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026quot05aMarzo 2012

Nei “Lineamenta” sulla nuova evangelizzazione, solo accenni alla vita consacrata.
Il testo preparatorio al sinodo del prossimo ottobre,stimolante e vivace, lascia lo spazio ad alcune osservazioni
sulla presenza e le esigenze della vita consacrata.

La vita consacrata...quella dimenticata

 

Dal  7 al 28 ottobre di quest’anno si celebrerà a Roma la 13a assemblea ordinaria del sinodo su «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana». I Lineamenta sono stati pubblicati il 4 aprile 2011 (cf. Regno doc. 5,2011,129). A mesi si attende l’uscita dell’Instrumentum laboris che costituirà la piattaforma di discussione per i padri sinodali. L’occasione (il sinodo) e il tema (la nuova evangelizzazione) interpellano direttamente la vita consacrata e la sua testimonianza.
A partire dall’assoluta centralità del compito dell’annuncio del Vangelo oggi, p. Bruno Secondin, ci offre alcune riflessioni sulla «presenza – assenza» della vita religiosa nel testo dei Lineamenta. Nel suo insieme il testo è assai apprezzabile. Tocca gli elementi centrali e fondamentali dell’argomento in termini aperti e dialoganti. Un documento ispirante che, tuttavia, lascia qualche margine alle domande proprie dei religiosi e delle religiose.

Profezia e parresia
Profondamente deluso resta chi cerca nei Lineamenta dei riferimenti alla vita consacrata, sviluppati con pertinenza, per lo meno come riferimento esplicito là dove si toccano temi ad essa attinenti. In realtà nel paragrafo sulla «domanda di spiritualità» si trova una delle rarissime allusioni alla vita consacrata: «Un grande compito nella nuova evangelizzazione spetta alla vita consacrata nelle antiche e nuove forme. Occorre ricordare che tutti i grandi movimenti di evangelizzazione nei duemila anni di cristianesimo sono legate a forme di radicalismo evangelico» (n. 8). Si tratta di una verità storica innegabile, evocata qui nel cono di luce del radicalismo evangelico, e più avanti anche con un cenno al «progetto vocazionale o di consacrazione» (n. 17). Questa prospettiva del radicalismo dovrebbe avere più enfasi, non solo in relazione con la vita consacrata – com’è ovvio – ma anche per una evangelizzazione solida e una Chiesa matura (cf. Vita consecrata 29). Il “grande compito” una volta enunciato viene poi lasciato del tutto nell’oblio: peccato! Poteva tematizzarsi opportunamente in vari passaggi del discorso. Un altro cenno si ha parlando del «capitale storico di risorse pedagogiche, riflessione e ricerca, istituzioni e persone – consacrate e non, raccolte in ordini religiosi, in congregazioni – … questo capitale sta conoscendo anch’esso mutamenti significativi» (n. 20). Ecco un altro fatto storico che meriterebbe un doveroso ampliamento,non solo per il patrimonio prezioso di modelli e protagonisti, ma anche per la forza attuale ancora evidente di queste istituzioni. Invece di accennare solo ai mutamenti in atto di queste realtà, si potrebbe dire anche che, grazie a questi mutamenti, tali famiglie religiose hanno riletto la propria identità e missione ecclesiale, e cercano di essere risorse attive e geniali, profetiche e indispensabili ancora oggi. Si tratta di un patrimonio di genialità e parresia, incarnazione e profezia, senza il quale la Chiesa stessa, anche quella attuale, sarebbe molto più povera e inefficace per l’evangelizzazione. Perché non riconoscerlo? Ancora un implicito accenno all’esistenza storica di tante istituzioni e agenzie educative troviamo nel paragrafo dedicato alla «ecologia della persona umana» (n. 21), ossia all’impegno educativo. È considerato un compito per il quale la Chiesa si è attrezzata da tempo «dando vita a istituzioni, centri di ricerca, università, frutto della intuizione e del carisma di alcuni e della premura educativa delle Chiese locali» (ivi). Sembra si parli come di realtà che richiamano più il passato che il futuro. E invece si dovrebbero sollecitare queste realtà a giocare da protagoniste a tutto campo: sia per la competenza acquisita, sia per la capillarità della presenza, sia per la capacità dei carismi di dare vita a nuove stagioni creatrici e dinamiche. Non sono risorse secondarie e vecchie, ma una vera ricchezza da mettere in gioco, con fiducia e rispetto della tipologia carismatica, e non solo per esigenza funzionale e operativa.

Gratitudine e riconoscimento
Come si può parlare di emergenza educativa senza dare rilievo e riferimento al contributo non solo storico, ma attuale della vita consacrata in questo settore? Forse non ci sono paragonabili realtà, per numero di persone impegnate a tempo pieno, per opere gestite, per dedizione piena e appassionata, per modelli e pedagogie collaudati, per progetti vissuti con passione non comune. Una parola di gratitudine e di riconoscimento in questo ambito è utile e anche doverosa, incoraggiando a perseverare in un servizio che è essenziale (cf. Vita consecrata 96-98), e di cui la Chiesa non può fare a meno, se vuole davvero operare per una nuova evangelizzazione. Nel contesto di una crisi di competenza e fiducia nell’opera educativa oggi, sono chiamati in causa genitori e insegnanti perché «tentati di abdicare ai propri compiti educativi» (n. 20). Si tratta di una crisi vera e ampia. Ma poi «l’impegno della Chiesa per educare alla fede, alla sequela e alla testimonianza del Signore» (ivi) come potrebbe realizzarsi senza l’appello chiaro e fiducioso a chi con il suo vivere «costituisce memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù come Verbo incarnato di fronte al Padre e ai fratelli» (Vita consecrata 22)? La reticenza di riferimento in questo, come in casi simili, alle attività e ai carismi della vita consacrata, potrebbe segnalare una incomprensione grave delle identità e delle forme paradigmatiche di vita cristiana, suscitate dallo Spirito. In molti altri passaggi di temi e prospettive del documento la vita consacrata poteva essere chiamata in causa. Per esempio per l’abilità carismatica di fare discernimento e di riconoscere i segni dei tempi e approntare iniziative adeguate e geniali, spesso cariche di parresia profetica. La storia lo dimostra, l’esortazione apostolica Vita consecrata lo ha ribadito (cf. per es. VC 37, 73, 82, 94, 108), ma anche le vicende attuali stanno lì a mostrare, con dati reali non fantasiosi, questa originalità ecclesiale di consacrati e consacrate. Essi lo fanno non solo continuando le opere, ma anche inventando di continuo nuove diaconie e nuove forme di presenza, specialmente nei contesti di povertà, di emarginazione, di caos sociale. E tutto questo avviene in connessione con la fedeltà dinamica al carisma di fondazione: elemento fonte di dinamismo che sarebbe bene citare, esortando a reinterpretarlo e svilupparlo in sintonia con il corpo ecclesiale in crescita perenne (cf. Mutuae relationes 11 e Vita consecrata 37).

Processi di iniziazione
Laddove si parla di mistagogia (n. 18) poteva egualmente essere chiamata in causa la tradizione millenaria della vita consacrata nell’itinerario di iniziazione, con tappe e linguaggi, simboli e criteri di verifica, ruoli e guide, maestri di prima grandezza, che possono insegnare ancora molte cose: dall’evangelizzazione alla liturgia, dall’accompagnamento spirituale alla alta misura dell’esistenza cristiana, dalla integrazione fra natura, corpo, spirito alle forme di corresponsabilità, dalla sintonia con l’ethos religioso popolare alla scientia mystica. Presentata così come lo è nel testo, la mistagogia è troppo ristretta alla problematica della relazione fra cresima ed eucaristia. Mentre «l’obiettivo di educare a una fede cristiana adulta» (ivi) implica anche dimensioni di decisione vocazionale e di uso dei carismi personali nella corresponsabilità ecclesiale. In questo la vita consacrata può dare un contributo di qualità con la promozione di ministeri ispirati dai loro carismi (cf. Religiosi e promozione umana 6c), assieme agli stessi movimenti ecclesiali, con i loro itinerari collaudati e la promozione della ministerialità diffusa. Si può comunque riconoscere che questo testo di Lineamenta davvero ha una sua ricchezza di linguaggio e di prospettive, è stimolante nell’aprire gli occhi sulla realtà, nell’individuare i cambiamenti e le sfide più evidenti. Usa anche un linguaggio spesso vivace, problematizzando molte pigre visioni, mostrandosi pure capace di echeggiare nuove sensibilità culturali e perfino novità lessicali. C’è da augurarsi che anche l’atteso Instrumentum laboris suoni sullo stesso pentagramma, cioè in chiave di apertura mentale fiduciosa. Così ne accoglierà sicuramente l’eredità e ne svilupperà, completando, il discernimento e il dialogo con i nuovi scenari e le loro sfide. A questo scopo sono state offerte queste nostre osservazioni, per arricchire e completare, per dare forza a quanto già è stato ben individuato. Anche per segnalare come ovviare a reticenze e dimenticanze, che ci sono sembrate presenti e rilevabili. In fondo abbiamo così avuto l’occasione di dire quanto ci teniamo a contribuire nella Chiesa a questa nuova stagione della corsa gloriosa della parola del vangelo di Dio destinata – seppur «in mezzo a molte lotte» (1Ts 2,2) – per il bene e la gioia di tutta l’umanità a noi contemporanea.

(Bruno Secondin su Testimoni 3 del 2012)