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Il_MaestroMarzo 2012

I superiori maggiori e il governo. Il compito d’oggi è guidare il cambiamento: governarlo significa darne consapevolezza a consacrate/i, tenendo la barra del timone ferma sull’essere creativamente fedeli al carisma

Il servizio dell'autorità

 

Il compito è enorme e solamente religiosi/e profondamente radicati in Dio Trinità, aperti all’azione dello Spirito, consapevoli della propria vocazione, umanamente equilibrati, professionalmente preparati, sensibili al grido dei poveri e capaci di donare la vita fino al martirio, potranno collaborare perché la VC apostolica viva una nuova primavera».

Un esame di coscienza
Con queste parole della teologa Bombonatto (cf. Seminario teologico, febbraio 2011), don Mario Aldegani csj, ex presidente Cism, ha aperto la sua riflessione sul servizio di governo dei superiori/e generali (USG, novembre 2011). Con stile esperenziale-narrativo, nella prima parte del suo intervento, ha offerto pensieri sorti da un personale esame di coscienza come superiore del suo istituto. «Ho cercato di fare anzitutto per me stesso una sintesi degli atteggiamenti che sono chiamato a vivere come “superiore” e dei cammini sui quali devo mettermi ogni giorno. Le attenzioni che ci sono richieste sono quelle di sempre, in fondo, anche se modulate con un’intensità e con una necessità di testimonianza personale forse più intensa ed esigente».
1. Attenzione alla Parola. «Mi devo chiedere quanto è rilevante la parola di Dio nella mia vita di ogni giono... Mi ricordo la magistrale lezione che Carlos Mesters ci tenne qualche anno fa in un’Assemblea USG tenuta a Sacrofano sulla parola di Dio come viatico di speranza e anche di “resistenza” per una comunità in tempi di difficoltà. Dare rilevanza alla parola di Dio significa riaffermare la contemporaneità fra la parola “scritta” e la parola dello Spirito “non scritta”. Il nostro essenziale servizio ai fratelli consiste proprio nel cogliere e nell’aiutare a scoprire i legami di contemporaneità fra queste due parole... ».
2. Attenzione a persone ed eventi quotidiani. «È un’attenzione, che nella luce della Parola, ci può consentire di ritrovare continuamente novità nelle persone e negli eventi quotidiani, ricacciando alcune tentazioni nelle quali, presi dal ruolo e dagli impegni pressanti, possiamo sempre cadere. Le tentazioni nelle quali io tendo a cadere, per esempio, riguardo alle persone, sono: - considerare i miei confratelli solo nella loro dinamica funzionale. A volte non me ne accorgo neppure subito che tendo a valutare le persone per quello che esse possono esprimere e fare all’interno dell’istituto; in questo modo esse perdono di consistenza, di qualità. di novità; - ridurre la responsabilità personale a semplice obbedienza. Responsabilità e obbedienza vanno coniugate, anche se stanno sempre in tensione. Ma proprio la tensione, forse, permette di non cadere nel formalismo (un’obbedienza senza responsabilità) o nel soggettivismo (una responsabilità senza obbedienza). Circa gli eventi quotidiani, credo anzitutto che siamo chiamati a una sintonia con la realtà, con il mondo, con i suoi linguaggi, senza naturalmente diventare “liquidi” anche noi. Gli eventi chiedono di essere letti anche essi nello Spirito, alla luce della Parola: - evitando la caduta nel fatalismo. Può succedere che un superiore o un gruppo di governo dimentichi la “profanità” degli eventi, cedendo alla tentazione di una lettura esclusivamente “spiritualistica”: “È Dio che lo vuole; è lui che lo permette…”; - evitando anche la caduta nella superficialità, rimanendo schiavi della “profanità” degli eventi, attraverso una lettura semplicemente letterale di quando accade.
3. Attenzione all’ecclesialità. Lo Spirito ci chiama con il dono del nostro carisma a essere Chiesa e ci invia a costruirla e ad abitarla come la nostra prima casa. La comunità ecclesiale dentro la quale siamo chiamati a vivere, testimoniare, approfondire e condividere il carisma che abbiamo ricevuto in dono non è la semplice somma degli individui che vi aderiscono, ma è un corpo vivo, un organismo spirituale fondato sull’amore trinitario. Quanto più ci sentiamo dentro questo organismo vivo, tanto più siamo vivi anche noi. Quest’attenzione non solo ci aiuta a non chiuderci nella nostra realtà di istituto, rischiando di essere autoreferenziali, ma anche a coniugare in modo più concreto il verbo dell’ “intercongregazionalità” e della comunione fra noi che più volte abbiamo proclamato.
4.Attenzione al carisma. Metto all’ultimo posto questa attenzione che, forse, esistenzialmente, per noi è la prima, perché il carisma che abbiamo ricevuto in dono è il nostro modo di vivere la Parola, la forma concreta che diamo alla sequela di Gesù, la nostra identità specifica nella Chiesa. Come ho già detto noi “superiori” oggi più che mai credo che dobbiamo essere innamorati e innamorare i confratelli del carisma. Il compito urgente che abbiamo è che il carisma lo si veda “vivo” in noi: nella spiritualità che portiamo con l’impronta del nostro fondatore, nella passione apostolica che trasmettiamo, nella gioia e anche nel coraggio con il quale promuoviamo i cammini nuovi che si intravvedono nei nostri istituti e nelle nostre comunità, nel segno della fedeltà creativa al carisma. Mi azzarderei a dire, con il rischio di sembrare un po’ retorico, che il carisma ci ha dato la vita e noi siamo chiamati a dare la vita per il carisma! ».

Come “passare” i nuovi valori?
«... Nel mese di agosto ho letto sull’Osservatore Romano un articolo di Juan M. Mora, dal titolo “Proviamo a convincere senza voler sconfiggere” (21/8/2011). Si riferisce alle regole per comunicare la fede, ma ne ho tratto qualche idea per le modalità di esercitare il nostro servizio di superiori oggi. Circa le qualità della persona che comunica egli scrive che sono necessarie la credibilità, l’empatia e la cortesia. La credibilità sta nella nostra capacità e nel nostro impegno di testimoniare in concreto quello su cui insistiamo con i nostri confratelli. Due piccoli esempi. Credo che tanti di noi, nelle visite canoniche o nelle lettere circolari raccomandiamo l’importanza della vita fraterna e la necessità del suo rinnovamento perché rifiorisca la nostra stessa VC. Noi, per il servizio che svolgiamo, tra viaggi, incontri e impegni fuori sede, potremmo quasi dire che non abbiamo casa e comunità. Questo però non dovrebbe per noi diventare un abito o uno stile di vita. Dobbiamo cioè domandarci quale apporto costruttivo e vero diamo alla comunità in cui siamo inseriti, che non fa il calcolo della quantità delle nostre presenze, ma certo non è indifferente alla “qualità” di esse, cioè a quanto noi mostriamo di amare, di sentirci parte, di condividere... Forse se il nostro stile di vita e di presenza quando siamo in visita è sempre un po’ da “meteore” che passano veloci e se ne vanno, rischiamo di perdere il contatto con la quotidianità della vita, e questo penso che non faccia bene né a noi né ai nostri fratelli. L’empatia è quella capacità di entrare un po’ nella vita degli altri. Mi sembra che sia molto importante preoccuparci di una comunicazione empatica con i nostri confratelli, affinché si accorgano che noi siamo loro vicini, anche umanamente; la relazione è più importante del ruolo... La cortesia, nel dialogo e nelle relazioni, è qualcosa che somiglia alla mitezza, che è una grande forza: non si tratta di rinunciare alla chiarezza delle proprie convinzioni o alle proprie responsabilità, ma di riuscire sempre a proporle con calma».

Costruire significati e progetti
«In particolare, campo di lavoro specifico per il governo nelle situazioni odierne mi sembra quello della costruzione e negoziazione di significati; cioè intenderne il servizio come aiuto all’elaborazione di senso e alla progettazione di futuro.

 

 

1. Il compito principale è forse oggi quello di guidare il cambiamento: non dico di promuoverlo, perché questo processo non è nelle nostre mani né possiamo determinare il suo tasso di accelerazione, ma di governarlo, dandone quindi consapevolezza ai fratelli e offrendo un orientamento e una direzione che tengano la barra del timone ben ferma sulla necessità di essere creativamente fedeli al carisma. Il nostro compito è di “svegliare” realtà locali che rischiano di restare assopite sul presente (o peggio sul passato) e, incapaci di cogliere i segni del cambiamento, mostrano refrattarietà o insofferenza a nuove proposte o impostazioni, subito tacciate di essere pensiero astratto di gente (superiori e loro consigli) che poco sanno e nulla vivono della realtà nella sua concretezza e nella sua problematicità. Non ci possiamo nascondere che governare il cambiamento - cioè tentare di dargli una direzione e un senso coerente con la nostra identità - è un impegno che suscita molte reazioni e contrarietà, perché va a combattere una certa miopia auto-legittimante, dentro la quale le realtà locali tendono a non mettersi mai in discussione e pretende la pazienza di seminare senza forse poter raccogliere, perché di solito richiede tempi più lunghi di quelli programmati e processi più lenti di quelli auspicati. Credo che in anni recenti in molti abbiamo vissuto l’esperienza dell’inutilità di progetti di riorganizzazione o di ristrutturazione costruiti sulla testa delle persone. Nel tempo di forti e veloci mutamenti che stiamo vivendo diventa invece fondamentale saper creare nuovi assetti...

 

2. Inoltre il superiore maggiore con il suo consiglio, nelle attuali situazioni ed esigenze degli istituti e, forse anche nelle aspettative dei confratelli, dovrebbero considerarsi un team. cioè un gruppo di lavoro che apprende il suo funzionamento e vive le sue relazioni, cogliendo i valori presenti nelle attuali scienze dell’organizzazione istituzionale, confrontati con la sapienza e la ricchezza della nostra storia propria e della nostra esperienza. Si tratta cioè di vivere, interpretare e trasmettere una cultura della corresponsabilità di cui sentiamo assolutamente necessaria la ripresa.Forse è ciò che sta già succedendo implicitamente: il passaggio dal modulo consiliare o rappresentativo a un modulo di collaborazione Questo stile e obiettivo conduce a precise conseguenze sia sulla modalità di costituzione dei consigli, sia sul modo di rapportarsi a essi da parte del superiore. I sistemi di composizione dei consigli e designazione dei consiglieri dovrebbero porre le condizioni per attivare un senso di personale coinvolgimento e garantire una sinergia fra i consiglieri. Difficilmente moduli parlamentari o rappresentativi possono fornire la base di un’intesa fra gli stessi consiglieri e il titolare. Le alchimie capitolari si risolvono spesso in tossine consiliari. E le dichiarazioni di buona volontà, così facili dopo elezioni o nomine, non incidono oltre l’euforia dell’evento. Un consiglio considerato un gruppo di collaboratori chiede al superiore maggiore un’attenzione particolare a scoprire e valorizzare il peculiare contributo che ciascuno può dare in seno al consiglio, cosicché ognuno si senta pienamente considerato, veda che il suo apporto è ritenuto prezioso e preso in considerazione. Naturalmente, perché ciò possa avvenire, è del tutto necessario un clima consiliare fondato sul dialogo cordiale e franco e sulla stima reciproca. È compito in particolare del superiore far “sentire” ai suoi consiglieri questa stima... È un’utopia, un sogno irrealizzabile? O un tentativo che abbiamo già fatto o che siamo disposti a fare?

 

3. Infine ciò che mi sembra massimamente importante e motivante per le persone è concedere fiducia: questo è il forse il solo vero capitale su cui si può investire, particolarmente in un tempo come il nostro in cui le decisioni non sono facili, i margini di manovra non sono ampi, né gli orizzonti sempre chiari. La fiducia nasce dal riconoscimento di diversità, dalla consapevolezza che esso, se pure parzialmente, può generare relazione e sapere, divenire veicolo e fonte di una conoscenza che si compone delle diverse esperienze, le sa accogliere, accostare e mettere in condizione, forse, di cooperare fra loro».

(Testimoni 4 del 2012)