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7627938-nessuna-speranza-per-il-concetto-di-africa-burren-lembo-di-terra-a-forma-di-africa-in-mezzo-a-un-camMarzo 2012

Assemblea dei religiosi/e africani a Kampala.
Intervista a p. David Glenday, quale rappresentante USG e UISG all’assemblea africana.

Come dare voce alla speranza

Perché è stata scelta come sede per questa II assemblea Kampala in Uganda?
La risposta è abbastanza semplice. Principalmente la motivazione è linguistica e geografica. La precedente assemblea (2009) ha avuto luogo a Yaoundé (Camerun) in Africa francofona. Si è optato per Kampala poiché siamo in area anglofona e grazie al notevole impegno di sr. Romina Nyemera, presidente della Confederazione.

Quali gli obiettivi dell’Assemblea?
L’assemblea si è posta diversi obiettivi. Il primo concerne la riflessione sul tema proposto. Il secondo riguarda l’aspetto strutturale del Comsam/Cosmam: trattandosi di un organismo giovane, ci si augura che tramite esso, l’attuale debole voce della VC africana emerga con più energia. Vi è poi un obiettivo a livello teologico: sebbene agli inizi, si vuole stimolare e fortificare la riflessione della teologia della VC a partire dall’esperienza africana. Infine, si vuole giungere a realizzare azioni comuni a favore della giustizia e della pace.

Le poche notizie giunte fino a noi parlano di 57 delegati di 22 Conferenze nazionali di religiosi e religiose. C’è stata anche la presenza di rappresentanti della chiesa africana?
La presenza è stata piuttosto contenuta, ma non per questo meno significativa. Per esempio il primo giorno la celebrazione è avvenuta con la chiesa diocesana presieduta dall’arcivescovo emerito il card. Emmanuel Wamala. Ai lavori assembleari era presente uno dei vicesegretari della Conferenza episcopale africana (Secam) caldeggiando l’iniziativa e l’apertura alla collaborazione tra vescovi e religiosi. La rappresentanza si è avuta particolarmente nelle celebrazioni liturgiche. C’è da aggiungere che le distanze e il peso economico sono stati un vero ostacolo, rendendo più complessa la presenza della chiesa locale.

L’assemblea ha avuto come tema generale: “Passione per Cristo, passione per l’Africa”. I testimoni della verità, per poter contribuire alla costruzione della comunione e della riconciliazione in Africa. Come è stato articolato questo tema generale e quali i temi sviluppati dai vari contributi di conferenzieri e oratori?
Il tema è una combinazione tra il tema del Simposio sulla VC (2004) e il documento Africae munus. Per quanto riguarda le tematiche svolte, si è parlato della necessità di rendersi conto degli influssi della ‘cultura globale’ nella realtà africana e di come i religiosi e le religiose debbano reagire portando la loro testimonianza mediante una cultura “alternativa”. Si tratta di assumere un atteggiamento critico, di fronte a una invasione culturale esterna. La VC deve percorrere la strada dell’autenticità.

Si è trattato di un’assemblea sulla falsariga di quelle che si tengono in Europa, fatta di lunghe relazioni, oppure si è dato più spazio alle esperienze e allo scambio?
Molte dinamiche sono state africane, soprattutto per due atteggiamenti di fondo: ascolto e positività. Si sono assunti sempre atteggiamenti costruttivi, di speranza ed entusiasmo, di volontà di camminare, di concretezza.

L’assemblea si è svolta a poca distanza dalla presentazione del documento sinodale Africae munus. Che influsso ha avuto questo documento sulla riflessione dell’assemblea e quali le linee maturate?
Il documento è stato molto presente per il valore che ha rappresentato in sé, meno nei suoi dettagli. Spesso si è menzionato l’Africae munus, anche perché all’interno per due volte si fa menzione della Confederazione dei Superiori e delle Superiori maggiori africani. In tale modo ci si è sentiti presi sul serio e al contempo responsabili del futuro della VC e della chiesa africana. Il documento è emerso anche nella scelta degli obiettivi: aiutare e incoraggiare le conferenze nazionali a coinvolgersi nella giustizia.

L’assemblea ha avuto come sfondo il grande tema della evangelizzazione. Si può dire che la vita consacrata oggi in Africa ha un ruolo fondamentale e determinante in questo compito della Chiesa e in che senso?
Una constatazione: se non ci fosse la forza di uomini e donne africani e stranieri, molta attività della Chiesa non ci sarebbe. La VC ha a che fare con l’evangelizzazione sopratutto a livello di testimonianza. È possibile e succede che cristiani africani seguano il Signore in modo radicale. Per l’intensità del vissuto della sequela, le comunità dei consacrati e consacrate divengono fucine di inculturazione. E la VC, se autentica, può dare un formidabile contributo nell’elaborare la teologia della VC e praticare la giustizia.

Come sono attualmente i rapporti tra i religiosi e le chiese locali? In particolare gli istituti religiosi e missionari di origine straniera hanno lasciato il passo e la responsabilità ai religiosi del luogo e alle stesse chiese locali?
Durante l’assemblea ogni conferenza ha avuto un tempo conveniente per relazionare circa la sua realtà e i rapporti con la chiesa locale. Come si può immaginare, convivono situazioni contraddittorie: in alcuni casi il presidente partecipa regolarmente alle plenarie dei vescovi, in altre sussiste completa indifferenza. Per quanto riguarda la scelta di lasciare il passo ai religiosi e religiose locali, questo problema non è emerso molto nel dibattito. Si sa che in genere non è facile anche perché, per esempio, molte attività missionarie create hanno avuto un appoggio economico rilevante. Se questo appoggio esterno venisse meno è molto difficile garantire la continuazione.

Quali sono oggi i problemi più urgenti della vita consacrata in Africa? Come si pone il problema delle vocazioni, della formazione...
Il problema più urgente è il campo della formazione. Numericamente ci sono molti candidati alla VC. Però in questa assemblea si è avuto la percezione di una forte consapevolezza alla qualità e alla formazione dei candidati quanto dei loro formatori, con il traguardo di giungere a unificare gli sforzi educativi comuni a tante congregazioni religiose. Tutta la questione verte sull’autenticità e fedeltà (pur non essendo ovviamente una questione solo africana, ma riletta nel contesto africano), al fine di dare contenuto ai voti, alla vita comunitaria, senza prescindere dai suoi risvolti etnici.

Cosa si può dire del sorgere dei nuovi istituti in gran parte di origine locale?
Come in tutti i continenti, lo Spirito soffia anche in Africa... tutti sono coscienti che questo ha molto bisogno di discernimento. Un punto di preoccupazione sono gli istituti di diritto diocesano, perché rischiano di nascere per rispondere ad aspetti logistici e contingenti. Una questione che tocca soprattutto le fondazioni femminili.

Il continente africano oggi ha un grande bisogno di pacificazione e di riconciliazione. Inoltre deve essere difeso sia dall’integralismo musulmano, sempre più aggressivo sia dalla fame e dallo sfruttamento da parte di soggetti senza scrupoli e di stati stranieri e dal pericolo di un nuovo colonialismo. I religiosi, in forza della loro vocazione profetica, cosa possono fare per arginare questi pericoli?
La risposta dell’assemblea è stata univoca: i religiosi devono educarsi ed educare per agire sul territorio in modo incisivo e concreto. Per questo, è necessario coinvolgere sempre più gli africani nelle loro responsabilità.

Che impressione ha ricavato della vita consacrata in Africa partecipando a questa assemblea? Si può dire davvero che l’Africa è il continente della speranza per la Chiesa e anche per la vita consacrata?
Come già detto sopra, ho avuto un’impressione più che positiva, dell’atteggiamento delle persone di fronte alle sfide. Lo ridico con una serie di aggettivi: una vita consacrata aperta, positiva, speranzosa, entusiasta, vivace. Non è sufficiente affermare che la VC è speranza. Bisogna dare voce a questa speranza. E tocca a noi fare emergere questa speranza.

(Sergio Rotasperti, su Testimoni 5 del 2012)