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STORIE DI VITA - Mondo Voc ottobre 2013                                 Torna al sommario

 

 


L’ELIS DI CASAL BRUCIATO A ROMA. UN POSTO DOVE CI SI GUADAGNA IL PARADISO

 

Quando la scuola è anche palestra di vita

 

La storia di F. e di altri ragazzi, del loro disagio, emarginazione, dolore e, a volte,  della loro malattia. Ma soprattutto il racconto di cosa può significare una scuola accogliente – in questo caso l’Istituto di Casal Bruciato a Roma – dall’orizzonte largo, che sa porsi accanto ai ragazzi e accompagnarli per un tratto delicato e decisivo della loro vita.

 

di Stefania Careddu


ElisPiù di un luogo dove imparare qualcosa

Suona la campanella. Tutti in classe. Tra i banchi dell’Elis, scuola di formazione superiore, “isola felice” in un quartiere problematico alla periferia di Roma, è tornato anche F., un ragazzo di 16 anni dai capelli rossi, gravemente malato, che sin dalla nascita ha subito diversi abbandoni. A volte non riesce a stare fermo e si gongola sulla sedia, appoggiandosi al muro con la schiena come fosse su un cavalluccio a dondolo.


Passa di famiglia in famiglia perché spesso i genitori affidatari non sono in grado di gestire i suoi scatti d’ira improvvisi. Nonostante tanta sofferenza e la lotta quotidiana con una malattia rara, F. “ha una forza e una voglia di vivere incredibili”, “gli piace tantissimo essere abbracciato e sorride quando sottolinei qualche sua buona azione”. Per F. la scuola è più di un luogo dove imparare qualcosa, è piuttosto una comunità accogliente dove sentirsi amato e compreso. Ma è anche un’occasione di riscatto, una palestra di vita.

 

 

Una risposta al disagio

scuola_elis_1Lo è oggi per F.. Lo è stato qualche anno fa per Giovanni, che è diventato un tecnico specializzato e ora è impiegato nella principale sede romana di Rolex, la prestigiosa casa di produzione di orologi di lusso. All’Elis Giovanni ha trovato il coraggio e la forza di risollevare la testa dal fango: la sua rinascita è iniziata proprio lì, tra i banchi di scuola.


F., Giovanni e altri sono i nomi, i volti, le storie di tanti che all’Istituto di Casal Bruciato provano a dare un futuro alla loro esistenza, spesso segnata dal disagio, dall’emarginazione e dal dolore.


“Sentendo le storie dei miei ragazzi, mi sono innamorato di loro rivedendo me stesso in passato: ogni giorno penso alle loro povere spalle gracili e ai pesi che debbono sopportare nonostante la tenera età, alcuni sono appena quattordicenni”, confida il preside Pierluigi Bartolomei. Sì, perché Casal Bruciato è “un quartiere difficile, borderline, dove si innalzano al cielo una serie di palazzoni zeppi di povera gente, alcuni lavoratori, altri che vivono di espedienti”, un mosaico fatto di “abbandono, violenza domestica, droga, alcool, isolamento e mancanza di affetto”. E la scuola non può far finta di niente, non può non guardarsi intorno. “Il nostro compito non è stare riparati sotto una tenda con i generali a fare strategia, ma andare in trincea per fare e per raccontare cosa accade ogni giorno dal fronte”, spiega Bartolomei che non a caso si definisce un “preside di frontiera”.

 

 

In trincea, con i ragazzi

scuola_elis“Questo è l’Elis”, un posto “dove puoi guadagnarti un pezzo di paradiso, se veramente ci credi”, sorride Bartolomei. Da quando è stato fondato – nel 1962 – per iniziativa dell’Opus Dei, il Centro Elis (educazione, lavoro istruzione, sport) rappresenta davvero un polo di eccellenza nella formazione professionale. Bartolomei lo descrive come “il luogo in cui ben tre Pontefici hanno sperato che si realizzasse un lavoro ben fatto a favore di coloro che sono giunti all’ultima spiaggia”.

 

 

L’orizzonte largo della scuola

Per il “preside di frontiera” essere insegnanti, qui più che altrove, stare a scuola con i ragazzi e accompagnarli in un tratto decisivo della loro formazione non è un mestiere facile, ma soprattutto non è semplicemente un mestiere. È una missione. È fondamentale, osserva Bartolomei, “dedicarsi ai giovani e rappresentare per loro un modello capace di ascoltare e di essere presente, specialmente quando hanno bisogno di una carezza o di una parola di conforto, sussurrandogli che il mondo non finirà mai e che la speranza non deve mai morire perché ce la possono fare se si impegnano sul serio”.Del resto, diceva San Josemaria Escrivà de Balaguer, si svolge “un’opera formativa completa, anche sotto il profilo cristiano, nel rispetto della libertà personale e adoperandosi per risolvere gli urgenti problemi di giustizia sociale”.

 

 

 

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