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STORIE DI VITA - Mondo Voc gennaio 2013                                                                  Torna al sommario

 

 

Bellezza in passerella e ritorno

 

Investire sulla persona

 

Dall’universo patinato della moda all’impegno per Dio e gli altri. La storia della “conversione” di una ex modella colombiana che, senza demonizzare il mondo delle passerelle, denuncia il vuoto che spesso lo caratterizza e la profonda insoddisfazione che lascia in chi pensa che la bellezza dei corpi sia l’investimento su cui contare per riuscire nella vita.  

 

di  Stefania Careddu

Amada_Rosa_Prez

 

Da quando, a 18 anni, aveva accettato la proposta di diventare una modella, la sua vita era stata un crescendo: foto, cataloghi, successo, soldi, autografi. Da un piccola città della Colombia fino alle passerelle più importanti del mondo, da Miami fino a Milano e Venezia. Richiestissima per quel corpo statuario, al quale aveva dedicato attenzioni e risorse sin da quando era adolescente, ad Amada Rosa Perez sembrava non mancare niente.

 

Eppure, ad un certo punto, decide di lasciare quell’universo patinato che fa sognare i “comuni mortali” per dedicare il suo tempo ad una comunità religiosa mariana nell’arcidiocesi di Medellin, in Colombia. “Avevo tutto, ma ero piena di vuoto”, ha raccontato Amada Rosa, la cui storia ha fatto il giro del globo e del web. “Mi sentivo  in disaccordo, insoddisfatta, senza una rotta, sommersa  da soddisfazioni passeggere, ma –  ha spiegato in un’intervista – cercavo risposte che mai il mondo mi dava”. Sono sempre stata un modello di superficialità: sono cresciuta in un mondo di menzogne, apparenza, falsità, ipocrisia e inganno, che esalta la ricchezza, il piacere e l’immoralità sessuale”, ha confidato l’ex indossatrice che ora ha scelto di essere “un modello che promuove la vera dignità della donna e non il suo essere usata per scopi commerciali”.

 

 

Un investimento che può deludere

donne_specchio_chirurgia_plasticaSembra quasi un paradosso: essere arrivati in cima, poter guardare dall’alto in basso, essere ammirati, riconosciuti, venerati e…voler tornare giù, a valle. Con la consapevolezza – vissuta sulla propria pelle – che davvero “la bellezza non è tutto”. Che basta un niente – nel caso della giovane colombiana una malattia – per far sprofondare il castello.

 

Quel mito, proposto ed imposto dalla pubblicità e da un certo tipo di televisione, che molte ragazze (ma anche molte adulte) inseguono, non sembra essere l’antidoto alla sofferenza, alle paure, alla solitudine. Il taglio all’ultima moda, il reggiseno miracoloso, la crema che distende le rughe più profonde, ore di palestra, i trattamenti per il viso e per il corpo (da quelli delle Spa fino a quelli fatti in casa con i sistemi della nonna riportati in auge dalla crisi economica) possono insomma non rivelarsi un investimento sicuro in vista di una piena realizzazione di sé. Come dimostrano appunto i casi – per alcuni non è sbagliato definirle vere e proprie conversioni – di personaggi dello spettacolo, degni rappresentanti dello star system abituati a lustrini e lusso, che hanno cambiato stile di vita perché quella bellezza e quel benessere non li rendevano felici.

 

 

Stile o ossessione?

Perché la bellezza va oltre la taglia 42, gli occhi azzurri, un abito che fascia un corpo scolpito. Non è un discorso retorico se si pensa che la ricerca della bellezza ad ogni costo può far cadere nella trappola dell’anoressia, può tradursi nelle cicatrici indelebili di interventi estetici sbagliati o nelle ferite invisibili della depressione.

 

Viene alla mente la regina Grimilde, la matrigna di Biancaneve che passava ore a chiedere al suo specchio magico chi fosse la più bella del Reame. Superba e vanitosa, invidiosa del fascino della figliastra, arriva a desiderarne la morte pur di restare la donna più bella. E nell’ennesimo tentativo di ucciderla, muore lei stessa. Ossessionata dal mito della bellezza.

 

 

Oltre la bellezza

TurrisC’è invece chi ha deciso di mettere la bellezza e la giovinezza al servizio del bene, ricordando che moda significa soprattutto equilibrio, misura. Sono le ragazze di “Turris Eburnea”, un’associazione nata dall’intuizione del sacerdote piemontese Michele Peyron che negli anni 40 iniziò a proporre cammini di educazione all’affettività e all’amore. Sin dagli albori, il linguaggio della moda viene utilizzato come canale per trasmettere un concetto alternativo di femminilità, eleganza, bellezza.


Generazioni di ragazze hanno militato tra le modelle della “Turris eburnea”, presentando ogni anno le collezioni autunno-inverno e primavera-estate. Con le loro sfilate hanno fatto il giro del mondo, toccando i cinque continenti: Turchia, Libano, Brasile, Messico, Stati Uniti, Africa, Australia e persino Giappone e Cina. “Mi è stata offerta la possibilità di usare la bellezza che il Signore mi ha regalato in maniera cristiana e nella gioia”, spiega Giovanna che grazie alla sua esperienza ha scoperto l’importanza di parlare della bellezza “come dono, come una qualità bella, una qualità di Gesù e di Dio” e di saper “valorizzare la femminilità”.


Del resto, come diceva il filosofo tedesco Fichte, “la fonte originaria della bellezza è unicamente in Dio ed essa si manifesta nell’animo di coloro che sono entusiasticamente pervasi di lui”.

 

 

 

 

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