da san Filippo Neri trasse la convinzione che una città potesse essere cambiata dedicandosi alla gioventù, con uno stile allegro ed esigente, che rendesse simpatica la virtù.
Da san Vincenzo de Paoli imparò a servire i poveri, vedendo Cristo in loro. Da santa Teresa apprese l’importanza delle preghiera prolungata che sfocia in opere, opere, opere. Da san Francesco di Sales comprese l’arte della mitezza per toccare i cuori. Di sant’Ignazio di Loyola ammirò e praticò il dovere di trafficare tutti i propri talenti per la missione affidata, oltre che trarre le norme essenziali per reggere la sua congregazione.
Da questi insegnamenti derivò una spiritualità atta a sorreggere e motivare la missione tra i giovani. Da discepolo divenne maestro per la sua sintesi pratica e limpida, da trasmettere ai collaboratori, sacerdoti e laici.
Le due fonti della sua azione sono lo Spirito Santo e la diffidenza nei confronti di sé.
Egli sa che lo Spirito Santo crea futuro, trasforma le crisi in nuove opportunità, non fa guardare con nostalgia al passato, ma proietta con fiducia nel futuro, rendendo possibile anche quello che sembra impossibile. E, in certe manifestazioni, può essere chiamato col nome familiare di Provvidenza.
Quando intonava il Veni Creator, lo faceva con una voce tanto possente che sembrava “tirar giù” dal cielo lo Spirito Santo.
Ma l’umiltà gli impedisce di voler possedere il monopolio dello Spirito Santo e il senso del proprio limite lo induce a tenere un basso profilo, a confrontarsi con altri; si circonda di collaboratori, condivide le responsabilità, non fa il tuttologo.
Manifesta la sua umiltà soprattutto nell’obbedienza e nella gratitudine. Compie gesti di eroica obbedienza, all’inizio dell’opera, quando il vescovo gli chiedeva scelte che sembravano compromettere quanto stava per realizzare. Obbedì, lasciando fare a Dio, sapendo che Dio in questo modo fa abbandonare i nostri sentieri per immetterci sulle sue vie.
Considera la gratitudine, cioè il riconoscere l’apporto degli altri a quanto ha potuto realizzare, come “la massima virtù”, nella consapevolezza che tutto è dono e tutto va preso in rendimento di grazie. E mentre pratica e insegna la gratitudine verso benefattori e collaboratori, a partire dal Datore di tutti i beni, avverte che è necessario praticarla, ma non pretenderla.

La nobiltà del lavoro
Costatando che la povertà più pericolosa è quella interiore, che blocca sul presente, che smorza la fiducia e non proietta verso il futuro, ha inculcato ai suoi giovani l’orgoglio di entrare nella nobiltà del lavoro, una nobiltà aperta a tutti quelli che vogliono costruirsi un domani con le loro capacità e con l’impegno dei loro talenti, accessibile a chi ha coraggio, a chi sa lottare, a chi ha nobiltà di sentimenti e un cuore magnanimo.
Nobiltà è fare bene il proprio lavoro, unendo competenza, onestà e cortesia.
Nobiltà è non deprimersi nell’insuccesso, né esaltarsi nel successo.
Nobiltà è essere fedeli alla parola data, pronti a chiedere perdono quando si sbaglia, pronti a concederlo quando è richiesto.
Nobiltà è saper guardare a Nazaret dove il Figlio di Dio ha reso santa la fatica dell’uomo con il suo sudore e la sua pazienza.
Insegna queste cose ai suoi ragazzi con le parole e con l’esempio, sempre in moto, ma senza affanno, sempre conteso, ma il più possibile allegro e sereno.

Le scalinate della sua bella chiesa
Costruisce una bella chiesa, che svetta sugli altri edifici. Al mattino prestissimo sale le gradinate, entra per primo nella sua chiesa e, solo si immerge per ore (sì, per almeno tre ore) nella preghiera. Poi, rafforzato, scende le scale per incontrare ragazzi, collaboratori, insegnanti, maestri di officina, fornitori, tecnici, per ascoltare richieste di aiuto, per discutere su nuovi macchinari, per correre dietro alle cambiali che scadono, per parlare di Dio, del quale voleva mostrare il volto di Padre nella minuta realtà di ogni giorno.
Il suo tempo è inizialmente conteso tra pietas et labor, tra immersione nel divino e immersione nell’umano, tra salire le scale dell’intimità divina per avere poi la forza di discendere a servire l’uomo.
Col passare del tempo le due dimensioni si arricchiscono e si avvicinano fino a fondersi: una vita animata dalla preghiera e una preghiera che si concretizza nei campi dell’educazione, della formazione al lavoro e alla famiglia, nel seminare il Vangelo nel cuore di chi lo avvicina.
Questa rara sinergia tra impegno umano e fiducia nella Provvidenza, sarà sorgente di creatività: l’istituto Artigianelli preparerà abili tipografi, artigiani e artisti del ferro e del legno, meccanici ed elettricisti. E anche buoni cristiani.
La Colonia agricola di Remedello sarà un faro per l’agricoltura del suo tempo, oltre che un aiuto ai parroci a promuovere la classe contadina, attraverso il periodico La famiglia agricola.
La Queriniana diventerà inizialmente la tipografia della florida stampa cattolica di Brescia, poi una editrice che allargherà progressivamente i suoi orizzonti.
Nel 1902 sarà approvata la congregazione maschile, intitolata alla Famiglia di Nazareth, che esprime eloquentemente la sua preoccupazione per la famiglia, ma anche l’ideale di una convivenza familiare dei suoi collaboratori e del suo stile di educazione.
Con Madre Elisa Baldo darà origine verso la fine della sua vita anche alla congregazione femminile, che prenderà il nome “Umili Serve del Signore”.
E come la sua presenza inciderà nella società bresciana del suo tempo, così i suoi continuatori porteranno il suo spirito, fonte di evangelica intraprendenza, in varie parti dell’America Latina e dell’Africa.
Muore il 25 aprile 1913. Il vescovo di Brescia scriverà ai confratelli: «Voi avete perso un padre, io un amico, la diocesi un santo prete».
La stampa laica lo considera un insigne benefattore che ha dato alla città le maestranze più qualificate; i suoi ragazzi lo ricordano come un condottiero dal cuore di mamma; i suoi figli spirituali un padre affettuoso e illuminato.
E la Chiesa, a 100 anni dalla morte, lo proclama santo, facendone uno dei maestri per il nostro tempo.

Un bilancio fatto da un grande vescovo
In occasione del XXV dell’istituto Artigianelli, monsignor Bonomelli, vescovo di Cremona, suo insegnante, confidente e amico, scriveva ai confratelli: «Quali prodigi di carità, di prudenza, di destrezza, di zelo veramente cristiano padre Giovanni Piamarta ci ha mostrato nel corso di mezzo secolo di vita operosissima! Egli è il sacerdote che richiedono i tempi nuovi: noncurante di sé, solo inteso al bene altrui senza distinzione, specialmente della gioventù.
Alieno dalle lotte partigiane e politiche, pronto a stendere le mani amiche a quanti amano il bene, a dimenticare le offese e vendicarsi con i benefici: nacque povero, visse povero e povero ha valicato i settanta anni. Con raro esempio raccolse le simpatie e l’affetto di tutti, senza ombra di partito.
Quanti giovani ha ricondotto sulla retta via! Quante lacrime ha asciugato! Quanti genitori ha consolato, restituendo loro i figli riabilitati con il lavoro e con la pietà cristiana». Un vero maestro per il nostro tempo, che aiuta a scoprire la nobiltà del quotidiano, riscattato dal lavoro, elevato dalla preghiera, trasfigurato dall’amore.

(P. Pier Giordano Cabra, su Testimoni 5 del 2012)