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F_bs2007Marzo 2012

Rivitalizzare la persona, la sua sensibilità e prassi:
ecco il valore della formazione permanente

Sempre in cammino

Mons. Lambiasi, vescovo di Rimini e presidente Commissione CEI per il clero e la VC, nella  Prefazione al presente volume afferma: “Cencini va giù a taglio netto: o formazione permanente o frustrazione permanente!... la formazione permanente è onesta, anzi generosa. Se la trattiamo bene per quello che è, ci darà molto di più di quanto ci chiede”.

La cultura educativa
Ma in cosa consiste la formazione permanente? Non è definita dall’estensione nel tempo, ma dall’intensità e profondità dell’impostazione; non mira all’aggiornamento pastorale ma alla costante rivitalizzazione della persona. Per una seria formazione permanente (FP) c’è bisogno di crearne la cultura, intesa come mentalità, sensibilità e prassi (sono i titoli chiave dei capitoli del libro). Possiamo ricollegarci all’affermazione fondamentale degli Orientamenti Cei sull’educarci alla vita buona del Vangelo, secondo la quale il dono del regno di Dio chiede sempre alla Chiesa di adeguare il modo di pensare, di amare e di vivere secondo il Vangelo. Non dobbiamo dunque dare per scontato che vescovi, sacerdoti e fedeli laici abbiano solo il problema di come educare gli altri. Tutti infatti nella comunità educandosi educano, con la disponibilità a un continuo discepolato. Così la FP arriva a determinare la qualità della vita e una reale capacità educativa. Cencini, dopo aver osservato che nel documento Cei manca il riferimento alla FP del sacerdote, afferma che la stessa FP è una costante vitalità dell’intera personalità. «Se l’esistenza del prete o del consacrato non esprime una volontà costante ed effettiva di conformazione progressiva alla personalità del Figlio, ciò crea una contraddizione di fondo che rompe l’unità e l’armonia interiore dell’essere umano.  E lo pone in conflitto con se stesso, nervoso e arrabbiato, o depresso e annoiato. Di fatto quando l’uomo si contraddice non può essere felice, ma avvertirà più o meno pesante dentro di sé una sensazione di smarrimento personale, d’inconcludenza in quel che fa, di non efficacia nel suo ministero, l’incapacità di arrivare al cuore della gente, di tristezza o sottile depressione. Insomma, se non va in onda la formazione continua, la vita sarà frustrazione continua» (p.47).

Imparare a imparare
Essenziale per vivere la formazione permanente è allora la docibilitas, che è piena intraprendenza dello spirito, o una forma alta di intelligenza, forse la più alta, portando il soggetto a cogliere l’opportunità formativa di ogni realtà. Intelligente quanto basta, dunque, per accorgersi di quanta grazia ci  sia attorno a lui, e libero tanto da lasciarsi da essa formare. In tal senso si fa persona saggia, che acquisisce sempre più il dono e la virtù biblica della sapienza. La persona “docibile” è insomma «libera d’imparare a imparare la vita dalla vita e per tutta la vita» (p.54). Chi ha la docibilitas è capace di integrazione, di sensibilità alla presenza del Signore e capacità di relazionarsi con l’alterità. La FP non viene dunque dopo la formazione iniziale, ma è ciò che la precede e rende possibile: è come l’idea madre che la custodisce e le dà identità. La FP è modo teologico di pensare e definire la stessa consacrazione a Dio, cioè come un lento e progressivo processo di formazione. Richiamandoci a un assioma dei Padri (“attraverso la prassi ci si eleva alla teoria”), possiamo ribadire che si parte dalla vita e, tramite la purificazione, si arriva alla contemplazione. Perciò lo sviluppo del percorso di p. Cencini può essere utile per chiunque cerchi seriamente oggi una psicologia dialogica che, senza paure o fobie davanti al mondo spirituale, offra il contributo per una vita più abbondante. Per muoversi finalmente oltre una spiritualità che finisce per prendere un taglio moralistico e volontarista, oltre una psicologia che finisce per impregnarsi solo di tecnichee/o dinamiche di gruppo al fine di costruire percorsi e protezioni, per evitare conflitti, e dunque per scansare l’esistenza nella sua complessità. Il segreto della FP, in fondo, sta nella riscoperta del tempo come processo di santificazione tramite la propria vocazione. L’autoaffermazione della nostra individualità ci impedisce infatti di vivere la vocazione come amore. L’antropologia teologica di Cencini, impernata su una dinamica d’amore, sa che il cammino della persona umana è una realtà organica e che l’evento della Pasqua non è una mera formula. Per questo motivo sa intuire e costruire una FP come atteggiamento costante del soggetto vivo nella sempre più totale apertura al proprio Signore e Salvatore. Oggi i segni dei tempi ci obbligano a cercare una formazione che abiliti a quella contemplazione, direbbe Edith Stein, che matura fino all’amore, perché si arrivi a intravedere persino il bene nel male. Oggi, ancora, i segni dei tempi riecheggiano il monito di Newman: “non avere paura che la vita possa finire; abbi invece paura che possa non cominciare mai”. Formatori e formandi non continuate a impantanarvi nell’errore madornale di una FP come un aggiornamento che alla fine è sostanzialmente percepito come fatica o scocciatura in più!

(Mario Chiaro, su Testimoni 3 del 2012)